Non ha ancora vinto grandi titoli, ma la carriera di Vladimir Petkovic è stata un continuo crescendo.

«Ecco perché sono pronto
per una sfida tutta nuova»

L'INTERVISTA — Dopo i Mondiali, Vladimir Petkovic prenderà le redini della nazionale di calcio. Incontro esclusivo per parlare del futuro della squadra, non solo dal punto di vista sportivo...

Cooperazione: Dal prossimo primo luglio sarà a tutti gli effetti l’allenatore della prima squadra della nazionale svizzera. Come si sta preparando a questa nuova avventura?
Vladimir Petkovic: Sto cercando di stare il più possibile in disparte rispetto a Hitzfeld e alla squadra. In questo momento c’è un mondiale alle porte e io non voglio interferire con il lavoro e con le scelte di Ottmar. Mi sto, tuttavia, documentando. Sto coltivando contatti utili, per pianificare e per capire il nuovo lavoro. Guardo tantissime partite in televisione. Poi viaggio e, soprattutto, riposo. Voglio scaricare la mente, in modo da arrivare a luglio carico al mille per mille.

Fare il selezionatore di una nazionale non è come fare l’allenatore in un club. C’è qualcosa che la preoccupa?
Non sono preoccupato. Mi devo semplicemente abituare a vivere una quotidianità diversa. Il tecnico di una nazionale ha molto meno tempo per lavorare sul campo con i giocatori. Bisogna anche imparare a selezionare con oggettività, con criterio.

E quali saranno i criteri di Petkovic da tecnico rossocrociato?
Giocheranno quelli che porteranno più qualità, quelli più in forma. Non dovrò guardare in faccia a nessuno. In campo pretendo sempre undici persone che abbiano voglia di sacrificarsi.

Tra un mese saremo in pieno mondiale. Come vede la Svizzera?
Alt! Ho detto che sulla Svizzera di Hitzfeld non parlo. È una questione di coerenza e di rispetto. In questo momento sono un semplice tifoso. Non andrò nemmeno in Brasile, giusto per farvi capire.

D’accordo. E allora parliamo della rassegna in generale. Che tipo di mondiale si aspetta?
La tendenza da parte delle grandi squadre è sempre più quella di mostrare un calcio propositivo, dell’azione anziché della reazione. In Brasile, però, avranno il loro peso i fattori climatici, le temperature, l’umidità. Chi saprà meglio adattarsi alle situazioni particolari, andrà avanti.

Quale nazionale potrebbe essere una sorpresa?
Credo che il Belgio abbia tutte le carte in regola per fare bene. La squadra è forte. Peccato non abbia molta esperienza.

Se lo ricorda il giorno in cui le hanno proposto la panchina della nazionale? Era emozionato?
Sì, ricordo quella telefonata. Ero orgoglioso, più che altro. Io le emozioni riesco a controllarle bene. In quel momento ho pensato al mio percorso. Dalla panchina del Malcantone Agno alla possibilità di guidare la nazionale svizzera. Non avrò fatto strage di titoli, ma ho avuto una carriera sempre in crescendo. Graduale.

Per molti, soprattutto in Italia, lei è «quello passato dalla Caritas al grande calcio». Le dà fastidio?
I media ci hanno ricamato molto. E non solo quando sono approdato alla Lazio. Era successo anche quando sono andato a Berna, allo Young Boys. All’epoca in cui allenavo il Bellinzona, effettivamente facevo anche l’operatore sociale per la Caritas. In particolare mi occupavo di traslochi, coordinando un gruppo di operai disoccupati. Capisco che, a livello di curiosità, questi dettagli possano ingolosire i giornalisti. In quegli anni ho anche studiato parecchio, per diventare formatore per adulti. Sono cose di cui vado fiero.

Parliamo della sua esperienza alla Lazio. Cosa le ha lasciato?
Tanta umanità. In un anno e mezzo sono riuscito a entrare in contatto con tanta gente. Mi sono reso conto che molti italiani vivono in condizioni difficili. Io abitavo in periferia, per essere più vicino al centro di Formello, in cui ci allenavamo. Dopo il mio addio, ho mantenuto rapporti con diverse persone comuni. Sono ancora tornato volentieri a Roma,
la gente mi vuole bene.


La Nazionale svizzera di calcio in una foto recente.

La Nazionale svizzera di calcio in una foto recente.
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All’interno dello spogliatoio è difficile instaurare rapporti di vera amicizia. Gli interessi in ballo sono troppi»

Esiste l’amicizia nel calcio professionistico?
All’interno di uno spogliatoio è difficile instaurare rapporti di vera amicizia. Gli interessi in ballo sono troppi. Però il calcio ti permette di farti tanti amici legati a ciò che è il contorno. Tifosi, simpatizzanti.

