Il ritratto Dominique Baettig Dominique Baettig, psichiatra di Délemont nato nel 1953, è stato eletto in Consiglio nazionale nel 2007 per l'UDC. Fra i temi principali della sua attività politica ci sono l’immigrazione e l’integrazione europea. Ha militato in gioventù in organizzazioni di estrema destra. È considerato ideologicamente vicino al movimento identitario, che basa il suo impegno politico su principi etnici. In una recente mozione ha chiesto al governo di adottare modifiche costituzionali che permettano alle regioni limitrofe, se lo vogliono, di aderire alla Svizzera. Sul tema è in discussione anche il lancio di un’iniziativa popolare. |
l deputato UDC giurassiano Baettig spiega la sua idea-provocazione di permettere alle regioni europee limitrofe di aderire alla Svizzera.
Cooperazione: Signor Baettig, lei propone di offrire
alle regioni limitrofe alla Svizzera la possibilità di aderire alla
Confederazione. Sogna una Grande Svizzera?
Dominique
Baettig: La Svizzera è una voce contro le potenze, è una maniera di
vivere, senza pretese imperialiste o egemoniche. Per questo le parole
come Grande Svizzera o annessione mi urtano. La mia è un’offerta di
condivisione di sovranità. È una maniera di proteggersi contro l’Unione
europea, di offrire un’alternativa politica.
La sua proposta ha avuto un’enorme eco. Se l’aspettava?
No. È vero però che non mi sono lanciato su un terreno
completamente sconosciuto. Conoscevo già queste regioni legate
alla storia della Svizzera, il Voralberg, Como, Varese, la Savoia. C’è
un terreno storico e filosofico comune. Del resto i frontalieri che
vengono a lavorare qui sono un plebiscito quotidiano a favore
dell’economia, del modo di vivere, della sicurezza della Svizzera.
Sapevo di non muovermi su un terreno ostile. E poi volevo giocare
d’anticipo sul dibattito attorno alle relazioni Svizzera-Europa. Era un
modo di organizzare un contrattacco strategico.
Una provocazione?
Oggi per
accedere al dibattito bisogna distinguersi e uscire dai sentieri
battuti. In sé questo non mi disturba. Quello che mi urta semmai è la
disinformazione. La mia è stata considerata all’inizio l’idea di un
folle, un segno di arroganza. Poi sono arrivati sondaggi dalle regioni
limitrofe, dove il consenso alla mia proposta ha talvolta superato il
50%. La democrazia svizzera è un modo di vivere insieme, una democrazia
di prossimità. È un’ottima alternativa all’Unione europea. E c’è un
terreno culturale e politico favorevole. La globalizzazione, da una
parte, e dall’altra i cittadini che hanno sempre più voglia di
regionalismo, di controllo sul potere politico: c’è questa tendenza in
tutta l’Europa.
Al di là della
sua proposta, non vede altre vie più realistiche per sviluppare i
rapporti con l’Europa, oggi che la via bilaterale sembra diventata
impraticabile?
Io concepisco la mia azione
politica come atto di resistenza passiva, morale, politica, culturale
verso l’Unione Europea. Bisogna mettere il massimo di granelli di sabbia
nella macchina perché non vada troppo in fretta. Credo che il tempo
giochi a nostro favore: l’Unione europea è destinata a crollare, in un
futuro più o meno prossimo. È una guerra asimmetrica, certo, ma con
delle tecniche di guerriglia possiamo frenare il processo, in attesa che
il sistema collassi e che le sovranità nazionali si ristabiliscano.
L’identità ha per lei un ruolo
importante...
La mia riflessione è anche
identitaria, per me le radici, la cultura, la storia locale e regionale
sono questioni fondamentali. Se mi sono presentato in politica, è perché
ritengo che la democrazia diretta alla maniera svizzera sia uno degli
strumenti più possenti – in una logica di rapporti di forza asimmetrici –
per proteggersi contro la perdita d’identità causata dalla
globalizzazione. La sola maniera di affrontare le grandi potenze è il
locale, non la costruzione di un’altra grande potenza.
In passato lei ha militato in organizzazioni di estrema
destra...
Ho fatto allora un’esperienza che è
il contrario di quanto sostengo oggi. Quando ero giovane e militante ero
un partigiano della costruzione europea, come contrappeso all’Unione
sovietica e agli Stati Uniti. Le preoccupazioni per l’avvenire del paese
e per le minacce culturali dell’immigrazione mi sono rimaste. Continuo a
sostenere, come all’epoca, la causa palestinese. Nel frattempo ho
appreso il rispetto della democrazia e dello stato di diritto. Per me la
politica è un luogo in cui si discute e si rispetta l’avversario.









Commenti dei lettori (4).