Mario Botta è affascinato dalla ruota idraulica del bagno popolare per le cure termali di Baden.

«La Svizzera ha paura del successo»

A colloquio con Mario Botta, che il 1° aprile compie 75 anni. La sua riflessione sul tempo
che passa, la sua idea di architettura, i suoi progetti in corso da Baden (AG) alla Mongolia, la sua città ideale e un aneddoto su Alberto Giacometti e la Svizzera.

TESTO: REINHOLD HÖNLE e ANDREAS W. SCHMID – FOTO: ELENA MONTI

Signor Botta, ci sta rilasciando quest’intervista in occasione di un evento speciale: il suo 75° compleanno...
Sì, sono i miei primi 75 anni! Un tempo consideravo vecchio chi aveva 75 anni. Oggi, però, io non mi sento affatto vecchio. Insomma, mi sono sbagliato per una vita intera! (ride.)

L’età quindi non è che un numero?
Un numero che però ti mostra quanto passa in fretta il tempo. Io non avrei mai pensato di rilasciare interviste a 75 anni... 25 anni mi sembravano già tantissimi, 75 è un traguardo indescrivibile.

Non le mette un po’ di paura?
Ovvio, non è bello invecchiare, perché le prospettive lavorative diminuiscono. La mia vita è il mio lavoro e nel mio lavoro non ho mai pensato al tempo. Ma quando arrivi ai 75 non puoi più far finta di niente.

In che orizzonte temporale pensa il suo lavoro?
Un architetto riceve l’incarico di progettare qualcosa. Mettiamo, per esempio, il caso dello stabilimento termale di Baden (AG), dove ci troviamo adesso per l’intervista. Il tempo passa veloce. E spesso ne passa tanto. A questo progetto, infatti, lavoro ormai da più di una decina d’anni e finora non abbiamo ancora un cantiere, ma solo una buca... Quel che intendo dire è che un architetto ha bisogno di tempo. E a 75 anni presumibilmente non te ne rimane più tantissimo. E anche se credo lavorerò fino a 90 anni, non mi resta molto. Se mi va bene riuscirò al massimo a completare questo stabilimento termale, ma temo nulla di più.

I suoi interessi professionali al momento vertono solo sul suo progetto qui a Baden o ne ha altri in corso?
Solitamente lavoro sempre su più cantieri. Mi inquieta di avere solo un progetto, perché c’è l’idea della fine. Quando lavoro a più progetti contemporaneamente, ce n’è uno allo stadio iniziale, uno in fase di sviluppo e un altro in dirittura d’arrivo. Di norma lavoro su 20 progetti. Per la metà dei quali in maniera intensa. È quello che succede anche a un artista, che non dipinge solo un quadro alla volta, ma ne fa diversi contemporaneamente. Come se ognuno traesse nutrimento dall’altro. Da vecchi progetti ne nascono di nuovi e così via.

Dove si trovano i suoi progetti?
In tutto il mondo: Cina, Corea, India...

Ci va spesso in questi Paesi?
Certo. E i miei progetti mi portano sempre più lontano. In passato mi sembrava già lontano Lugano e non più Mendrisio, dove vivo e dove sono cresciuto. Poi sono arrivati Bellinzona, il San Gottardo e adesso la Cina. E c’è di più, ora devo addirittura costruire una moschea in Mongolia.

Nelle culture non occidentali, come quella cinese, la sua architettura è vista con occhi diversi rispetto alla Svizzera?
Devo dire che i cinesi amano di più i miei lavori, gli svizzeri meno. Capiscono meglio il mio linguaggio e la mia architettura; apprezzano la solidità, la durevolezza. In altri posti la gente preferisce il vetro e gli specchi. L’architetto deve essere capace di interpretare ciò che viene  richiesto. Attualmente sto lavorando qui a Baden, ma anche a Roma, Shanghai, Ahmedabad... Insomma, sento il polso
di tutto il mondo.

Nel suo caso sembra confermato l’adagio sul profeta più apprezzato all’estero che in patria. Nessun rancore?
No, nessun rancore. Ci vuole un po’ di ironia! Vi racconto un aneddoto: nel 1965 conobbi Alberto Giacometti quando da studente lavoravo allo studio di Le Corbusier. Un sabato mi feci coraggio e suonai alla porta del suo atelier. Entrai prima nel piccolo cortiletto e poi nel suo studio, dove con lui c’era anche il fratello Diego. Alberto mi disse: «Oh, poverino, anche tu sei svizzero! Un altro destinato ad arrangiarsi da solo». In effetti, fino alla sua morte nessuna istituzione svizzera ha mai acquistato da Giacometti nemmeno una litografia. Lui ne fu molto amareggiato. È duro da accettare.

