Solo da un drone era possibile immortalare bus, tunnel e, sullo sfondo, Derborence incastonato nel massiccio dei Diablerets.

Simboli elvetici e tratte da brivido

Autopostali – Con l’autista Antoine Dessimoz percorriamo il tratto più vertiginoso della Svizzera: quello che porta a Derborence, suggestivo luogo vallesano. – Gilles Mauron

Antoine Dessimoz ci accoglie con un grande sorriso e una stretta di mano nel deposito di Daillon, sopra Conthey, dove è parcheggiato l’autobus che ci porterà a Derborence. In tenuta impeccabile, l’autista è pronto per percorrere un tragitto che conosce dall’infanzia. «Guido l’autopostale da 13 anni. Prima facevo il camionista e percorrevo le strade svizzere e quelle italiane. Non avrei mai pensato di fare l’autista di pullman. E invece mi piace moltissimo, soprattutto per il contatto con la gente», spiega il nostro autista, con gli occhiali da sole già sul naso, pronto a mettere in moto il più famoso veicolo giallo. 

  


Prima di imboccare la strada che scorre sull’orlo di vari precipizi, si ferma all’ufficio postale e al chiosco di Erde, paesino sull’altopiano circondato da vigneti, e poi al negozio di alimentari di Aven, un po’ più in alto. «Oltre a pane, insalata e prodotti freschi ai due ristoranti, l’autopostale porta la posta e i giornali alla gente che passa l’estate quassù. A volte ci chiedono anche dei medicinali». Appena usciti dal paese, l’autista aziona con il piede il famoso clacson a tre suoni: «Tuu-ta-too!». L’autobus inizia quindi una virata a 90°, aggira una cresta e si ritrova nel cuore di una falesia che scende a picco per 400 metri sul fiume La Lizerne. Tra le ruote a sinistra e il precipizio, in alcuni punti non c’è più di un metro di distanza. Sul lato opposto del burrone si intravedono lunghe scie color granito che scivolano verso il fondo. «Alcuni passeggeri hanno le vertigini e cambiano posto. Ma nessuno si è mai sentito male» racconta.

Nel ventre della montagna
Girando la testa scorgiamo le cime bianche delle Alpi che si stagliano sul meraviglioso cielo azzurro. Pochi secondi dopo siamo inghiottiti dal buio della galleria che hanno scavato gli abitanti della regione nel 1951, rischiano la propria vita. «La costruzione della diga del Godet, l’attività forestale e i crescenti spostamenti nel settore agricolo hanno richiesto la costruzione di una nuova strada. Prima si passava dalla vecchia strada che vedete qui sopra – dice puntando il dito verso l’alto –. Prima dei lavori, il sindaco del paese era riuscito ad ottenere l’inserimento di aperture lungo le pareti per permettere alle mucche di attraversare la galleria. Dovreste vederle in primavera e in autunno: il suono dei campanacci viene amplificato dalle pareti della galleria e spaventa le povere bestie che la attraversano di tutta corsa!».
Siamo nel ventre della montagna. Con mano sicura Antoine guida il veicolo sfiorando di pochi centimetri le pareti grigie che sfilano davanti ai finestrini. «Durante la guida ho dei parametri di riferimento, attraverso gli specchietti per esempio. Ogni autista ha il suo autobus e lo conosce bene. Gli imprevisti sono molto rari». Il problema principale è un altro. La strada è stretta e non consente che due veicoli si incrocino, tranne nelle apposite aree, che sono note però solo alla gente del posto. Dal 1957, anno di apertura della strada, gli aneddoti si susseguono: «Accade spesso, per esempio, che l’autista debba scendere dall’autobus per prendere il posto di un automobilista spaventato e fare retromarcia al posto suo». Tutti si ricordano di quando hanno dovuto riportare a valle un autobus inglese con volante a sinistra perché l’autista si era spaventato a morte! Dopo quella volta è stato installato un semaforo su cui gli autisti possono attivare il rosso digitando un codice sul proprio cellulare. In questo modo le auto si fermano fino al passaggio dell’autobus. È la fine del famoso clacson? «No, lo suoniamo lo stesso, perché qualcuno potrebbe essere già entrato in galleria; e poi non tutti si accorgono del semaforo».


