tempo libero&cultura 

Un Paese magico sotto la dittatura

Testo e foto: Graziano Benedetti
Stampare Inviare
Una ragazzina sorridente, con il tipico trucco birmano sulle gote.
Piccole venditrici per turisti, con le sacche di tela, a Indaein.
Lo splendido Shwezigon Paya, nella valle di Bagan.
Una donna offre a tre giovani monaci del riso, nella regione del lago Inle.
Myanmar in pillole

Natura, religione, politica Il Myanmar (ex Birmania dopo il colpo di stato del 1989) si trova nel sud-est asiatico e confina con Cina, Bangladesh, Laos, Thailandia. È governato da una giunta militare totalitaria. Nel 2006 la capitale politica è stata spostata da Rangoon (oggi Yangoon) a Naypyidaw. La popolazione: 51 milioni su un territorio grande poco più della Francia. Lingua ufficiale: il birmano. Religione: 90% buddista. Gli scambi commerciali sono ridotti a causa dell’embargo, ma fiorenti con Cina e India. Produzione: riso, petrolio e legname, tra cui il teak, di cui il Myanmar è il maggiore produttore mondiale. La moneta Kyat birmano equivale a circa un dollaro Usa. Non è richiesta alcuna profilassi medica obbligatoria. Il visto si ottiene in una settimana presso il Consolato generale di Myanmar a Ginevra. Per uscire dal Paese il visto costa 10 $. Periodo migliore per visitare il Myanmar: da novembre ad aprile. Guide consigliate: Myanmar (EDT-Lonely Planet), Strade di bambù, di Marco del Corona (Edt), Giorni in Birmania, di George Orwell (Mondadori), Cuore di tenebra, di Joseph Conrad (Einaudi). Siete interessati a un viaggio in Myanmar? Allora consultate il nostro sito internet.

Il Myanmar, ex Birmania, è noto per la sua dittatura militare repressiva. Ma è anche un Paese di una bellezza unica, ricco di templi e una natura incontaminata. Un viaggio tra le sue contraddizioni.

La mongolfiera si libra dolcemente e appare la sagoma maestosa e dorata della Shwezigon Paya. Ci stacchiamo sempre di più e le prime luci dell’alba ci consentono di ammirare uno spettacolo unico nella sua immensità. Ovunque pagode di varie dimensioni, tra cui il Sulamani Phato, il Dahammayangy Patho e l’aggraziato Ananda Patho. Tutto intorno il silenzio, rotto ogni tanto dai bambini che, da sotto, gridano hello, hello, in un turbinio di braccia e di felicità. Siamo nella mitica Bagan, patrimonio mondiale dell’umanità. Un’immensa pianura di templi, campi arati… e qualche turista. Qui sono stato diversi anni fa. Ora, con maggiore esperienza e libero da vincoli, mi muovo su una vecchia bicicletta, che mi permette un contatto diretto con la gente.

Siamo in Myanmar/Birmania, tristemente noto per il suo governo militare corrotto e repressivo, che rifiuta ogni apertura democratica. Il Paese del premio Nobel per la pace Aung San Suu Kyi. È giusto visitarlo come turista? Non si rischia così di sostenere indirettamente la dittatura militare? Dilemmi etici legittimi. Ma un viaggio in Myanmar è anche un modo per vedere con i propri occhi la realtà sociopolitica di questo Paese, i diritti umani calpestati ed essere più critici. Vedo un ampio cortile polveroso con la bandiera birmana ed entro. È una scuola. Vengo subito circondato da ragazzini che, con mio stupore, all’unisono mi gridano di non scattare foto. Chiedo alla maestra il permesso, ?? ?? ma, imbarazzata, non risponde. Mi si avvicina allora un funzionario ammonendomi che non è consentito fotografare le scuole. Insisto e mi lascia fare due scatti generici, poi, cortesemente, mi accompagna al cancello, minacciandomi di chiamare la polizia… Raggiungo lo splendido tempio di Ananda, singolare «Phato» (tempio) a forma di pannocchia. Mi tolgo le scarpe ed entro: due anziane incallite fumatrici di tabacco mi guardano con aria persa e rassegnata, tipica di questa gente che combatte un sistema totalitario tra i più brutali al mondo. Fuori dal tempio una miriade di giovani e bambini tentano di vendere cartoline o l’edizione in inglese del romanzo «Giorni in Birmania», di George Orwell.

