Jürgen Schmidhuber: «Grazie alla facoltà di imparare, le reazioni dei robot saranno sempre più raffinate». (FOTO: Sandro Mahler)

 

«Robot sentimentali e nuovi mestieri, stiamo costruendo il futuro»

Direttore scientifico dell’Istituto IDSIA e professore all’USI e alla SUPSI, Jürgen Schmidhuber ci parla d’intelligenza artificiale e di macchine intelligenti. — GERHARD LOB

Oggi si parla tanto di intelligenza artificiale, cosa significa questo binomio?
L’intelligenza artificiale, detta anche AI, è la scienza della risoluzione di problemi. L’AI cerca di capire come far sì che le macchine siano in grado di risolvere sempre più problemi in modo automatico. Come un bambino comincia a risolvere cose molto banali e poi sempre più complesse, anche le macchine dovrebbero imparare a risolvere problemi sempre più complessi senza che l’essere umano debba dire loro cosa fare.

Si può dire che si insegna alle macchine a pensare?
Si, perché risolvere problemi spesso significa pensare. Noi ci siamo ispirati al cervello con i suoi miliardi di neuroni interconnessi fra di loro. Le esperienze vissute aiutano il cervello a risolvere dei problemi. Nel nostro istituto, detto in parole semplici, cerchiamo di simulare queste modalità di apprendimento con dei processi artificiali.

Come è approdato a questa disciplina?
Da bambino volevo diventare fisico perché la fisica esplora i fondamenti del mondo. Da adolescente ho capito che c’era qualcosa di ancora più importante: capire come funziona il capire. Ho pensato che avrei dovuto cercare di costruire un’intelligenza artificiale che fosse in grado di imparare e che diventasse più brava di me, così da poter risolvere tutti i problemi che io non riesco a risolvere.

Quanto si è vicini a questa meta?
Non è possibile dirlo con precisione. Ma andrà abbastanza veloce. Basti pensare che la velocità dei nostri calcolatori si moltiplica ogni 5 anni per il fattore dieci. Oggi la grande rete artificiale Long-Short-Term-Memory – LSTM – che è la base del nostro lavoro dagli anni ‘90, conta circa un miliardo di connessioni. La corteccia cerebrale dell’essere umano ne conta forse centomila miliardi. Dunque ci vogliono ancora 25 anni per parificare le capacità – diciamo verso l’anno 2041.

Ci sono esempi della vostra ricerca all’ IDSIA che già utilizziamo nella vita di tutti i giorni?
Senz’altro. Per citarne solamente uno, il riconoscimento vocale che usa Google, disponibile per miliardi di utenti di smartphone, si basa su algoritmi LSTM che abbiamo sviluppato in Ticino e a Monaco. 

Cosa succede nel processo di questo riconoscimento vocale?
I segnali del microfono entrano in una rete LSTM che ha imparato, grazie a tante esperienze con diverse lingue, a tradurre i suoni vocali in testi. I sistemi sulla base di LSTM riescono meglio di altri a tradurre da una lingua a un’altra. Fino a qualche anno fa, i sistemi di traduzione non erano buoni, ma stanno migliorando perché i sistemi LSTM imparano. Nel 2011 all’IDSIA abbiamo sviluppato un programma che è riuscito ad insegnare a se stesso come capire i segni cinesi e funziona molto meglio che tutti programmi della concorrenza.

In futuro non sarà quindi più necessario imparare altre lingue?
Una lingua è anche una mentalità. Perciò anche in futuro varrà la pena imparare le lingue straniere perché ci danno la possibilità di vedere il mondo con altri occhi. Ma nella quotidianità questa capacità avrà meno significato. Pensiamo ad esempio ad un ticinese che via Skype parla con un coreano. Il ticinese parlerà italiano, il coreano parlerà coreano. Ambedue sentiranno simultaneamente l’altro nella propria lingua. E probabilmente pure il movimento della bocca sarà adeguato per simulare l’autenticità della parlata.