Cosa le viene in mente se le dico 26 maggio 2013?
Una data storica per la Lazio. È il giorno in cui abbiamo vinto la Coppa Italia, battendo in finale la Roma. E a regalarci la vittoria è stato proprio Lulic, che già avevo allenato a Bellinzona. Per la gente di Roma il derby è tutto. È pazzesco quanto ci tengano. Quella notte festeggiammo a lungo. Anch’io quella sera mi sono lasciato un po’ andare. Dovevo scaricare la tensione.

Lei appare come un uomo tutto d’un pezzo, dagli occhi di ghiaccio, un duro. È davvero così?
Sono cresciuto in una famiglia in cui l’educazione e i valori dello sport erano importanti. È una cosa che mi porto dietro, negli anni ho sviluppato un certo stile, un comportamento equilibrato. Sono diretto, dico quello che penso e quando non condivido una cosa, la rifiuto. Da giocatore, invece, ero troppo timido, troppo poco cattivo. Questo mi ha penalizzato; avrei potuto avere una carriera diversa, forse. Un po’ di timidezza mi è rimasta, mi aiuta a non esaltarmi. Sono uno che è abituato a lottare, a dover sudare più degli altri per dimostrare il suo valore. Però sono anche una persona normale. In Italia la mia normalità ha spiazzato tutti.

Che rapporto ha oggi con i media?
Ho imparato a pesare bene le mie parole. Da questo punto di vista il passaggio da Bellinzona a Berna è stato il più formativo. In Ticino il clima era più famigliare, da allenatore dello Young Boys invece i ritmi erano incalzanti. In Turchia e in Italia ho vissuto situazioni analoghe. A Roma ci sono oltre venti radio che parlano solo di calcio.

Riesce a salvaguardare la sua vita privata?
Me lo impongo. Quando è stato ufficializzato il mio incarico per la nazionale, una testata mi ha proposto di fare un reportage con me a Sarajevo. Ho rifiutato. Il calcio è il calcio. La famiglia è la famiglia. Mia moglie e le mie figlie mi seguono e mi sostengono. Ma il nostro campo base è sempre stato il Ticino, abbiamo imparato a proteggerci.

La squadra di punta del calcio svizzero, il Basilea, ha una frangia di tifosi che sta creando problemi un po’ ovunque. Da neo allenatore della nazionale, come vede questo fenomeno?
Rappresenta un danno d’immagine enorme per il calcio rossocrociato. Poche persone problematiche rovinano la festa a tutti. E poi va a finire che si deve giocare a porte chiuse. Alla Lazio, per colpa dei tifosi esagitati, abbiamo dovuto giocare due importanti partite europee con lo stadio vuoto. È stato frustrante.

Apriamo una parentesi sul calcio ticinese?
I giovani del Team Ticino stanno crescendo insieme, si fa un bel lavoro. Come sbocco, per giustificare tutti questi sforzi, nel calcio che conta dovrebbe esserci una squadra unica. Invece... Parliamo d’altro, dai.

D’accordo. Lei ha un portafortuna?
Gli sportivi sono un po’ tutti scaramantici. Ho dei rituali. Ma non ve li svelo.

Qual è il suo più grande rimpianto da allenatore?
Forse il campionato perso a Berna. Ma poi la for- tuna si è ricordata di me a Roma. Se uno lavora sodo, le cose nella vita si compensano.

Se lo ricorda il suo primo calcio a un pallone?
Il primo calcio no. Ma mio padre era giocatore e allenatore professionista. E non appena ho iniziato a camminare, ho cominciato a sedermi in panchina con lui. Forse era destino…

Vladimir Petkovic

Nasce a Sarajevo, nell’ex Jugoslavia, il 15 agosto del 1963. È in Svizzera dal 1987, è sposato con Ljiljana ed è padre di Ines e Lea. Nella vita è stato anche formatore per adulti e operatore sociale. Di ruolo attaccante, poi centrocampista e regista, Petkovic a 16 anni si aggrega alla prima squadra del Sarajevo, con cui vince il campionato di serie A nel 1985. Giocherà in seguito con Coi­ra, Sion, Martigny, Bellinzona, Locarno e Agno. Proprio col Malcantone Agno parte la sua carriera da allenatore. Seguiranno le panchine di Lugano, Bellinzona (con cui conquista una promozione in Super League e una finale di Coppa svizzera), Young Boys, Samsunspor, Sion e Lazio. Dal prossimo primo luglio sarà tecnico della nazionale svizzera.

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Testo: Patrick Mancini
Fotografia:
Nicola Demaldi
Pubblicazione:
venerdì 09.05.2014, ore 16:14


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