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L'Asia che avanza a grandi passi

Testo: Pablo Davila Foto: Charly Rappo / Archive.ch
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Uli Sigg è il commissario generale per la partecipazione della Svizzera all'Expo 2010 a Shanghai.
Il ritratto
Uli Sigg

Nato nel 1946, Uli Sigg ha studiato giurisprudenza all’Università di Zurigo, poi ha iniziato la carriera professionale come giornalista per la società Ringier. Nel 1977 passa al gruppo Schindler e tre anni più tardi ottiene il 1° accordo d’associazione fra la Cina e una società occidentale. Resterà all’interno del gruppo fino alla fine degli anni ’90. Dal 1995 al 1998 è ambasciatore svizzero a Pechino (Repubblica popolare cinese, Corea del Nord, Mongolia). Ritiratosi dalla vita diplomatica, comincia a far conoscere al mondo l’arte cinese contemporanea, non solo grazie alla sua favolosa collezione, ma anche attraverso il «Contemporary Chinese Art Award» da lui creato nel 1998. Uli Sigg è vicepresidente del Consiglio d’amministrazione del gruppo Ringier.

Uli Sigg è il commissario generale del padiglione svizzero a Shanghai all'Expo 2010. L’ex ambasciatore ci parla dell’Impero di mezzo.

 

Uomo d’affari, grande collezionista d’arte cinese contemporanea ed ex ambasciatore della Svizzera a Pechino, Uli Sigg è il «Commissario generale» per la partecipazione della Svizzera all’Esposizione Universale 2010 a Shanghai. Lo abbiamo incontrato a casa sua, nel castello a Mausensee (LU) sulle rive del lago.

Cooperazione: Come spiega il sentimento di timore che prova l’Occidente, e anche la Svizzera, nei confronti della Cina?
Uli Sigg:
È conseguenza soprattutto del fatto che noi siamo dei nani, mentre la Cina è un continente. Geograficamente vi si trova di tutto, nel Paese risedono una cinquantina di popoli diversi. Tali timori sono anche frutto di una mancanza d’informazione. Ancora dieci anni fa, erano pochi i giornalisti che riuscivano a piazzare nei media europei degli articoli sulla Cina. A quell’epoca si trovava al massimo qualche pezzo sul tema dei diritti dell’uomo, sui panda oppure sul Dalai Lama. Oggi, perlomeno, si registra un atteggiamento diverso. Il timore è però anche frutto dello sviluppo economico esponenziale che ha conosciuto il Paese.

Gli esperti sostengono che per dialogare con i cinesi sia necessario comprendere la loro mentalità. Ma la Cina cerca di comprendere la nostra?
Le nostre inchieste rivelano che la Svizzera gode di un’ottima immagine presso l’opinione pubblica cinese. Siamo minuscoli in confronto alla Cina, eppure non c’è cinese che ignori la nostra esistenza. Ci vedono attraverso cliché, quali «gli orologi» e «il paradiso della natura», ma anche come «Paese vuoto»: quando i cinesi visitano la Svizzera si chiedono dove siano finiti i suoi abitanti. Le classi dirigenti, per contro, ci conoscono molto meglio, in particolare grazie alle organizzazioni internazionali con sede a Ginevra.

La neutralità svizzera gioca a nostro favore?
Diciamo che non è uno svantaggio. L’elemento determinante è che noi non abbiamo un passato da colonizzatori. L’epoca coloniale rimane un ricordo doloroso per i cinesi. Siamo stati il primo paese diplomaticamente riconosciuto dalla «nuova Cina», sessant’anni or sono.

Quale arte ci consente di conoscere meglio lo spirito dell’Impero di Mezzo, quella tradizionale o quella contemporanea?
È una domanda difficile. L’arte cinese vanta una tradizione plurimillenaria ininterrotta. L’arte tradizionale ci illustra le radici della mentalità cinese. Tuttavia non è sufficiente per spiegare completamente la mentalità di oggi, poiché ci sono state delle grandi spaccature. La prima è legata ai colonizzatori, che fecero irruzione in un mondo del tutto autosufficiente. La seconda, invece, è l’ascesa del marxismo con Mao. L’odierna Cina è il prodotto di tutti questi influssi.

