«Vi spiego il prezzo delle idee»

Per artisti e persone attive nel mondo della comunicazione, quelli attuali sono tempi duri. Ma, suggerisce la giovane creativa Patrizia Pfenninger, sono forse anche un momento di svolta positivo. — GIOVANNI VALERIO

Quanto vale un’idea? Nel mondo della comunicazione, del design e anche dei media, sempre meno. Al tempo della Gig Economy (l’economia dei “lavoretti”), molte prestazioni intellettuali non vengono riconosciute. Hai fatto il volantino per una discoteca? Una foto per il sito? Lo slogan per una festa? Se sei un giovane creativo, ti bastano anche pochi franchi. Puoi farlo anche gratis, per farti conoscere. E poi, in fondo, ti sei anche divertito: così rispondono.
Per dare il giusto valore alle idee, proprio una giovane creativa, Patrizia Pfenninger, ha realizzato una scultura simbolica: le quattro lettere della parola IDEA costituite ciascuna con 25 banconote da 100 euro. «IDEA è una parola semplice – spiega Patrizia – che spazia oltre i confini linguistici. Il suo significato rimane invariato in molte culture. Rendere plastica, fisica, tridimensionale, la parola IDEA col denaro è un gioco di rimandi, un invito a riflettere: il creativo porta idee, idee che generano un valore, anche finanziario». Proprio per far riflettere, la scultura IDEA è stata presentata a Lugano, a Torino, a Napoli, innescando ogni volta dibattiti sui giovani creativi, sul valore del lavoro intellettuale, sulla cultura che dà da mangiare.



L’uomo al centro
Nata a Zurigo ma cresciuta in Ticino, Patrizia Pfenninger ha studiato arte applicata alla CSIA e poi si è laureata alla Supsi come comunicatore visivo, dopo sette mesi a Londra con il progetto Erasmus («non volevo più tornare!», ricorda entusiasta). A Lugano ha aperto subito il suo studio, lavorando come indipendente nel settore della comunicazione e del design, quindi conosce bene il mercato. «Ho un carattere forte, mi son sempre tutelata il più possibile dalle ingiustizie, ma spesso ho percepito il disagio di certe situazioni e ho sentito le testimonianze dei colleghi. Siamo in un momento di crisi, ma lo percepisco come momento di svolta, di sviluppo. Di fronte alla digitalizzazione, sono convinta che la tecnologia agevoli i processi. Ma le macchine non possono sostituire la mente. La scultura IDEA (e la campagna che ne è seguita) vuol mettere l’uomo al centro: dietro c’è sempre l’essere umano, la sua creatività».

Re-agire alla crisi
Dopo questa, Patrizia ha già preparato altre sculture simboliche, sempre con lo stesso concetto: la parola “sea” (mare) con i dollari australiani, “vida” e “alma” (vita e anima) con pesos argentini. Messaggi forti, chiari, che invitano a riflettere. E ce n’è una anche in franchi svizzeri, di cui Patrizia non vuole anticipare nulla, perché conta di esporle presto tutte insieme… Siamo al bar davanti al LAC, l’istituzione museale per eccellenza in Ticino. La mostra si terrà proprio qui, al LAC? «Perché no?», risponde sorridendo Patrizia, con il suo atteggiamento ottimista, positivo, anzi propositivo. In un momento di cambiamento, non sempre facile per i giovani creativi, è importante “re-agire”, fare squadra e proporre situazioni nuove, anche nell’approccio con i clienti. «Prima avevo un atelier, grande, tutto per me. Ora non l’ho più ma ne ho mille: non mi serve uno spazio per incontrare i clienti. Il mio studio oggi è qui. Per far nascere un progetto interattivo, un evento o una campagna di comunicazione, basta far girare gli ingranaggi. Tutto parte dal pensiero. E per quello servono sensibilità e cultura».

Impastare la cultura
Patrizia Pfenninger continua a essere curiosa e a imparare. Continuamente. «Ho seguito un corso di Idea Mapping, in Florida. Si tratta di un modo visivo e costruttivo di prendere appunti: una libera associazione di idee per non perderle, per strutturare i pensieri». E mostra un taccuino con pagine dense di parole che si fondono a formare strutture geometriche, alberi, stelle, piccole opere d’arte in sé. «Tecnica utilissima – spiega – per mappare una conferenza, per creare progetti, ma anche per studiare. E perfetta per me, che adoro lavorare con la testa. Ma anche con le mani!». Questa sua manualità viene dalla famiglia. «I Pfenninger avevano un ristorante sul lago di Zurigo. Mia nonna l’aveva avviato, poi in cucina c’era mio padre, chef della Gilda svizzera dei cuochi, da poco andato in pensione, ma che continua a cucinare presso amici ristoratori. Da piccola ero sempre tra i fornelli, sono cresciuta senza orari, proprio come ora che sono indipendente. So cucinare, mi piace mangiare, adoro carne e pesce crudi, ma non ho mai pensato di seguire l’attività di famiglia. Diciamo che preferisco impastare la cultura!»

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