Le cose oggi non sono cambiate molto?
No, in Svizzera no, purtroppo.

Se è per questo nemmeno a Basilea hanno voluto intitolare una strada a Roger Federer...
La Svizzera ha paura del successo, preferisce la modestia. Lo posso capire, ma solo fino a un certo punto.

Dipende anche dai soldi? La Svizzera non vuole spendere molto come in altri Paesi?
No, la mia architettura è molto economica. E le mie costruzioni costano non più della media. Il problema non sono i soldi, la pubblicità o la moda. È invece il modo di pensare, la paura del successo. La Svizzera preferisce la modestia. E io devo anche accettarla fino ad un certo punto.

Ma è modestia o mediocrità?
La mediocrità è la figlia un po’ stupida della modestia…

Lei ha progettato 600 edifici, di cui sono stati realizzati 100...
Sono parecchi. Ci sono architetti che si sono fermati a 5.

Che cosa è mancato a quei restanti 500 progetti?
Non rispondevano allo spirito della storia. A me piace l’edificio, non il progetto. Perché l’opera costruita è più forte dell’idea degli architetti. Fa da intermediaria tra persone, ambiente, politica, economia e società. È l’insieme di tutto questo che fa cultura, non il progetto in sé. Ci sono progetti architettonici strepitosi che restano utopia. Un edificio è il punto nel quale idea e realtà convergono. E farle incontrare non è semplice.

Nella mostra “Mario Botta. Spazio Sacro” da poco aperta alla Pinacoteca Casa Rusca a Locarno è tracciato anche un bilancio della sua ricerca architettonica. Di quale delle sue opere va particolarmente fiero?
Non so quale sarà il mio prossimo progetto, ma so per certo che sarà quello il migliore. L’architetto è un artista. Non è mai soddisfatto. Anch’io tento sempre fino all’ultimo di cambiare qualcosa.

Quindi non è mai contento al 100% del risultato?
No, mai.

Le interessano discipline come il Feng Shui?
Sì, anche se non credo si possano trasferire pari pari alle culture occidentali. Al momento sto lavorando in Oriente e mi rendo conto che lì le persone si approcciano a queste teorie in maniera differente. Noi siamo molto più scettici e critici. Anche se mi piace stare ad ascoltare le riflessioni delle altre culture. Non è un caso se ho costruito alcuni edifici religiosi della cultura cristiana, cattolica e riformata, ma anche una sinagoga a Tel Aviv. E questa moschea alla quale sto tutt’ora lavorando.

Qual è la sua città preferita?
Venezia. È la città più moderna. Ha risolto il problema del trasporto di persone e merci attraverso i canali e ha consegnato alla gente le zone pedonali. Anche Le Corbusier sosteneva già negli anni Trenta che Venezia era una città molto moderna.

Lei a Mendrisio abita in una vecchia filanda. Per quale motivo non si è costruito la casa ideale?
Perché per costruire qualcosa io ho bisogno di un committente. Casa nostra l’ha arredata mia moglie; io sono troppo pigro e di troppe poche pretese per farlo. Sono come un calzolaio che gira scalzo. Si deve lavorare per gli altri, non per se stessi.

I suoi tre figli adulti lavorano tutti per il suo studio di architettura. Seguiranno le sue orme?
Sì, è quello che stanno facendo al momento, anche se non so come andrà a finire. Quando non sarò più qui, non potranno più darmi una mano e dovranno arrangiarsi da soli. E non sarà facile.

Lei, si dice, che è uno che lavora giorno e notte…
In effetti faccio questo lavoro dando il 100%, se non di più. Lavoro giorno e notte, e anche i week-end. Non potrei farlo, però, se non avessi accanto una moglie comprensiva e dei figli così. A volte mi sento anche in colpa, ma non posso fare altrimenti.

Non riesce a ritagliarsi nemmeno un minuto libero per coltivare altre passioni?
No, perché l’architettura per me è al tempo stesso lavoro, passione e passatempo: praticamente tutto. E la considero una grande fortuna. Quando sono stanco e sono seduto alla mia scrivania sto bene. Quando sono ammalato, il poter comunque lavorare alla scrivania è per me la migliore medicina.

Come festeggerà il suo compleanno? Ha in programma un evenzo particolare?
No, non ho organizzato niente, nessuna festa. Fossero stati i 25 forse l’avrei fatta, ma 75... Rimando tutto a quando ne farò 100. Se sarò ancora in vita, vi prometto che farò un festone. (sorride)

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