Fabio Guglielmini «Noi adottati non ci abbattiamo»

Dalle favelas alla nazionale di sci brasiliana. Il destino poco comune di un giovane pieno d’entusiasmo. — PATRICK MANCINI

È  nato nelle favelas brasiliane. E una famiglia locarnese gli ha dato una seconda possibilità. Fabio Guglielmini, 22 anni, vive con un enorme senso di gratitudine verso Gabriele e Laura, i suoi genitori adottivi. Ma anche con tanti dubbi sul suo passato. «So poco della mia prima infanzia», ammette. Fabio, oggi residente a Vacallo, è uno sciatore della nazionale verdeoro. Non solo. Suona il pianoforte senza conoscere le note, è un asso negli esercizi a corpo libero e ama le performance estreme. Con l’amica Linda, di recente ha creato il MultiSkill Team. «Un gruppo che raduna persone con potenzialità artistiche o sportive. Le aiutiamo a fare emergere il loro talento, facendole partecipare a eventi e presentandole al pubblico». 

Il sosia di Vin Diesel
Braccia muscolose. Sorriso stampato sul volto. Animo guerriero. «Noi adottati siamo così, non ci facciamo abbattere, nonostante la vita ci abbia negato un legame che invidiamo a molti. In Brasile probabilmente sarei morto di fame. Ecco perché tutto ciò che faccio, lo faccio con il cuore. Non importa la condizione in cui sei, l’importante è la fatica che fai per salvarti ogni giorno, senza perdere il sorriso. Sfruttando ogni ostacolo per crescere». Fabio parla sei lingue correttamente. E sogna, un giorno, di potere guidare velivoli a motore. «Ho la convinzione che chiunque possa raggiungere il risultato prefissato. Basta avere coraggio, costanza e determinazione, ma soprattutto amore. Pratico ogni genere di sport, anche i più assurdi. Al momento ogni attività sportiva è direttamente riconducibile allo sci alpino». Certo, lo sci. Un’anomalia per un brasiliano. «Non nel mio caso. Mio padre Gabriele ha fatto per anni l’allenatore della nazionale svizzera. Lo sci è entrato in me senza che me ne accorgessi, fino a diventare una scuola di vita. Nel 2014 avrei dovuto partecipare alle Olimpiadi di Sochi, ma sono stato frenato da un infortunio al ginocchio. Speriamo di azzeccare quelle nel 2018 in Corea. Prima però ci sono i Mondiali a San Moritz, a febbraio 2017».

Il rapporto col fratello
Proprio l’infortunio al ginocchio è stata una tappa importantissima per la crescita mentale di Fabio. «Il recupero l’ho svolto in maniera autonoma, utilizzando le palestre del Centro sportivo di Tenero. Mentre per i controlli mensili ho avuto il supporto di specialisti di fiducia. Oggi sono pronto per nuove sfide». Un sospiro. E riprende: «Sono un ragazzo un po’ “selvatico”, riservato. Anche se poi tendo a vivere i rapporti in maniera esclusiva, dando valore infinito alle persone».
La grande sensibilità di Fabio deriva anche dal fatto di avere avuto in casa un fratello disabile, Carlo, anche lui adottato.
«Lui, però, arriva da un’altra storia. Non abbiamo lo stesso sangue. Carlo ha un handicap mentale abbastanza avanzato. Questa esperienza personale ha accresciuto in me la capacità di mettermi nei panni delle altre persone». Poi si lascia scappare una battuta. «Carlo ci ha messo 18 giorni ad arrivare in Ticino. Io tre anni, a causa di un’infinita trafila burocratica. Si vede proprio che già dall’inizio ero un caso perso».

Una vita senza spartiti
Un’esistenza sul filo, condotta alla ricerca della propria identità. Il giovane ricorda le estati all’alpe Zaria, sopra Fusio. «A otto anni mungevo le mucche e le portavo al pascolo». E quando parla dei nonni, si emoziona. «Vivevano entrambi con noi, a Minusio. Con mia nonna Maria avevo un rapporto bello, ma conflittuale. Da piccolo mi arrampicavo ovunque e lei si disperava. Mio nonno Alfonso, invece, lo vedevo come un eroe. Avevo anche un ottimo rapporto con i nonni di Airolo, vivevano nella casa dei miei sogni». Sembra un duro, Fabio, quando te lo ritrovi davanti per la prima volta. Lo vedi fare lo stand sul bancone di un bar e ti sembra un super uomo. «Da piccolo avevo un sacco di problemi fisici. Non sono mai tornato nel posto in cui sono nato. E non voglio nemmeno farlo. In Brasile ci vado solo per le riunioni con lo staff della nazionale di sci». Un ragazzo che crede fermamente nella parola data. «Una volta che dico una cosa, la faccio». E che è dotato di capacità al di sopra della media. Fabio suona il pianoforte, la batteria, senza avere alcuna base. «Faccio tutto a orecchio, un po’ come nella vita. Non leggo gli spartiti. Ma se sento qualsiasi brano alla radio, lo so riprodurre. Suonare per me è come fare un dialogo. Mi metto al pianoforte e parlo con “lui”. Ai ragazzi del MultiSkill Team lo dico sempre: “prima arrivano testa e cuore. Per la tecnica c’è tempo”».

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