L’ideologia ereditata dal comunismo non oscura forse la sua vera identità?
Al centro dell’attenzione c’è la volontà, o meglio la buona volontà, di affrontare sempre i cambiamenti, di assimilare quello che viene dall’estero per poi adattare gli elementi nuovi all’identità cinese. Da un lato esiste, infatti, un’antica tradizione e dall’altro c’è un paese in rapida trasformazione, che accetta le novità con un’energia e un coraggio impossibili da trovare altrove.

Si tratta di coraggio oppure di rassegnazione di fronte all’autorità?
In Cina, conformarsi all’ambiente è una strategia di sopravvivenza. Si deve cercare di comprendere questo atteggiamento. È ormai da millenni che i cinesi hanno imparato a seguire la corrente. Il cinese, in quanto individuo, è uno fra 1,3 miliardi di persone: un fatto che cambia in modo considerevole la visione che si può avere della propria individualità e delle proprie certezze. È vero, molti cinesi soffrono di questo fatto, ciò è fuori dubbio

Che fine ha fatto il taoismo?
L’ideologia marxista in Cina ha lasciato dietro di sé un grande vuoto spirituale. Il materialismo non ha colmato tutte le necessità dei cinesi; è per questo motivo che lo Stato oggi fonda istituzioni confucianiste dappertutto nel mondo. La figura di Confucio è tornata ad essere quella di un santo nazionale e le pratiche taoiste e buddiste sono di nuovo autorizzate.

Come si deve interpretare l’ostilità nei confronti della questione tibetana e di ogni paese che simpatizza con il dalai lama?
L’opinione pubblica cinese considera il Tibet una «provincia primitiva alla quale si porta la benedizione della civiltà» e non capisce la volontà negativa che rifiuta tale progresso. I dirigenti politici considerano il dalai lama un «separatista», nonostante egli abbia dichiarato innumerevoli volte che questa non sia la sua intenzione. Per il governo, Tenzin Gyatso «non dice la verità». Io non sono dello stesso avviso.

Il baricentro geopolitico del mondo si sta spostando verso il Pacifico?
Indubbiamente, soprattutto se si considera anche l’India. La Cina è diventata il più importante utilizzatore di materie prime e uno dei più grandi consumatori di energia. Inoltre, è il maggior produttore e fabbricante al mondo. Questa nuova ripartizione è in pieno svolgimento e nulla potrà fermarla.

Una benedizione o una maledizione?
Non è che con questo spostamento del baricentro noi non avremo più ragione di esistere. Spetta a noi definire il ruolo che vogliamo avere nel nuovo equilibrio di forze. Un’apertura verso l’Asia non avrà che vantaggi per noi.

Come interpretare lo zelo svizzero all’Esposizione Universale a Shangai?
Al di là della questione economica, molto reale, la Svizzera ci tiene davvero a condividere le sue soluzioni ecologiche con la Cina. Non è che i dirigenti politici, o persino la gente comune, non siano consapevoli degli enormi problemi posti dal fulmineo sviluppo della Cina. Quello che decisamente manca sono soluzioni percorribili, tenendo conto dei capitali necessari per trovare una risposta a tali problemi, in particolare quelli legati all’approvvigionamento idrico oppure allo smaltimento dei rifiuti nelle megalopoli cinesi. La Svizzera ha una funzione da svolgere, non soltanto durante l’esposizione di Shanghai, ma anche in futuro.

Qual è la grande sfida del padiglione svizzero?
Coi suoi 75 milioni di spettatori previsti, sarà un’occasione unica per comunicare l’immagine e la realtà del Paese ai cinesi.

Le esposizioni universali servono a qualche cosa?
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