Giorgio Genetelli: «Quando uno lavora a tempo pieno, sotto padrone, perde contatto con le cose semplici e importanti». (Foto: MAssimo Pedrazzini)

«Guadagno l’essenziale, la libertà non ha prezzo»

Si definisce un “buono a nulla, ma capace di tutto”. È stato falegname, giornalista, oste… e da tre anni coordina un progetto editorale che dà voce ad autori emergenti.  — PATRICK MANCINI

La pipa in bocca, il bastone in pugno. Quella barba grigia, quasi bianca. E il rossore sul volto. Giorgio Genetelli sembra un personaggio da bettola. Classe 1960, nella vita ha fatto di tutto, dal falegname al giornalista. Da tre anni coordina un piccolo miracolo editoriale, la collana di racconti Arbok, che mensilmente dà spazio ad autori emergenti ticinesi. «È appena partita la quarta stagione – sospira –. Si naviga a vista. Abbiamo 350 abbonati che ogni mese ricevono uno dei nostri racconti. Ce ne servirebbero almeno 400 per tirare il fiato».

Senza peli sulla lingua
Un uomo ruvido, anarchico, che va controcorrente. Un personaggio anche scomodo che non fa di certo l’unanimità. Nato e cresciuto a Preonzo, in un contesto rurale, oggi vive ad Arcegno. E appena può si rifugia in un rustico di Sonlerto, in Valle Bavona. «È della mia “morosa”. Lì faccio il fieno e soprattutto leggo. Da Marquez a Soriano. Divoro libri e trovo nuove idee». Di recente Giorgio ha pubblicato “La conta degli ostinati” (Capelli Editore), una raccolta di storie ambientate in un ipotetico ‘900. In un mondo che non c’è più. «Ho tanta malinconia del passato. Sono stato bambino in un periodo in cui l’infanzia era ancora qualcosa di magico. Stavo in giro tutto il giorno, giocavo nei prati. Quello era un Ticino in cui si mangiava polenta e si lavorava la terra. Tutto questo è destinato a sparire. Noi siamo gli ultimi testimoni di questo mondo. E il rischio di finire nell’anonimato è alto».

Il bagno nel fiume
Si definisce “Un buono a nulla, ma capace di tutto”. «Fino a 35 anni ho fatto il falegname, nella bottega di mio padre. Mi piaceva creare. Ma mi sentivo soffocare dagli orari di lavoro. A metà pomeriggio, in estate, volevo andare a fare il bagno al fiume. E invece mi toccava stare lì». Poi la svolta. Giorgio vince un concorso letterario. E, quasi per caso, viene catapultato nella redazione di un quotidiano. «Ho lavorato dapprima per la cronaca. In seguito sono passato allo sport. L’ho fatto per diversi anni. Fino al licenziamento che, in un certo senso, mi ha salvato la vita. Sì, perché da lì in poi mi si è aperta la mente. Ho iniziato a fare cose impensabili. Ho gestito un grotto, ho imparato a fare tetti in piode, ho fatto la comparsa in alcuni film, ho scritto libri di poesia e di prosa, ho cercato di dedicare tanto tempo alle persone care, tra cui mia figlia Giorgia. Quando uno lavora a tempo pieno, sotto padrone, perde il contatto con le cose semplici e importanti». Oggi Giorgio vive al limite della precarietà. È lui stesso ad ammetterlo. «Sono felice, ma sostanzialmente povero. Guadagno l’essenziale, la libertà non ha prezzo. Scrivo ancora qualche articolo, faccio l’insegnante di italiano ai corsi della Pro Juventute ai ragazzi che non hanno ottenuto la licenza di scuola media. E poi c’è Arbok, la grande sfida che ho messo in piedi con l’editore locarnese Franco Lafranca. Arbok è il “luogo” in cui tutto è possibile e in cui tutti, senza preclusioni, possono riuscire a pubblicare qualcosa».         

Allergico all’ordine
Giorgio parla delle sue passioni. A volte sfoggiando colorite espressioni dialettali. «Ho sempre amato il calcio. Il football. Ancora adesso faccio il difensore nei veterani del Solduno. E ogni tanto partecipo a qualche “torneo dei bar”. Il calcio è un po’ come la vita. Il sostegno maggiore deve essere dato all’elemento più debole. Solo così le cose possono funzionare. Lo diceva anche Marcelo Biella quando allenava l’Argentina». Odia l’ordine, Giorgio. Lo dice ad alta voce. Con tono da invasato. «Mi infastidiscono i giochi di potere, la politica, l’ipocrisia. E detesto essere comandato. Ho sempre vissuto un senso di prigionia nel dovere stare all’interno di schemi prestabiliti da altri. La vita è una sola. E non ha alcun senso che qualcuno venga a importi il modo in cui portarla avanti. In passato ho pagato a caro prezzo questo mio modo di essere. Ma va bene così, non mi lamento». Un animo inquieto. Sospeso tra la poesia e la polemica. Perennemente alla ricerca di qualcosa. E quel nome, Giorgio, che è tutto un programma. «Deriva dal greco e significa “agricoltore”. Non sono mai stato contadino. Ma l’agricoltura l’ho assaporata in tutte le sue sfumature, in maniera trasversale e intensa. Ed è un bene. A me piace avere più sguardi sulla realtà. È un po’ quello che fa Arbok, con storie di diverso genere, scritte da vari autori. In un certo senso con Arbok distribuiamo emozioni. Mica poco, in un mondo che sta andando al contrario».

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