È tardi, la strada del rientro è lunga, la bicicletta è pesante e… senza luci. Una bella avventura tornare al mio resort! Sulla strada mi fermo a mangiare in un ristorantino frequentato da soli locali. Mi guardano sbigottiti. Ordino riso e pesciolini fritti, quello che hanno. Mangio con appetito e comunico con loro solo con gli occhi ed il sorriso, più coinvolgenti di mille parole. Infine, il conto: meno di un dollaro! La responsabile birmana del resort, dove alloggio, mi racconta della situazione politica attuale: qualcosa si sta muovendo, dice, ma è troppo, troppo poco. La gente è poverissima e tutte le risorse sono in mano a un’oligarchia. E aggiunge: abbiamo bisogno di voi per sviluppare il turismo, un importante vettore di apertura. Le chiedo con timore e tremore del premio Nobel Aung San Suu Kyi. D’un fiato mi dice che ammira questa donna, ma che forse, il suo modo risoluto di contrapporsi al governo non ha fatto che acuire il conflitto. Meglio la politica dei piccoli passi. Infine, mi chiede se non ho paura a parlare con lei. Avrebbe potuto essere un’attivista del governo e io ritrovarmi in prigione! Dall’aeroporto di Heho, dopo un breve trasferimento in auto sono finalmente presso il meraviglioso lago Inle, nella regione di Shan. Per raggiungere il mio albergo ho bisogno di un barcaiolo. Sul molo ne scelgo uno a caso, per simpatia. Dopo una breve contrattazione lo assoldo per due giorni di escursioni. È giovane, si chiama Jogloi (nome di fantasia), sua moglie aspetta un bambino, è laureato e, come molti altri della sua generazione, in attesa di un lavoro che forse non arriverà mai. Mi porta lungo il lago a visitare dei villaggi galleggianti e soprattutto gli orti galleggianti, vera meraviglia dell’operosità umana. Qui mi avvicino a fotografare gli abili pescatori, noti per il loro tipico modo di remare con una gamba sola, in modo da lasciare le mani libere di occuparsi degli attrezzi per la pesca. Mi porta infine lungo bellissimi canali, dove scopro alcune contadine Shan, che dopo il mercato approfittano dell’acqua per lavarsi.

Indaein la trovo come l’ho lasciata anni prima. Alla fine di un lungo colonnato decine e decine di stupa (tempio) in attesa di un improbabile restauro… Jogloi si ferma al ristorantino della sorella, dove c’è anche sua moglie. Entrambe prodighe di sorrisi, ci preparano il cibo, riso e gamberetti: una delizia. Offro da bere a Jogloi e gli chiedo con un po’ di coraggio cosa ne pensa dell’attuale situazione politica. I suoi occhi si illuminano e mi risponde: «Non abbiamo cannoni e pistole…». Ma le useresti, gli chiedo? «Sì, dobbiamo prendere esempio da quei monaci che hanno perso la vita a

Yangoon, protestando per la nostra libertà. Non avevano niente, solo le mani, e sono stati massacrati dalle forze speciali della polizia». Lo incalzo: «Cosa pensi di me, dei turisti che vengono qui»? Mi sorride e dice: «I turisti mi fanno mangiare, mi danno una speranza!». Abbasso lo sguardo e mi vengono in mente le parole di Lu Zaw (nome di fantasia), la guida birmana che mi ha accompagnato nel mio primo tour: «Vedi straniero, con i tuoi soldi posso comprare l’insulina per guarire mia madre gravemente malata, magari fai poco per il Myanmar, ma per me stai facendo tanto». Sono passati dieci anni e con la mia coscienza mi ritrovo esattamente al punto di partenza. Yangoon, la capitale economica del Paese, mi aspetta come sempre sonnolenta e piacevole. Antichi edifici dall’architettura sinoportoghese sono stati ben restaurati mentre alcuni cadono a pezzi. Mi dirigo verso la maestosa Shwedagon Paya, alta quasi 100 metri, punto di riferimento per tutti. Qui, all’imbrunire, si coglie l’essenza, l’anima del Paese. Centinaia di persone e pellegrini ruotano intorno alla pagoda, pregando e ritrovandosi tra loro. Qui forse si riesce a capire la voglia di speranza, di fede, di misticismo di questo meraviglioso popolo.


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