«Quel rigore, il goal dei miei sogni»

L'intervista: Kubi Türkyilmaz racconta del suo successo come calciatore, della mamma e del padre, della pièce e del libro.

La scena clou della pièce teatrale è il suo rigore segnato all’82° all’Inghilterra agli Europei del 1996, nel mitico stadio di Wembley… 
Sì, quello è il goal dei miei sogni, in cui è racchiusa la mia storia di calciatore. Era la partita inaugurale degli Europei, nel tempio del calcio, lo stadio di Wembley, e ci guardava mezzo mondo. In quei 2-3 minuti prima del tiro, con il pallone sul dischetto, ho immaginato i miei amici, i tifosi e tutta la Svizzera davanti alla tv con il fiato sospeso. Ma, soprattutto, ho sentito di rappresentare i ragazzi che sono cresciuti con me nel mio quartiere, quando tiravamo i rigori sulla porta del garage. 

Quando i registi Stroppini e De Benedictis l’hanno contattata per esporle il progetto teatrale lei avrebbe detto: «Ma sono impazziti?». Che cosa l’ha convinta?
Far conoscere, scoprire un Kubi diverso. Non tanto la mia carriera e i miei successi calcistici, quanto i miei sacrifici, personali e familiari, per realizzare i miei sogni. Io sono cresciuto con ferite mai rimarginate. Perché avevo solo 9 anni quando mio padre Arslan si ammalò. E da lui non ho mai potuto ricevere un bravo o un riconoscimento dopo una partita. Mi è sempre mancato un suo gesto affettuoso, nei momenti felici e in quelli difficili. Lui è il mio rimpianto. Quando vedo un film o leggo storie di padri assenti mi commuovo e si apre la ferita… Spero che attraverso il libro e lo spettacolo teatrale i tifosi e la gente comune possano identificarsi.

Lo spettacolo ha per titolo «Kubi». Ma più che la celebrazione della sua carriera è soprattutto un atto d’amore e di riconoscenza verso sua madre Necla…
Ho voluto che fosse lei la vera protagonista, lei che in vita era una persona appartata, che non ha mai messo piede in uno stadio. Ma si vantava di me tutte le volte che leggeva sui giornali dei miei goal. Diceva che se segnavo era grazie al suo latte. Il lunedì riceveva dall’edicolante gli articoli dei giornali ticinesi e svizzeri tedeschi che parlavano positivamente di me e li conservava in cantina. Era molto orgogliosa che io giocassi in Nazionale. Perché amava la Svizzera, perché era stata accolta bene, soprattutto quando mio padre ebbe problemi di lavoro e di salute. E anch’io continuo a ringraziare Bellinzona e il Ticino.

Il filo rosso della pièce è il tema dell’identità, del sentirsi stranieri in Svizzera.
L’identità è la questione centrale della mia biografia e della mia famiglia. Ero il turco in Ticino e il ticinese quando giocavo in Nazionale. La mia vita è sempre stato un interrogarmi sul dilemma se ero accettato come turco o come svizzero. Questo è stato però un pungolo per affermarmi e non cullarmi sugli allori. Il mio motto, la mia strategia di vita veniva da mio padre che diceva: «parla poco, ascolta e fai i fatti». Insomma, ero un attaccante sul campo e un difensore fuori, nei rapporti umani. Oggi mi sento riconciliato con la mia identità svizzera, senza rinnegare le mie radici turche.

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