Tutta colpa di Proust

All’Università Alessandra Brambilla sente un passaggio dello scrittore francese e nasce la scintilla per la storia dell’arte. Oggi è collaboratrice scientifica della Pinacoteca Züst di Rancate.– NADIA PASSALACQUA

È “la Nana” che mi accoglie scodinzolando. «Si chiama così perché mia nonna in dialetto mi chiamava sempre “la me Nana”» mi spiega Alessandra Brambilla, collaboratrice scientifica della Pinacoteca Züst di Rancate, appassionata di arte e di natura. Alla nonna, Alessandra era molto legata: non si separa mai da un bellissimo anello con un turchese e da un elegante bracciale in argento che le appartenevano. E da come mi racconta di lei, quasi me la vedo lì davanti la Gianna – così si chiamava – che si rivolge a lei con quel vezzeggiativo affettuoso. «La nonna – continua sorridendo – mi regalava un sacco di bambole, forse perché ero la prima nipote femmina dopo tre figli maschi. Ma non c’era verso, perché a me piacevano i peluches!».


E la predilezione per i peluches da grande si è trasformata in amore per gli animali. «Quando vado a vivere da sola, pensavo, la prima cosa che faccio è prendere un cane». Così è stato. «Ho fatto il trasloco di domenica e il venerdì successivo sono andata a prendere lei» racconta guardando la Nana che nel frattempo si è accoccolata ai suoi piedi. L’altra grande passione, quella per l’arte, Alessandra la alimenta ogni giorno grazie al lavoro che ama. «Pensa che un giorno stavo andando in Pinacoteca e mi hanno fermata ad un posto di blocco chiedendomi dove fossi diretta. Io con grande entusiasmo ho risposto che stavo andando a lavorare. Allora mi hanno guardata, insospettiti, e mi hanno chiesto come mai fossi così contenta. Sono scoppiata a ridere e ho detto, ma scusate io lavoro in un posto bellissimo!». E ridiamo anche noi per questo simpatico aneddoto, come lo faremo spesso nel corso della nostra chiacchierata. Classe ’79, residente nel Mendrisiotto, Alessandra è una donna solare e di una schiettezza determinata. Come quando all’esame di maturità il professore le chiese cosa avrebbe voluto fare dopo il
liceo. «Sto pensando di iscrivermi all’Università, risposi, aggiungendo che stavo ancora decidendo tra biologia e lettere. Lui mi guardò e, davanti a tutta la Commissione, mi disse con aria sprezzante: iscriviti a lettere, così almeno avremo una disoccupata in più». Alessandra mi confessa che per anni ha pensato di finire l’Università, trovare lavoro e ricontattare quel professore. «Poi mi sono detta che la rivincita più grande era la mia felicità. Alla fine forse dovrei anche ringraziarlo, perché mi ha dato una motivazione in più».

Un amore a prima vista
E pensare che poi le lettere le ha accantonate per l’arte. Un colpo di fulmine il suo. «All’epoca a Milano non c’era l’indirizzo in storia dell’arte. A un certo punto, quando si dice i casi della vita, dovevo inserire un esame di storia dell’arte e come tutti gli studenti ero stata divisa in base all’iniziale del mio cognome. Sono capitata con questo professore: entra in aula, non saluta, si siede in cattedra, apre un libro e comincia a leggere un passo. Mi sono bastate tre lezioni: sono tornata a casa da mia mamma e le ho detto “io cambio indirizzo e voglio laurearmi con quel professore”». Il passo era questa citazione dalla “Prigioniera” di Proust: «Alla fine, fu davanti al Vermeer, che ricordava più smagliante, più diverso da tutto quanto conoscesse, ma nel quale, grazie all’articolo del critico, notò per la prima volta dei personaggi in blu, e che la sabbia era rosa, e – infine – la preziosa materia del minuscolo lembo di muro giallo». «Ho capito – mi dice - che il mestiere del critico era proprio far vedere quello che hai lì davanti agli occhi e che non avevi notato». Dopo l’Università Alessandra ha iniziato a lavorare in Pinacoteca e negli anni ha acquisito sempre più mansioni, fino a coordinare diverse mostre, grazie anche alla direttrice Mariangela Agliati Ruggia che ha creduto in lei: «mi ha dato tanto, la possibilità di esprimermi, e per questo le sono molto riconoscente».

Riscoprire il territorio
Il 2018, Anno europeo del patrimonio culturale, ha un significato particolare per lei. «Mi piacerebbe servisse per una riflessione sul ruolo del museo: quello di trasferire il sapere, ma anche di aumentarlo esplorando il territorio. Da noi sono tornate a casa, tramite donazione, alcune opere di Valeria Pasta, figlia di Carlo Pasta, noto personaggio di Mendrisio. Inoltre abbiamo acquistato una tavoletta di Francesco De Tatti battuta all’asta a Zurigo che proveniva dalla chiesa di Rancate. È molto significativo, perché è un pezzo di qui che torna a casa». Se l’arte Alessandra la vive quotidianamente grazie al suo lavoro, è la Nana a ricordarle l’altra sua grande passione, quella per la natura. È proprio lei che arriva scodinzolando a farci capire che il tempo per l’intervista è finito e a reclamare la meritata passeggiata nel bosco.

Pubblicato il: 19.2.2018 / Foto: Sandro Mahler

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