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Il ritratto Erik Bernasconi È il regista di «Sinestesia» (26 marzo sugli schermi della Svizzera italiana. Nato il 22 gennaio 1973 da madre danese e papà momò, vive a Camorino. A chi gli chiede qual è il suo film preferito risponde: «amo il cinema ben fatto e lo dico con onestà, anche se so di deludere». Il ventaglio di registi di cui si possono vedere le influenze nel suo film: Lars von Trier, Quentin Tarantino e Krysztof Kieslowki. Gli attori che gli piacerebbe dirigere in un prossimo film: «gli interpreti del mio film». Tra i luoghi che gli stanno particolarmente a cuore: Bellinzona, Bologna e Bratislava. |
Erik Bernasconi è regista del film «Sinestesia», candidato a tre Quartz 2010, gli Oscar elvetici che saranno attribuiti il 6 marzo a Lucerna. Abbiamo ripercorso con lui la sua carriera, dalla formazione a questo riuscito esordio cinematografico.
Sinestesia, il suo primo film, è candidato a tre Quartz 2010, gli Oscar elvetici che saranno attribuiti il 6 marzo a Lucerna. Eppure Erik Bernasconi è sereno. «Francamente non ci penso ancora... Un po’ per scaramanzia e un po’ per non innervosirmi e soprattutto perché mi sto ancora gustando il 27 di gennaio». Quel giorno ha saputo che il suo film aveva ricevuto tre nomination: miglior sceneggiatura, interprete femminile e attrice emergente. «Potete immaginare la gioia... Senza retorica, davvero: non me l’aspettavo».
Anche dal 6 marzo Bernasconi non si aspetta nulla, dovesse andargli bene sa già chi deve ringraziare: «tutti, perché il film è il risultato di un lavoro di gruppo. Spero che mi diano abbastanza tempo per farlo... Dovessi vincere il premio per la miglior sceneggiatura, un pensiero particolare andrebbe a Roan Johnson, che è stato mio consulente, e al produttore Villi Hermann». Se ne riparlerà tra pochi giorni, ora è il momento per un flash-back. «Faccio parte della generazione che ha conosciuto la settima arte con le VHS», racconta Bernasconi: «Ricordo comunque con molto affetto il primo film che ho visto al cinema senza i miei genitori: era “Continuavano a chiamarlo Trinità”. È stato un momento straordinario per la mia adolescenza, che ho vissuto al Forum di Bellinzona con mio fratello. Poi in casa è comparso un videoregistratore e di film ho cominciato a guardarne tanti. Per ovvie ragioni, per vedere i cult della storia del cinema in sala ho invece dovuto aspettare. L’opportunità si è presentata nel 2002. Avevo 29 anni e vivevo a Parigi». Nella capitale francese Bernasconi frequentava il Conservatoire Libre du Cinéma Français. «Ho scelto una scuola, perché non me la sentivo di comperare una videocamera e cominciare a sperimentare, come mi consigliavano alcuni cineasti con cui avevo parlato. Forse dipende dal fatto che ero l’unico nella mia cerchia di conoscenze a voler fare un percorso del genere, per cui, non avendo compagni di viaggio, ho preferito la via istituzionale».
Parigi è stato il punto d’arrivo di un cammino abbastanza lungo. «Ho cominciato ad annusare l’idea che mi sarebbe piaciuto fare qualcosa nel cinema quando ero adolescente e verso i sedici anni – visto che non ero abbastanza bravo per giocare a hockey – ho deciso che volevo fare l’attore di teatro o il regista di cinema. Poi però ho sedato questa pulsione, pur continuando a fare teatro amatoriale e ho studiato lettere. All’epoca per me era più facile andare a Friborgo a studiare con gli amici, una materia che comunque mi interessa molto, per cui ho un po’ addormentato il mio percorso. Dopo la laurea mi sono però ricordato della promessa fatta dall’Erik adolescente e dopo un paio di anni trascorsi a insegnare sono partito per la Francia».
Terminata la formazione, Bernasconi è rimasto altri sei mesi a Parigi. «Ho cercato di crearmi una rete di relazioni che mi permettesse di cominciare a fare la gavetta. Proprio quando qualcosa cominciava a muoversi, mi ha chiamato la nostra televisione. Era il 2004 e avevo in tasca un diploma di aiuto-regista». Per Erik Bernasconi il 2004 è anche l’anno di tiKINÒ, la cellula ticinese del Movimento mondiale Kinò, che ha come obbiettivo di favorire la produzione e la distribuzione di cortometraggi senza budget. Quell’anno il nostro interlocutore collabora alla nascita di questa realtà e ne diventa membro attivo. “È stata un’esperienza molto importante: ha confermato che l’energia per creare qualcosa da noi c’è. Per uno che è appena tornato da Parigi è importante. Ricordo che mi sono detto: ok, il Ticino può restare la mia terra. In più con tiKINÒ mi sono sperimentato in vari ruoli del set, imparando a fare il meglio con poco o niente e questo, quando ti ritrovi a fare un film con un budget contenuto, è un atout». Perché ha potuto fare tutta questa pratica? Semplice: Bernasconi ha sempre partecipato volentieri a quello che i tikineasti chiamano i minikabaret: «Sono eventi che si svolgono di solito in un tempo limitato in cui si fanno dei film in gruppo. Ci si incontra al venerdì sera per formare dei gruppi e tirar fuori le idee. Il sabato si gira, la domenica si monta e la domenica sera si proietta. Tutti imparano a fare di tutto. E poi c’è un lato molto ludico che si abbina bene alla professione che ho la fortuna di poter esercitare». Sicuramente gli permette anche di elaborare un po’ della tensione che si accumula quando non hai un reddito fisso: «Ho la fortuna di potermene fregare. Devo mantenere solo me stesso e posso permettermi di vivere con quello che guadagno, che non è poi così poco. E se non dovesse funzionare, posso tornare a insegnare». Non sarebbe comunque facile, così come probabilmente è difficile vivere con la coscienza che d’ora in poi, se vuoi continuare a esistere socialmente, devi realizzare altri film. «Per ora questo aspetto non mi preoccupa. Comunque vada, sono tranquillo: quand’ero adolescente ho deciso che volevo fare il regista, quest’anno l’ho fatto, mi è piaciuto e non chiedo altro che poter continuare».








