Elena Ghielmini ama passeggiare sulle rive del laghetto di Muzzano, ma la sua vera passione è la montagna. |
In pillole Elena Ghielmini Attinente di Canobbio, è nata il 14 novembre 1942 a Sorengo, dove risiede tuttora. È autrice di diverse raccolte di poesie in dialetto «di Lugano»: «Strad, Sentee, Gent», «Scai da pèll», «Nei giorni il soffio», «Di radìs la vus», «A passi sospesi», «Le madri», «Il popolo degli ulivi». L’ultimo libro, «Cerc slungaa» (Edizioni Ulivo, 2008) segna il ritorno parziale all’italiano, con traduzione a fronte. Si definisce: «ticinese doc». Scrive poesie dall’età di 15 anni. Ha studiato lingue e commercio a Zugo e inglese a Bornemouth (Inghilterra). È appassionata di escursionismo in montagna ed è membro dell’Associazione autrici e autori della Svizzera e del P.E.N. Club International. Nel 2009, per la sezione dialetti lombardi, ha vinto il premio internazionale di poesia «Città di Legnano-Giuseppe Tirinnanzi». |
Elena Ghielmini è una poetessa dialettale. Ha pubblicato diverse raccolte di poesie in dialetto «di Lugano». Timida e riservata, con una carriera in banca, per lei la poesia è un modo di comunicare, intimo e segreto.
La mia lingua madre è il dialetto», afferma Elena Ghielmini. Per lei l’italiano rimane la seconda lingua. L’italiano l’ha imparato a scuola, in prima elementare «senza faticare». Una realtà ancora imperante nel Ticino degli anni ’50. E così Elena è subito proiettata nel bilinguismo. Per lei è, oltre che arricchimento, un aiuto per l’assimilazione di altre lingue. La poetessa in dialetto di Lugano lo dimostra: padroneggia tedesco, francese, inglese e ha persino scritto in altre lingue: «Mi sono divertita con una trentina di versi in spagnolo solo perché questo idioma mi ispira».
Gli esordi furono in italiano, mentre frequentava le scuole commerciali all’Istituto Maria Opferung a Zugo. Condannati al cassetto i primi tentativi. Le cinquecento poesie successive vedranno la luce in una prima raccolta «Riciam da cà nòssa» nel 1977. Seguiranno altri sette libri. L’ultimo, «Cerc slungaa» (Edizioni Ulivo), segna il ritorno parziale all’italiano, con traduzione a fronte. L’autrice progetta la pubblicazione di una raccolta di poesie in lingua: «Solo quando iniziai a scrivere in dialetto sentii la necessità di condividere. La poesia è per me un modo di comunicare e, un giorno, doveva pur concretizzarsi». Elena è riservata – «timida» dice lei –, aggiungendo: «Rimango volentieri nell’angolo, seppure fortemente attratta dall’essere umano e dall’incognito». Così, per scoprire l’altro, ha anche viaggiato parecchio. «Mi mancano la Russia e l’America latina – scherza – ma non è mai troppo tardi per completare il mio periplo».
Frammenti di viaggio, atmosfere, incontri ricompaiono senza esotismo nelle sue poesie che trattano di temi e di sentimenti universali. Di natura solitaria e contemplativa, Elena passeggia volentieri, alle soglie di casa sua, sulle rive del laghetto di Muzzano, ma rimane affascinata dalla montagna. Membro del Club Alpino Svizzero e degli Amici della Natura, per anni ha partecipato a numerose escursioni sia d’estate sia d’inverno. La donna tanto fragile, iper-emotiva, iper-sensibile e persino iper-sensitiva sente aleggiare chi se n’è andato troppo presto e comunica, complice la poesia, «con quii da là». «Nella creatività c’è pure il rovescio della medaglia. La vita, per i “senza pelle” non è esente dalla sofferenza in genere. Gli abusi sui bambini mi straziano; il dolore dei piccoli, degli indifesi, come quello dei vecchi, mi toccano nel profondo, spesso ispirandomi…».
Anche se il dialetto è lingua antica, viscerale, radicata nella terra, alla poetessa d’oggi le parole non mancano per parlare del mondo moderno, dei cambiamenti, e di parecchie problematiche dell’anima. «Presto si dovrà consultare il vocabolario dei dialetti per capire idiomi legati alla nostra eredità terragna». Una carriera in banca, un settore che sorprende, poiché non sembra la fonte di ispirazione ideale per la poesia, ma Elena reagisce: «Le due attività non erano in contraddizione e si completavano persino. I primi lettori erano spesso i miei clienti ora rimasti miei amici. Ma erano altri tempi. Potevo svolgere il mio lavoro in modo autonomo, con regole ben precise da rispettare. Il rapporto con la clientela era più personale, più intenso e il contatto giornaliero con i clienti aveva grande importanza. La poesia rimane un modo più intimo, più segreto per comunicare».
Elena si era innamorata di poesia sin dall’adolescenza, quando iniziò a farla uscire dal suo guscio, dove stava rintanata da anni. «Aspettavo solo il momento opportuno per trasformare tutto quello che sentivo dentro di me e per elaborare le parole giuste per esprimermi». Ungaretti l’ha ispirata molto; si sente in sintonia con lui. Ma ammira anche Montale e Quasimodo e percepice una grande affinità con le poetesse Alfonsina Storni e Alda Merini. «In passato, per la donna, non era sempre facile essere riconosciuta come poetessa e ancora meno potere vivere della propria arte. Mia madre si ribellava contro questa mia ossessione, ripetendo: ”Bèla la puesia ma, bèll ti bèll mi, cosa mangium a mesdì”. Io sono andata avanti per la mia strada indipendentemente dal fatto di essere donna. La poesia era un’esigenza troppo forte dentro di me. E per fortuna sono stata sostenuta da persone che mi hanno preso a cuore scrivendo prefazioni ammalianti ai miei libri: Luigi Caglio, Dalmazio Ambrosioni, Vinicio Salati, Grytzko Mascioni, Franca Cleis. Recentemente, Renato Martinoni – pur non conoscendomi – ha penetrato il mio intimo più segreto. Nei suoi testi mi riconosco e mi sento quasi a disagio».
La poesia di Elena Ghielmini è ermetica, intimista, essenziale e persino metafisica, fatta di sogni ma nello stesso tempo di realtà. Elena non racconta, ma sussurra, fedele alle sue radici e a se stessa. Nel dialetto ogni parola conta: «Sono felice quando una sola persona legge un mio testo, si sofferma su una parola e la scava».









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