Essere in lutto, piangere, ridere. Esistono i sentimenti nel regno dell’intelligenza artificiale?
Siamo da tempo in grado di costruire dei robot con  sentimenti. Hanno sensori per i dolori che mandano dei segnali alla rete neuronale artificiale rispettivamente al «cervello» quando ci sono situazioni di dolore. Grazie alla facoltà di imparare, le reazioni dei robot saranno sempre più raffinate. In caso di segnali di dolore o di paura, un robot potrebbe anche imparare a nascondersi in situazioni di pericolo. 

Che cosa faranno gli esseri umani quando le macchine oltre ai lavori pesanti e ripetitivi sapranno anche pensare e risolvere problemi?
Già oggi la maggior parte delle persone è occupata con professioni di «lusso» che – al contrario dell’agricoltura – non sono essenziali per la sopravvivenza.  L’essere umano troverà sempre nuove vie per interagire con altri esseri umani a livello professionale. Faccio due esempi: dal 1997 il migliore giocatore di scacchi al mondo è una macchina, ma ancora oggi ci sono gare di scacchi e si guadagnano persino soldi con questa attività; le macchine d’altronde possono correre molto più velocemente degli esseri umani, eppure, persone come Usain Bolt ricevono milioni per correre più velocemente degli avversari umani.

Ci saranno nuove professioni?
Certo. In Corea del Sud recentemente abbiamo visto nascere nuove professioni come quella di giocatore di video professionale. I paesi con il maggior numero di robot come il Giappone, la Corea del Sud, la Germania, la Svizzera hanno i minori tassi di disoccupazione. In ogni caso già negli anni ’80 dicevo: è facile prevedere quali professioni non ci saranno più, ma è difficile dire quali saranno le nuove occupazioni, e sono rimasto di questo parere.

In ogni caso si può pronosticare che ci saranno meno persone attive professionalmente.
Penso che per questa ragione un’idea come quella di un reddito di base garantito diventerà più importante. In Svizzera abbiamo già votato e la maggioranza era contraria, ma sono convinto che nei prossimi decenni il consenso aumenterà.

Scienziati che lavorano in istituti come l’IDSIA sono molto ricercati?
Sì. Le grandi imprese ai margini del Pacifico, come Google, Apple oppure Samsung, cercano di attirare collaboratori degli istituti di ricerca come il nostro, offrendo degli ottimi stipendi. Oggi non basta motivare i collaboratori proponendo loro un lavoro in un istituto di ricerca eccellente, ma si devono anche offrire partecipazioni azionarie. Per questo motivo abbiamo fondato una nostra start-up, la NNAISANSE.

L’intelligenza artificiale cambia il mondo: diventerà migliore di quello odierno?
Penso proprio di sì.  Tutta la ricerca ha come obiettivo di aumentare la felicità e la salute delle persone. La dipendenza dagli  smartphone, che saranno sempre più intelligenti, aumenterà. Saranno per noi come dei piccoli amici  che ci daranno consigli oppure riconosceranno persone delle quali abbiamo dimenticato il nome. Nell’ambito della sanità ci saranno dei sistemi neurali che miglioreranno le diagnosi di malattie. Nel 2012 ad esempio abbiamo vinto un concorso internazionale per il riconoscimento precoce del cancro. Tutto è nell’intenzione del nostro fondatore, Angelo Dalle Molle, che voleva sostenere la ricerca sulla AI per migliorare la qualità di vita.

Jürgen Schmidhuber (53) viene da Monaco di Baviera. È considerato il padre dell’intelligenza artificiale moderna. Da due decenni è direttore scientifico dell’Istituto Dalle Molle di Studi sull’Intelligenza Artificiale (IDSIA) a Manno. Schmidhuber è pure professore all’USI e alla SUPSI. Non si occupa solo di reti neuronali e robotica, ma pure di arte e «della teoria formale della creatività». Anche aziende come Google e Apple usufruiscono dei metodi sviluppati da Schmidhuber e dal suo team. 

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