Il profumo del cumino riporta Samah Gayed nella sua città natale, Alessandria d’Egitto. (Foto: Alain Intraina)

«In tavola va la nostra cultura»

Cibi e bevande parlano dei luoghi di provenienza, così potenti che non si scordano mai. Perché cucinare è anche ritornare nei luoghi dell’infanzia. — di KERI GONZATO

«

Adoro la zuppa di lenticchie e mi riesce anche molto bene»

Samah Gayed 

La cucina è una porta d’accesso per il «bosco» dei ricordi. Un luogo che, per chi vive lontano dal suo paese d’origine, è da visitare regolarmente. È così per la nostra prima testimonianza, Purnima Raju-Cassina di Lugano (nella foto a lato). «A 16 anni ho lasciato Bombay e sono partita per studiare economia e teatro a New York», racconta. Da New York in poi non smette mai di cucinare, lavora nei ristoranti, si occupa di catering, oltre a recitare per grande produzioni di cinema Bollywood e gira il mondo. «Negli ultimi anni mi sono occupata dei menu internazionali per gli studenti di un college di Lugano, di oltre 72 nazionalità diverse. Amo far viaggiare le persone attraverso i sapori. Ora quel capitolo si è chiuso e sono pronta per qualcosa di nuovo: sempre con mestolo e padella in mano».  Ancora oggi, tra le mura della sua accogliente cucina a Lugano, i sapori dell’India la riportano a Mumbai… Mentre compone curcuma e cardamomo, soffrigge zenzero, aglio e cipolla e prepara un curry, la sua cucina si riempie di profumi inebrianti e le sue figlie e i gli ospiti, si preparano a un viaggio gustativo. «A casa mia c’è sempre cibo per tutti, adoro preparare i piatti della mia terra, per me è un gesto d’amore». 

Un piatto che scalda l’anima
Gli ingredienti si miscelano secondo le ricette dell’infanzia, le ricette si ricompongono seguendo i sentieri della memoria e, nell’assaggio, si riaccendono infinite emozioni. Questa è anche la storia di Samah Gayed, partita da Alessandria d’Egitto quando era ancora molto giovane, oggi neo-laureata all’Usi in scienze della comunicazione. Ma Samah è anche una bravissima cuoca. «C’è la zuppa di lenticchie che adoro e che mi riesce anche molto bene e mi riporta all’inverno di Alessandria, alla sera quando si tengono le porte chiuse e la giacca addosso dal freddo poiché le case non sono predisposte a sostenere il freddo e questo piatto ti scalda l’anima» racconta Samah. Il profumo del cumino la riporta nella sua città natale, dove «…l’occhio vede lontano, il sole riscalda l’anima e il vento rinfresca, spettina i capelli e riordina i pensieri» conclude Samah Gayed.

La Tailandia al bar
Som tam, l’insalata di papaya verde, o la sua variante al cetriolo, accompagnata da riso, pollo o insalata di manzo: sono questi i piatti che Nong Chanlalee (nella foto a fianco) ama cucinare. «L’ispirazione per queste ricette arriva dalla cucina di mia madre, tailandese della provincia di Khon Kaen, a nord-est da Bangkok. La cucina di questa regione è stata influenzata dal vicino Laos». Da quando ha aperto il suo bar Urban Cocktails a Lugano, Nong non ha più molto tempo per cucinare e, per non soffrire di nostalgia, porta la Tailandia al bar. «Il cocktail che ha più successo è un inno ai sapori tailandesi con, tra gli ingredienti, il lemongrass e il peperoncino», spiega il cocktail manAnche per lui questi sapori sono una strada verso casa, la Tailandia dove ha passato i primi anni della sua vita prima di trasferirsi in Ticino. «Il cibo tailandese mi riporta ai miei primi anni di vita nel paese dei mille sorrisi, dove ritorno regolarmente e con piacere per vedere la famiglia». Insomma, il cibo è un mezzo ricco, affascinante e «nutriente» per coltivare la propria cultura e condividerla con amici e parenti. 

LA PAROLA ALL'ESPERTA

Giada Danesi, sociologa dell’alimentazione: «Le differenze? Possono unire»

Che ruolo ricopre la cucina di origine per le persone che vivono lontane da casa? 
Preparare e mangiare la cucina del paese di provenienza permette di attivare ricordi, di trasmettere competenze e conoscenze sensoriali, tecniche e sociali ai figli nati nel paese d’accoglienza. Questo permette loro di riscoprire le proprie radici culturali e sapere ciò che viene mangiato in occasione di visite al paese natio. La condivisione del cibo d’origine è anche la possibilità d’incontri e festività intracomunitarie, (ri)attivando un’identità comune. Allo stesso modo, il cibo è un mezzo per condividere la propria identità d’origine con il paese d’accoglienza. 

Le differenze culturali servono quindi a unire?
La diversità culturale relativa alla cucina, ma anche a musica, danza, artigianato etc., può avere dei risvolti positivi per le comunità d’immigrati nell’inserimento socio-professionale. Si tende a vedere la diversità come qualcosa che limita l’integrazione. Io, invece, credo che tale diversità dovrebbe permettere a queste persone di trovare nicchie di mercato interessanti che rispondano, da un lato, alla domanda della comunità d’immigrati del paese di provenienza che risiedono sul territorio, ma dall’altro, alla domanda della società d’accoglienza aperta e curiosa verso prodotti culturali diversi dai propri, dando così vita a possibili sincretismi culturali. 

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