Un "mafioso" nascosto a Balerna

Marco Capodieci, nato e cresciuto nel Mendrisiotto, racconta il suo passaggio dal teatro al cinema. Con ruoli spesso legati a personaggi perfidi. Ora fa pure il malavitoso per la Rai.

TESTO: PATRICK MANCINI – FOTO: ALAIN INTRAINA

Un apprendistato di commercio. Cinque anni come impiegato di banca e in fiduciaria. Poi, un giorno, Marco Capodieci decide di appendere la cravatta al chiodo. Oggi il 40enne di Balerna fa l’attore. E, sempre più spesso, veste i panni del cattivo. Lo fa nella seconda stagione della fiction di Rai Uno, “La mafia uccide solo d’estate”, che andrà in onda a breve, così come lo aveva fatto nel film “Frontaliers Disasters”, cinepanettone nostrano da record. Idem per lo spettacolo teatrale “Amarincontri”, in scena sui palchi della Svizzera italiana e della Lombardia. «Perché mi fanno fare il cattivo? Sarà per la barba – scherza – . Ultimamente mi propongono spesso queste parti. Strano, perché nella vita di tutti i giorni sono un buono».



Il rifugio
Cresciuto nel quartiere di Sant’Antonio, Marco oggi abita in un appartamento di via San Gottardo. È il suo piccolo covo. Il suo rifugio. «Qui vivo le emozioni più grandi. Da qui invio le mie candidature, e qui mi arrivano le risposte. Come quella ricevuta a inizio settembre dall’agenzia italiana che ha deciso di ingaggiarmi per una fiction sulla mafia. Vesto i panni di un perfido marsigliese. Non ci potevo credere. Cercavano un interprete che sapesse parlare con accento francese. Ho mandato alla produzione un video che mi ritraeva mentre recitavo nel secondo film della Palmira. Sono stato preso. In quel preciso istante, ho pensato a tutte le email e a tutti i messaggi che avevo dovuto mandare prima di arrivare a questo traguardo. Il mio è stato un percorso contraddistinto da una lunga gavetta. Vivo un po’ come se fossi una trottola. In alcuni periodi piovono ingaggi, in altri non hai nulla tra le mani. Bisogna essere bravi a colmare i momenti vuoti. Le crisi esistenziali ci sono, eccome, fanno parte del mestiere. E io, per superarle, mi butto nella scrittura. Ho imparato ad accettare i tanti no. Penso sempre che arriverà un’altra opportunità; oggi ho un approccio filosofico verso queste cose».


Attratto dal mistero
Formatosi a Roma, all’Accademia internazionale dell’attore, amante della commedia francese, Marco è autore di due romanzi, “Nettare” ed “Essenza–alchimia”. Ha scritto, inoltre, anche diversi testi teatrali. Pièce, in alcuni casi, da lui stesso dirette. «Sul palco, io gioco. Perché il teatro in fondo è davvero un gioco. Ma è un gioco serio. Ti stacchi completamente dalla tua persona e vesti i panni di un altro. Amo le grandi platee, ma anche recitare negli spazi piccoli. Ad esempio, al Paravento di Locarno, dove si crea una certa intimità tra attore e pubblico. Io ero un bambino timidissimo. Il teatro mi ha insegnato ad affrontare le mie paure. E a caratterizzare molto i personaggi che oggi interpreto al cinema».


Quando deve ricaricarsi, Marco indossa le scarpe da ginnastica ed esce a fare jogging. Corre, corre e corre. Senza una meta ben precisa. Parte e improvvisa. «Come nella vita, in fondo. Non mi piace l’omologazione. Sono uno che vuole essere diverso, che segue una su linea. Sono attratto dai simboli e dal significato spirituale delle cose, dal mistero. Mi piace l’idea che non tutto sia spiegabile scientificamente e razionalmente. E poi ho un pallino: vorrei scoprire qualcosa di più del mio futuro. Se costruisci bene il presente, nel futuro raccogli ottimi frutti. Le incognite mi attirano, ma ho anche la foga di volerle azzerare».



La vocazione di Sandra
Sulle pareti dell’appartamento di via San Gottardo, sono appesi i quadri di Sandra, la sua compagna. Espressivi, profondi e colorati. «Sapete come ha iniziato? Un giorno mi fece un ritratto. Vidi in lei del talento. La spinsi a continuare. Nel frattempo mi ha riempito la casa di dipinti, tutti con una loro storia. Per tanti anni lei ha lavorato in ufficio. E, forse, non sapeva di avere questa sua predisposizione naturale verso l’arte. Ognuno di noi ha doti nascoste. Io me ne accorsi attorno agli 11 anni, inconsciamente, quando recitai in uno spettacolo all’oratorio. Qui a due passi, proprio nel cuore di Balerna. Però all’inizio mi è mancato il coraggio di
seguire quella strada». Si accarezza la barba, Marco. E pensa ai suoi recenti voli a Roma e a Palermo. Sui set della fiction Rai dedicata alla mafia. «Sapete, ho genitori di origini siciliane. Quello della mafia è un tema che mi sta a cuore. Si fanno tanti film sul tema. Dovrebbero sensibilizzare l’opinione pubblica. Il problema è che le cose, decennio dopo decennio, non cambiano. È come se mancasse veramente la volontà di invertire la rotta. Il cinema può fare denuncia. Ma qualcun altro poi dovrebbe raccogliere la sfida, portare avanti concretamente il messaggio di cambiamento. Invece questo non accade e mi fa rabbia».

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