Claude Longchamp (1957) dirige l’istituto di ricerca gfs.bern. |
Il ritratto Claude Longchamp Nato nel 1957, storico di formazione, è fra i più noti analisti politici della Svizzera. Dirige l’istituto di ricerca gfs.bern. Tra i suoi incarichi principali c’è la realizzazione di inchieste sulle votazioni ed elezioni federali per conto della SRG SSR. In questo ruolo è stato talvolta oggetto di critiche, ma la sua rimane una voce ascoltata. Esercita anche attività di consulente politico e guida visite di taglio storico, politico e culturale nella città di Berna. È membro del Partito socialista, ma non fa politica attiva. |
Il noto politologo e sondaggista ci parla delle prossime elezioni al Consiglio federale, del ruolo dei media, di possibili riforme.
Cooperazione: Si è temuto che il parlamento dovesse
affrontare due elezioni al Consiglio federale in due sessioni
successive. Ora tutto è chiarito, i due ministri saranno eletti in
settembre. Se l’aspettava?
Claude
Longchamp:?No, fino all’ultimo momento non ci credevano neppure i due
diretti interessati, i consiglieri federali Leuenberger e Merz. Per
fortuna ora il processo è stato riportato su binari normali. Queste
elezioni potrebbero marcare una cesura, un nuovo inizio per il governo.
Sarebbe un segno di svolta importante rispetto alla difficile situazione
vissuta durante le discussioni sul segreto bancario, quando sembrava
che il governo si stesse spaccando.
Cosa ha indotto secondo lei Moritz Leuenberger ad
anticipare le sue dimissioni?
C’è stata una
forte reazione dell’opinione pubblica, trasversale a tutti i partiti.
Credo che questa sia stata la causa principale. È anche questo indice di
una presa di coscienza: i politici non sono individui che possono
decidere da soli, operano sempre sotto lo sguardo dell’opinione
pubblica. Moritz Leuenberger ha capito di potersene andare da uomo di
Stato, facendo nello stesso tempo un favore al suo partito.
Sembra ci siano le premesse per
un’elezione ordinata, senza troppi colpi di scena. Pensa che i partiti e
i media sapranno cogliere l’occasione?
Oggi le
elezioni al Consiglio federale sono al centro dell’attenzione
mediatica. È una tendenza generale, nella nostra società; deriva in
fondo da un bisogno di maggior trasparenza. In questo senso, non è in sé
un fenomeno negativo. Ma può avere aspetti negativi, come si è già
visto in passato. Il primo si manifesta in attacchi personali; tutti
ricordano la campagna contro la socialista Christiane Brunner. L’altro è
il tentativo dei media di dettare il nome dei candidati. È accaduto per
esempio nel 1999, dopo le dimissioni dei due consiglieri federali
Flavio Cotti e Arnold Koller. Al momento non vedo però segnali in questo
senso.
Non si aspetta
sorprese?
Dipende da cosa s’intende per
sorpresa. Di fatto, ci sono due candidate favorite: Simonetta Sommaruga
per il partito socialista e Karin Keller-Sutter per i liberali-radicali.
La prima è molto popolare, la seconda è favorita soprattutto per motivi
di politica regionale. Probabilmente ci sarà una discussione sulla
presenza di cinque donne in governo. Nessun governo al mondo ha una
quota femminile del 73%. A soli quarant’anni dalla concessione del voto
alle donne, la Svizzera diventerebbe campione della presenza femminile
in governo. Un fenomeno fantastico, anche dal punto di vista
dell’immagine.
Si discute anche
della rappresentanza della Svizzera italiana in governo...
Se guardiamo alla storia della Confederazione, non si può
dire che la Svizzera italiana sia stata sottorappresentata. Prima e
durante la guerra, per motivi di politica linguistica, la Svizzera
italiana aveva un posto assicurato in governo. La situazione è cambiata
con la formula magica. La Svizzera italiana deve comunque accettare di
essere una minoranza. E imparare che per avere successo, una candidatura
deve essere sostenuta da un partito forte e preparata per tempo.
Che ne pensa dell’idea di fare eleggere il Consiglio
federale dal popolo?
Sono un avversario
dichiarato di quest’idea. Non farebbe che aumentare la mediatizzazione
della politica e le tendenze individualiste all’interno del governo. Io
avrei un’alternativa: limitare a otto anni il mandato dei consiglieri
federali, riducendo anche le possibilità di dimissioni prima della
scadenza del mandato.









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