«Tutti contagiati, anche i non credenti»

L’antropologo Marino Niola riflette sulla storia del presepe e sull’albero di Natale. E sulla tradizione napoletana.

Negli ultimi anni si assiste a una rinascita del presepe, sia nel privato sia con mostre e concorsi. Come lo spiega?
In parte con un bisogno di tradizione, che diventa una sorta di bene-rifugio. Ci serve perché oggi viviamo in un mondo globalizzato, dove tutto è connesso e le differenze e le identità tendono a sfumarsi, a diventare più simili. La rinascita del presepe è una reinvenzione della tradizione e rivela una nuova passione della propria origine. 

C’è anche una componente religiosa, legata al ritorno del sacro?
Per chi ha fede c’è, ma la rinascita dei presepi, come pure il boom dei mercatini di Natale contagia tutti, credenti e non. Qui il simbolo religioso va al di là della religione e diventa simbolo identitario tout court. Aggiungo che la riscoperta dei presepi fa il paio con la rinascita delle tradizioni alimentari, dei prodotti locali. Anche qui si va a cercare gli elementi sui quali ri-costruire la propria identità, una tradizione a km zero. 

Il mondo protestante ha cancellato il presepe in favore dell’albero. Una scelta iconoclastica?
In parte sì, perché durante la Riforma i protestanti hanno rinnegato con forza tutti i simboli che potevano sapere di «papismo». E d’altra parte i cattolici hanno espulso tutti i simboli della cultura del nord protestante. Come l’albero, un simbolo che alcuni fanno risalire al mondo celtico e altri addirittura a Lutero. Una storia-leggenda narra di Martin Lutero che una sera, mentre tornava a Wittenberg, fu commosso dallo luci della carrozza che si riflettevano nei cristalli di neve sugli alberi. Uno spettacolo che volle riprodurre e da qui sarebbe nata la fortuna dell’albero di Natale nel mondo protestante. 

Come mai i cattolici hanno adottato l’albero?
Perché sono possibilisti, sono meno portati all’integralismo. Sono tendenzialmente politeisti. Lo prova il culto dei santi. D’altra parte, oggi nel mondo globale la civiltà dei consumi è entrata a gamba tesa anche nel sacro. L’intercambiabilità dei due simboli, presepe e albero, è proprio questo: si individua due fasce distinte di consumatori e il mercato non fa che diversificare l’offerta natalizia per «prendere» tutti. 

La sua città, Napoli, è la capitale del presepe. L’ha raccontato nel libro «Il presepe»…
Sì, tutto risale all’antica tradizione degli ordini religiosi - gesuiti e e scolopi - di mettere in scena la Natività. Siamo nella seconda metà del Seicento. All’inizio il presepe si allestisce negli spazi dei conventi. È una sacra rappresentazione cristallizzata, trasformata in scultura, con una matrice teatrale. Poi, nel Settecento, con la diffusione dell’artigianato seriale, il presepe diventa un ornamento, un divertimento della borghesia ricca che, non potendosi consentire i quadri come l’aristocrazia, investe su questi oggetti di valore  minore. Infine, la serialità della produzione permette di abbassare i costi e quindi, tra il Sette e l’Ottocento, il presepe entra prima nelle case della piccola borghesia e poi diventa una pratica popolare, una modalità dell’immaginario di Napoli e di tutto il meridione d’Italia. Valga per tutto la commedia Natale in casa Cupiello, di Eduardo De Filippo, che si svolge intorno al dilemma «presepe sì presepe no» e dove l’adesione al presepe diventa un articolo di fede, alla tradizione e alla famiglia. 

Ma cosa c’entra il sacro in quella «orgia profana» che si vede nei presepi napoletani?
Napoli è la quintessenza del cattolicesimo, perché l’aspetto pagano si manifesta con l’apoteosi della carne, del cibo, delle passioni, del corpo. E soprattutto dell’icona, della rappresentazione. Mentre il protestantesimo è tendenzialmente aniconico, spoglio, nudo, il cattolicesimo invece è tendenzialmente barocco, esalta il particolare. 

Il presepe napoletano ebbe illustri ammiratori. Goethe in particolare...
Venivano quasi tutti dal mondo protestante, dove il presepe era bandito. Goethe, in Viaggio in Italia, scrisse pagine bellissime sui presepi, che vide nelle case di certi aristocratici napoletani, allestiti addirittura sulle terrazze: vere scenografie barocche che contenevano anche il Vesuvio sullo sfondo. Anche Walter Benjamin, appassionato del mondo dei giocattoli, amò moltissimo gli aspetti pagani del presepe napoletano, che considerava un giocattolo per adulti, con il sacro che diventa gioco. 

Marino Niola (1953) insegna all’Università Suor Orsola Benincasa di Napoli ed è autore del saggio «Il presepe». 

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