Bruno Zanin oggi vive in mezzo alla natura, lontano dai proiettori.

Bruno Zanin: «il mondo dello spettacolo ti divora»

INCONTRO — Approda per caso a Cinecittà, dove viene scelto da Fellini per interpretare il protagonista di Amarcord. Ora vive ritirato, scrive libri e lavora la terra.

C’era una volta – nel mondo della settima arte – un ragazzino biondo e sorridente, con i pantaloni corti e la maglietta a righe. Si chiamava Titta, ed era il protagonista di uno tra i più celebri capolavori di Federico Fellini, di cui impersonificava l’alter ego: Amarcord. Correva l’anno 1973, e questa Rimini onirica e malinconica – fatta di procaci tabaccaie, personaggi grotteschi e amori segreti – entrò prepotentemente nell’immaginario collettivo italiano (aggiudicandosi peraltro l’Oscar come migliore film straniero). Sono trascorsi più di quarant’anni, e Titta – il cui vero nome è Bruno Zanin – ha ormai abbandonato il mondo del cinema. Oggi abita in valle Anzasca, ai piedi del monte Rosa: coltiva la terra, mantiene in ordine la sua baita e scrive libri. «Ho vissuto diverse esistenze – racconta –. Ho fatto il cinema, il teatro, la tv, poi sono stato giornalista di guerra e attivista umanitario. Quassù ho trovato la mia dimensione, lontano dai flash e dagli scoop: mi fanno compagnia le grida dei boscaioli».


Bruno Zanin nel ruolo di «Titta Biondi» in un'inquadratura di «Amarcord» (1973).

L’inizio di una carriera
Era il gennaio del 1973, quando il ventunenne Bruno – che non aveva mai recitato neanche ai tempi della scuola – mise piede per la prima volta a Cinecittà.
Era nato a Vigonovo, nel Basso Veneto, da una modesta famiglia di contadini. A nove anni finì in collegio dai salesiani. A tredici, di ritorno a casa, iniziò a vivere da ribelle, scappando dalla famiglia, finendo due volte in riformatorio e bighellonando per l’Europa in autostop. «Furono anni intensi e disperati – ricorda oggi l’ex attore –. Un giorno mi travestii da chierico e mi spacciai per il nipote di un arcivescovo, imbucandomi su un volo Amsterdam-Parigi. Ovviamente mi arrestarono, ma non per questo riuscirono a fermarmi. Finii a Lipari, dove conobbi Lea, una donna di origini istriane con otto figli. Fu lei a mandarmi a Cinecittà: «Cercano comparse per un western», mi disse. «Pagano ventimila lire al giorno». Non avevo più un soldo, decisi di provare». Fu così che lo scapestrato figlio dei fiori si infiltrò quasi per caso nel casting di Amarcord. Dichiarò di avere diciassette anni, fece finta di niente e si mise in fila con gli altri aspiranti attori. «Tu capellone – lo apostrofò il regista – , vieni qua avanti che ti voglio vedere meglio alla luce!». I candidati al ruolo di Titta erano oltre cinquemila. A Fellini bastarono pochi minuti di colloquio, dopodiché fece la sua scelta. «Le riprese iniziarono una settimana dopo – racconta Zanin –.



Improvvisamente mi ritrovai circondato da parrucchieri, sarti, truccatrici, autisti, fotografi e reporter. Parlando con i giornalisti, Fellini non faceva altra che tessere le mie lodi: “Quello lì è nato attore”, ripeteva entusiasta. Non potevo crederci: da un giorno all’altro ero diventato una star». Nel corso della sua carriera, Bruno Zanin ha recitato in 18 film e 8 sceneggiati televisivi. Ha esordito in teatro con Luca Ronconi, poi è stato convocato al Piccolo di Milano, dove Giorgio Strehler gli ha affidato la parte di Zorzeto nel Campiello di Goldoni. Tra gli anni ʼ70 e ʼ80, è stato diretto da registi del calibro di Giuseppe Ferrara, Marco Tullio Giordana, Giuliano Montaldo e Lina Wertmüller. «Quello dello spettacolo è un mondo che ti divora – sorride accarezzandosi la barba – . Ciò che conta è la celebrità, il restare sulla cresta dell’onda, il farsi notare ad ogni costo. Ho tirato avanti fino ai primi anni ʼ90, poi ho capito una cosa: quel mestiere che non avevo scelto ormai non faceva più per me. Avevo bisogno di voltare pagina».

«

Da un giorno all’altro diventai una star »

Bruno Zanin

Nel 1992 Bruno Zanin partì per la Bosnia ed Erzegovina, dove nel frattempo era scoppiata la guerra civile. Ci rimase per tre anni, prima come corrispondente di Radio Vaticana e del Corriere della Sera, poi come responsabile della Ong francese Emmaus International dell’Abbé Pierre. Dai fondali di cartapesta di Cinecittà alle rovine fumanti della città di Gradačac, assediata dall’esercito serbo. «Avevo un unico obiettivo – ricorda Zanin – . Volevo incontrare la parte migliore di me stesso, e per farlo avevo bisogno di stringere mani, guardare occhi. Dovevo raccontare il dolore dei miei simili, dei profughi, degli sfollati, dei feriti, degli affamati, delle vittime della pulizia etnica, ma anche dei soldati mercenari impazziti per ciò che avevano fatto. Fu un’esperienza straziante, che mi ha completamente cambiato. Così è nata in me l’esigenza di scrivere».

Il primo libro risale al 2007, si intitola Nessuno dovrà saperlo, ed è la cronaca ampiamente autobiografica di un’infanzia difficile, ricca di violenze e soprusi. «Ho sessantaquattro anni e per pudore me ne resto nascosto – ammicca Bruno scuotendo la testa – . Ogni tanto mi invitano a qualche festival, ma in genere dico di no. Capita che venga a trovarmi qualche amico, oppure i due figli che ho avuto dalla mia ex moglie, che oggi sono grandi e abitano in Francia. Per il resto, vivo in mezzo alla natura, scrivo a computer e lavoro la terra. Cosa potrei chiedere di più?».

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TESTO: Andrea Sceresini
FOTO: mad, TiPress


Pubblicazione:
giovedì 06.08.2015, ore 00:00


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