Annick Reiner si muove come a casa nelle strade di Kathmandu. (Foto: Alfonso Zirpoli)

«Quel sogno che
mi ha portato in Asia».

Annick Reiner studia architettura, diventa allenatrice e, quasi quarantenne, torna sui banchi di scuola per seguire la sua passione. Ora in Nepal fa arte-terapia. — Fredy Franzoni

Due anni fa ho sognato di ritrovarmi in Asia, non più in un viaggio,  ma a viverci». E così è. Siamo seduti su cuscini, gambe incrociate sotto un tavolino; davanti, dell’ottimo tè di menta... «In questo sogno mi sono vista come la regista e la protagonista, in un ambiente tropicale, con delle montagne sul retro, però c’era anche il mare». E le montagne Annick le ha trovate, eccome. Il mare non ancora. Ha già vissuto per diversi mesi a Kathmandu e ha rinnovato il suo impegno per almeno un altro anno. Si occupa di atelier di arte-terapia con ragazzi dei quartieri poveri della capitale nepalese. 

L’arte appartiene alla sua vita da sempre. «Mio nonno paterno era pittore, mia nonna calligrafa». Poi, però, degli studi in architettura. Una specie di compromesso tra il mondo artistico e tecnologico, voluto dal padre. «Papà è figlio di artisti e aveva sofferto della difficoltà della famiglia ad avere un reddito costante». La scelta dell’architettura comunque non le apparteneva, tanto che lascia a tre esami dalla fine. «In seguito sono diventata allenatrice sportiva seguendo la scuola di Macolin». Per quindici anni è insegnate di nuoto e svolge delle attività terapeutiche in acqua per i ragazzi disabili. «Poi è ritornato questo amore, direi violento, per l’arte, che è sempre stato presente e ho deciso di intraprendere gli studi di arte-terapia». Così a 38 anni torna sui banchi dell’alta scuola pedagogica di Losanna. «Rientrata nel mondo del lavoro mi sono interessata ad applicare l’arte-terapia in ambito psichiatrico, creando degli atelier presso i centri diurni dell’ospedale psichiatrico a Gerra Piano e Lugano». Due anni fa il sogno e poco dopo la sua realizzazione. «Mi ero separata da poco dal mio compagno ed era così giunto il momento di volare via…». 

Aiutare con l’arte
I ragazzi di cui si occupa nel centro provengono quasi tutti dalle vallate disperse a ridosso dell’Himalaya. «Sono famiglie arrivate in cerca di fortuna e che ora vivono nelle bidonville a fianco della Ringroad di Kathmandu». Non si tratta di ragazzi di strada. Spesso hanno una famiglia di riferimento, ma con una scarsissima presenza di figure parentali. Famiglie con frequenti difficoltà come l’alcolismo o il gioco d’azzardo. I ragazzi sono presi a carico da Kam for sud per la scolarizzazione, i vestiti; poi c’è anche un’infermiera che si preoccupa della loro salute e, in caso di necessità, vengono accordati dei micro crediti alle famiglie. «Visto che i bisogni essenziali sono garantiti, si è pensato di poter affrontare i bisogni secondari, ma non meno importanti, fra cui un supporto terapeutico e psicologico».  Ed è appunto questo il contributo dell’arte-terapia. «Si tratta, attraverso espressioni artistiche, di aiutare i ragazzi ad esprimere il loro vissuto, che in alcuni casi è estremamente violento, di disagio, di sradicamento, di violenza in famiglia, di abusi sessuali».

Annick è testimone diretta del recente terremo nepalese. Anche in questa situazione ha lavorato con gli strumenti dell’arte-terapia, ad esempio chiedendo a famiglie rimaste senza un tetto di disegnare come immaginano la loro casa del domani, oppure costruendo delle maquette con materiali recuperati dai detriti del terremoto. E mentre parla della sua attività le si illuminano gli occhi, come quando parla di Boudhnath, il quartiere in cui vive e che ha una forte valenza religiosa. «Provengo da una famiglia in cui ci sono cattolici, protestanti, ebrei ashkenaziti, ma i miei non mi hanno mai dato una religione. Mi considero atea, ma estremamente ricettiva». Per i buddisti una pratica molto frequente è la Kora, il giro a piedi in senso orario ripetuto più volte attorno ai templi. «La sera vado a fare le mie passeggiate e mi ritrovo con persone che camminano tutte assieme, un piacevole fiume umano estremamente  inclusivo e aperto». E per Annick la Kora sembra senza fine: da pochi giorni si è iscritta alla School of Fine Arts della Kathmandu University. «Un altro sogno che si realizza dopo aver desiderato tutta la mia vita di studiare arte a aver solo sfiorato per sei anni le pareti dell’accademia di Belle Arti di Firenze».

Sogni e progetti futuri
Le ginocchia iniziano a dolere sotto il tavolino, è tempo per un’ultima domanda. Dove si vede in futuro Annick? «Beh, l’idea è che rimanga ancora un anno, forse anche due. Vedremo. L’idea comunque è che ci possa essere un futuro come il sogno lo rappresentava: allora un posto magari un pochino più a Sud, ma sempre in Asia. Dove finalmente ci sia anche il mare. Per me l’acqua è molto importante». E c’è da scommettere che ovunque andrà porterà con sé la sua bicicletta. Chi ha il coraggio, come lei, di pedalare nel traffico caotico di Kathmandu, può farlo ovunque…

  


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