«L'amore per la fisica? Me l'ha trasmesso il mio insegnante al liceo.»

«Io, cervellone? Niente stereotipi»

Arthur Jaques, 18enne di Massagno, rappresenterà la Svizzera alle imminenti Olimpiadi internazionali della fisica, in programma in Portogallo. Ma non azzardatevi a definirlo "piccolo Einstein". 

TESTO: PATRICK MANCINI - FOTO: MELANIE TÜRKYLMAZ

La faccia non è quella del classico secchione. Eppure, Arthur Jaques, 18 anni, ha le stigmate del cervellone. A fine marzo, ad Aarau, ha trionfato in un durissimo test di fisica, della durata di ben cinque ore, organizzato dalle Olimpiadi della Scienza. Grazie a quell’exploit, dal 21 al 29 luglio, con altri quattro giovani rossocrociati, rappresenterà la Svizzera alle Olimpiadi Internazionali della fisica in programma a Lisbona, in Portogallo. «Ma non mi sento un superdotato – assicura con ironia –. Mi piacciono il pallone, lo sci, il windsurf e le belle ragazze. Tranquilli, non sono un alieno».
Fino a giugno studente al Liceo Lugano 2, Arthur è cresciuto e vive a Massagno. Anche se al momento sta seguendo la scuola reclute a Coira. «Come ricognitore, nel reparto fanteria. In pratica sono una specie di esploratore». Per andare in Portogallo, beneficerà di un congedo particolare. «Sfiderò candidati provenienti da oltre 60 nazioni. Ci saranno una parte pratica e una parte teorica. Sarà una competizione che mi darà filo da torcere. Ma, in fondo, io non vado lì per vincere a tutti i costi. Mi siederò al banco, cercherò di affrontare le prove che mi saranno richieste in assoluta tranquillità. E poi quel che succede, succede. Già il fatto di esserci arrivato è un bel traguardo». Stupisce per la sua qualità di espressione, per la padronanza del linguaggio. Arthur, con quella sua leggera erre moscia, appare come un ragazzo educato, dalle maniere gentili. «L’amore per la fisica? Me l’ha trasmesso un mio insegnante del liceo». Il resto arriva da madre natura. «Mi ritengo una persona fortunata, riesco a captare con una certa semplicità i concetti chiave legati all’ambito della fisica. Mi viene spontaneo».   

Arthur Jaques ha conquistato la medaglia d'oro nella scorsa edizione delle Olimpiadi svizzere della fisica.

L’anno che verrà
Era da 13 anni, dall’exploit di Michele Dolfi, che un ticinese non riusciva a vincere l’oro nella competizione nazionale dedicata alla fisica. Arthur ce l’ha fatta. «Quando arrivi ad Aarau, il primo aneddoto che ti raccontano è che proprio lì ha conseguito la maturità Albert Einstein». Mica male per uno che mira a fare carriera nel ramo della ricerca scientifica. «Mi piacerebbe studiare scienze cognitive. E un giorno potrei lavorare anche in Ticino. Si parla tanto della fuga dei cervelli dalla Svizzera italiana. Ma penso che anche da noi ci siano belle possibilità». Il 18enne non sa ancora esattamente quando inizierà l’università. «Il servizio militare terminerà a ottobre, e a quel punto l’università sarà già iniziata. Inserirsi in una facoltà, in corso d’opera, potrebbe essere difficoltoso. Forse starò fermo un anno. E in quel periodo potrei lavorare e fare volontariato. Ci sto pensando».    

Ordine e solidarietà
Papà vodese, mamma di Bellinzona, due genitori laureati in legge. E una sorella maggiore che studia scienze della vita. «A casa fanno tutti il tifo per me, anche in ottica futura», ammette Arthur. E poi ironizza: «Ma per ora mi tocca concentrarmi sul quotidiano. A Coira ci si alza tutte le mattine alle cinque e mezza. Una levataccia tremenda. La scuola reclute mi sta formando il carattere. Mi colpisce l’ordine eccezionale e la rapidità di esecuzione che mi vengono richiesti. Sono cose che non fanno propriamente parte del mio carattere».
In caserma, tuttavia, il 18enne di Massagno vive anche esperienze più piacevoli. «C’è davvero una bella compagnia. Il clima è di grande solidarietà, il gruppo è forte e unito. Io, essendo ticinese, rappresento una minoranza. Ma nessuno me lo fa notare. In questo senso, il servizio militare rappresenta una bella opportunità per abbattere pregiudizi e ostacoli linguistici. Peccato che la città di Coira non ce la facciano vedere molto. Finora ci sono stato solo due volte».   
Si torna a parlare della trasferta portoghese. Dell’adrenalina che, prima o poi, salirà. «Io non so neanche bene come sia arrivato a tutto ciò. Non sono una persona che si ammazza di studio. Se c’è da studiare, lo faccio. Ma non sto ore e ore chiuso nella mia stanza a fare calcoli e a buttare giù formule. È uno stereotipo che non mi appartiene. Anzi, spesso preferisco starmene all’aria aperta, in mezzo alla natura». Arthur è pronto a togliersi, provvisoriamente, il grigioverde di dosso. E con lo zaino in spalla si appresta a prendere il volo per Lisbona. Con il suo sguardo spensierato e con la sua capacità di farsi scivolare le paure addosso. «Si dice che sognare non costi nulla. Ma i sogni sono un po’ destinati a essere rimessi in discussione dagli eventi. Si arriva, dove si arriva. Cerco, nel limite del possibile, di essere pragmatico. Di vivere giorno per giorno. È la ricetta migliore per stare bene».

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