Una roulotte per la siesta
Dopo aver superato la galleria, Antoine fa una prima sosta: si ferma davanti a una cassetta a forma di arnia per lasciare un giornale e alcune lettere. «A volte le persone ci aspettano lungo la strada. Ci salutano e ci dicono se hanno bisogno di qualcosa». Seconda fermata, Auberge du Godet. Antoine scende dall’autobus ed entra nel caffè salutando i due avventori. La padrona raggiunge Antoine, prende in consegna i rifornimenti attesi e lo ringrazia. Poi Antoine riprende il volante per arrivare al capolinea, il Refuge du Lac, dove ha soggiornato anche lo scrittore Charles Ferdinand Ramuz. Il gestore del locale, Jean-Michel Cajeux, viene incontro all’autista. Si salutano e salgono insieme verso la terrazza. Partendo da Sion alle 9:10, l’autobus arriva a Derborence alle 10:11. Qui il nostro autista è solito schiacciare un pisolino in una roulotte parcheggiata ai margini del bosco. «Un posto semplice, un angolo di paradiso», sorride. Verso le 11 torna da Jean-Michel, che gli ha preparato il piatto del giorno e alle 11:50 inizia la discesa per Sion. Nel pomeriggio farà una seconda corsa
andata e ritorno.
Sono sette gli autisti che si dividono il lavoro. Contrariamente a quanto si potrebbe pensare, questa linea turistica è più stressante delle corse regolari. Non a causa della strada, ma per il flusso dei visitatori: «Soprattutto all’inizio della stagione, l’autobus è preso d’assalto a Sion dai turisti che arrivano con il treno; possono essere molto stressati ed esigenti. Occorre mantenere la calma». A Derborence, la situazione è imprevedibile: «Non si sa mai quanta gente c’è: gli escursionisti vi arrivano dal Sanetsch, dal Pas de Cheville o dal rifugio Rambert. A volte è necessario far venire un secondo autobus per riportarli tutti a valle, specialmente la domenica».
Dopo l’estate, la linea di Derborence torna a essere più tranquilla. In questa stagione sono soprattutto i pensionati a fare le escursioni. Come la maggior parte delle cinquanta corse turistiche servite dall’autopostale, questa linea resta aperta ancora il fine settimana del 7-8 ottobre; l’ultima possibilità per scoprire la natura selvaggia e protetta di questo universo alpino, con le tracce lasciate dalle frane, l’azzurro intenso del lago nonché la fauna e la flora uniche che lo abitano. Ma potete arrivarvi anche a piedi e dormire alla locanda di Jean-Michel, rimessa a nuovo proprio questa primavera. Un’ottima occasione per degustare i prodotti locali. E se volete scovare anche la roulotte di Antoine, aguzzate la vista!


Servizio di: Gilles Mauron
Foto: Olivier Maire
03.10.2017

La più alta, la più lunga e la più ripida

La più alta
La linea dello Stelvio collega la Val Müstair (GR) alla Valtellina in Italia. Sul Passo dello Stelvio (2.757 m) si trova la fermata più alta della Svizzera. Si può tornare in Alta Engadina partendo da Tirano con la Ferrovia Retica, attraversando un magnifico paesaggio. Linea 821, Müstair (GR) – Tirano (I), 02:45, da luglio a ottobre.

La più lunga
Da Meiringen (BE), 8:45 con l’autopostale per attraversare i quattro passi di Grimsel, Novena, San Gottardo, Susten, andata e ritorno. In tutto 10.366 metri di dislivello, vista imponente sui ghiacciai, gole spettacolari e paesini affascinanti. Linea 682, Meiringen-Grimsel-Novena-San Gottardo-Susten-Meiringen, da giugno a ottobre.



La più ripida
A Reichenbach (BE) l’autobus inizia la corsa più ripida d’Europa (28% pendenza) per raggiungere Griesalp, di fronte all’imponente Blüemlisalphorn, nella valle del Kiental. Scoprite un meraviglioso paesaggio con bellissime escursioni. Linea 220 Reichenbach-Kiental-Griesalp, 45 min., da maggio a ottobre.


Foto: mad