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Winterthur (ZH): in terra straniera per lavorare

Testo: Carmela Maccia Foto: Archivio Cooperativa italiana Winterthur, archivio azienda Sulzer di Winterthur
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Il negozio di generi alimentari «Società Cooperativa italiana» con le specialità della gastronomia mediterranea, dove andavano a fare la spesa le migranti.
1962: per la prima volta, alla Sulzer si vedono donne gruiste.
Gruiste bocciate: analisi degli errori commessi.

In terra straniera per lavorare

L’itinerario cittadino «In terra straniera» racconta di donne italiane a Winterthur: lavoro, gioie e dolori vissuti dalle prime migranti negli anni ’60 e ’70.

 

Il viaggio a ritroso durante la visita guidata «Fremde Heimat» (In terra straniera) ripercorre i luoghi in cui negli anni Sessanta e Settanta le migranti italiane del sud lasciavano i luoghi natii per raggiungere quelli in cui il lavoro avrebbe concesso loro una vita migliore. Il nostro viaggio comincia alla stazione di Winterthur, simbolo di arrivi e partenze. «Sono scesa dal treno, era il 12 agosto, il cielo era plumbeo! Mio Dio, fui pervasa dal grigiore, in Italia avevo lasciato il sole…»: è la testimonianza di Paola Tramonti, che Jeannine Stauffer, co-presidente dell’associazione «Frauenstadtrundgang Winterthur» replica. Basta un niente e siamo già nel quartiere Neuwiesen, dove le migranti cominciavano a realizzare il loro sogno. La fabbrica manifatturiera le accoglieva a braccia aperte. La Tricotagefabrik Achtnich+Co (Strickerstrasse) e la Sulzer (Neuwiesenstrasse) testimoniano un passato glorioso, dove le donne italiane lavoratrici e madri trascorrevano la giornata. Il lavoro le aveva portate via dal sud. Si adattavano quindi a ricoprire anche ruoli meno consoni alle donne di allora, come quello di gruiste.

 

La capacità di adattamento delle italiane nella fabbrica spingeva anche le donne indigene a lasciare il focolare domestico e partecipare al boom economico di quegli anni. Ma le italiane erano considerate unicamente come «braccia». A riprova di ciò la difficoltà estrema di trovare casa, quando si poteva lasciare la «baracca», luogo messo a disposizione dal datore di lavoro. «Tanti i pregiudizi di allora, soprattutto la paura di confrontarsi, di partecipare alle problematiche dei nuovi venuti. Fuori dalla fabbrica era tutto più complicato. Ad esempio, per affittare un appartamento, spesso il datore di lavoro o il capo della filiera faceva da garante», spiega Jeannine Stauffer.

 

La quarta tappa del nostro percorso lo testimonia. Finalmente riviviamo i luoghi dell’aggregazione sociale: il «Bünt», l’orto dove si piantavano peperoni, melanzane; la chiesa dei santi Pietro e Paolo, la Missione cattolica con l’annesso asilo, dove i figli dei migranti trascorrevano la loro giornata, mentre le madri erano al lavoro; la scuola elementare Dante Alighieri, che avrebbe dovuto permettere ai figli di non avere problemi scolastici una volta tornati in Italia. Figli che non sono mai rientrati e che tra tante difficiltà hanno completato la loro alfabetizzazione nella scuola pubblica locale. Poi c’era l’associazionismo, nato per tutelare identità e tradizioni, ma con il limite di non favorire e completare il processo di integrazione. Il tedesco, ad esempio, serviva per lavorare, per cui si sviluppava soltanto il microlinguaggio. Socializzare con gli indigeni non era indispensabile, c’erano i conterranei ad allontanare solitudine e nostalgia. Eppoi gli indigeni limitavano il confronto.

 

Anche il negozio di generi alimentari, noto come la «società cooperativa italiana» era un punto di riferimento; con il ristorante «Salmen» (Marktgasse) era il cuore di tutte le specialità gastronomiche mediterranee. Il cerchio si chiude alla stazione di Winterthur, a rappresentare la partenza, dopo aver ricoperto il ruolo di lavoratrici, madri, compagne disposte ad ogni sacrificio per il bene della famiglia. Alcune di loro ritornano con leggerezza, altre invece con sofferenza, perché i figli hanno completato il percorso di integrazione «In terra straniera».

 

Winterthur: Polo industriale

Winterthur (ZH) conta più di 100mila abitanti ed è la sesta città svizzera. Sul piano economico e politico è un centro urbanistico autonomo. Ricca l’attività culturale e turistica. «Fremde Heimat» in italiano «In terra straniera», è l’itinerario che in due ore ripercorre la quotidianità delle migranti italiane, giunte a Winterthur negli anni ’60 -’70. Organizza l’associazione privata «Frauenstadtrundgang Winterthur». Il prossimo appuntamento in lingua tedesca è per il 23 agosto, ore 11.00. Punto di ritrovo la stazione di Winterthur. Il percorso sarà accompagnato da tre donne.

Costo: adulti fr. 22, pensionati e studenti fr. 17. Prevendita: www.ticket_winterthur.ch, tel: 052 267 67 00, tourismus@win.ch. Escursioni private in lingua italiana: info@frauenrundgang. ch, oppure www.frauenrundgang.ch.

 

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