Augusta Balmelli, docente in pensione, apre l’album dei ricordi: 43 anni di insegnamento senza perdere l’entusiasmo. |
In pillole Augusta Balmelli È nata il 24 agosto 1946 a Napoli e attualmente abita a Lugano con suo marito Giorgio. Dopo gli studi magistrali e l’università a Friborgo, ha insegnato cultura italiana ai figli degli emigranti a Neuchâtel. Dal 1968, ha insegnato presso le scuole elementari di vari comuni ticinesi. Dopo dieci anni di Sostegno pedagogico, ha conseguito l’abilitazione all’insegnamento nelle scuole speciali, e ha terminato la sua carriera come direttrice a Barbengo. I suoi ex allievi la ritengono una maestra «severa ma giusta». Da qualche anno collabora con l’ATTE nel servizio di sostegno per ragazzi di scuola media. Dall’età del pensionamento, si è dedicata alla madre ultranovantenne e a suo marito, ma è certa che un giorno potrà realizzare i sogni che ha nel cassetto, tra cui quello di scrivere. |
Augusta Balmelli, docente in pensione, ripercorre quarant’ anni d’insegnamento. E adesso che la scuola è iniziata, i confronti tra passato e presente sono quasi inevitabili…
L’insegnamento è stato un tassello fondamentale della mia vita e mi manca molto», afferma Augusta Balmelli, maestra in pensione, mentre rievoca 43 anni di vissuti fra le aule scolastiche, durante i quali non ha perso nemmeno un briciolo di entusiasmo verso la sua professione. Tanto che ancora oggi, quattro anni dopo aver lasciato ufficialmente la sua carica di direttrice a Barbengo, trova ancora l’occasione di trasmettere il suo sapere, collaborando con l’ATTE, come docente volontaria di sostegno per ragazzi di scuola media in difficoltà. E dire che una delle problematiche più sentite fra le cattedre è proprio la mancanza di motivazione. «Sicuramente la scelta di non fermarmi mai all’interno di un settore scolastico ha contribuito a infondermi entusiasmo; infatti sono passata dall’insegnamento della cultura italiana per ragazzi stranieri alla scuola elementare, poi ho proseguito gli studi per insegnare alle scuole speciali e ho concluso la mia carriera lavorativa da direttrice», spiega Augusta, che riconosce anche l’importanza di aver operato in un periodo di importanti innovazioni: «Da quando ho iniziato ad insegnare – nel 1968 – sino ad ora, sono cambiati i programmi scolastici, i metodi d’insegnamento, il ruolo del docente, i rapporti con allievi e genitori: è stato un susseguirsi di continue novità che sono intervenute a mantenere alta la mia motivazione».
Mentre parla con un filo di nostalgia dei suoi primi anni di insegnamento, dietro a una cattedra rialzata e in una pluriclasse di 33 allievi, dei tempi in cui il «sciur maestro» era il garante di un’istituzione e poteva agire senza che la sua parola venisse messa in continua discussione, Augusta non manca però di sottolineare gli aspetti positivi della scuola moderna: «Se della scuola di una volta rimpiango il rispetto del ruolo del docente e il senso della scuola come istituzione, dei miei ultimi anni d’insegnamento ho apprezzato la possibilità lasciata ai singoli docenti d’impegnarsi nella ricerca, proporre progetti pedagogici e sperimentare. La formazione di questi ultimi anni ha preparato maestri professionisti in grado di osservare e analizzare le situazioni e le problematiche degli allievi, anche se ho l’impressione che, una volta individuato il problema, fanno fatica a trovare i mezzi didattici per consentirne la soluzione. Secondo me, sia da parte della scuola di formazione, sia all’interno degli istituti, occorre porre maggiore attenzione alla didattica disciplinare». Seduta al suo tavolino di fronte a un caffè, Augusta racconta la sua lunga esperienza di ricerca legata ai problemi di comportamento di molti scolari che, con un team di cinque colleghi, è culminata nella realizzazione del noto Conséil de Coopération utilizzato in numerose classi. Prosegue a ruota libera, ammettendo che a mancarle è soprattutto l’ambiente scolastico: il contatto umano con una miriade di menti ideative e uniche che, in un qualche modo, dai bambini ai colleghi, le hanno lasciato un segno.
Le chiediamo come la ricordano i suoi allievi, o alunni, come lei li chiama. «Non parlano di me come di una maestra buona, bensì come di un’educatrice severa ma giusta». Apprezzamento che, coi tempi che corrono, le rendono conferma di quel che è stata la sua più grande sfida nell’ultimo decennio in cui ha insegnato: riuscire a mantenere il suo ruolo di garante dell’istituzione scuola. «Noi sessantottini abbiamo rivendicato a suo tempo libertà e autonomia… In questi ultimi tempi sono stati creati servizi, come mense e doposcuola, senza chiarire che erano servizi. Il docente di oggi è chiamato ad assolvere moltissimi compiti che causano un calo d’investimento sugli obiettivi che la scuola deve porsi in primo luogo: educare e trasmettere sapere ». Anche a costo di essere rigorosi e severi, aggiunge Augusta. «Gli alunni hanno bisogno di maestri autorevoli, i figli di genitori autorevoli. Questo è quanto dovrebbero capire alcuni genitori iperprotettivi che spesso affrontano unilateralmente i comportamenti e i problemi dei loro figli. A loro dico che i bambini hanno bisogno prima di ascolto, poi di regole ben definite, di limiti e di qualche “no”, per costruire uno sviluppo sano della personalità ».
Ascoltiamo Augusta mentre ci parla dei sogni che tiene in serbo per il futuro e dei suoi hobby attuali: oltre alla lettura, ama essere aggiornata sulla vita sociale e istituzionale del paese, tanto che sentendola parlare dialetto a menadito, sembrerebbe che sia nata in una valle ticinese… Scopriamo invece che è cresciuta a Napoli: «Da studentessa, insegnare cultura italiana agli stranieri era il mio sogno. Già allora la camorra rendeva difficile la vita a Napoli, così mia madre, una donna controcorrente, docente attiva e professionista, in una tradizione in cui la donna si dedicava esclusivamente alla casa e ai figli, mi ha incitato a partire. E la ringrazio anche per questo, perché ho conosciuto altre realtà e, una volta arrivata in Ticino, mi sono inserita benissimo fin da subito».








