Silvio Seno è dal 2003 direttore dell’Istituto scienze della Terra della Supsi.

Cobalto, la nuova corsa all’oro

Serve per costruire le batterie dei nostri smartphone e dei nostri computer. Nel giro di pochi anni,  la produzione mondiale di cobalto è esplosa. Soprattutto in Congo, dove i lavoratori sono sfruttati e rischiano la vita. Le riflessioni del geologo Silvio Seno.

TESTO: PATRICK MANCINI - FOTO: SANDRO MAHLER

È “nascosto” nelle batterie dei nostri smartphone, computer, IPad e persino nelle macchine elettriche. Dici cobalto e ti viene in mente il 27° elemento della tabella periodica. Quella che ti fanno studiare a scuola. Poi, nel 2016, ecco i rapporti di Amnesty International che riferiscono di scenari inquietanti. In Congo migliaia di lavoratori, bambini compresi, vengono sfruttati per estrarre dalle miniere quello stesso cobalto che a noi serve per fare la bella vita. Eppure, il cobalto è il futuro. Lo dice la scienza. E lo conferma Silvio Seno, direttore dell’Istituto scienze della Terra della Scuola universitaria professionale della Svizzera italiana (Supsi).

Professor Seno, perché il cobalto è essenziale per le nuove tecnologie?
Il 50% del cobalto prodotto viene usato per costruire le batterie ricaricabili. Ne prolunga la durata e ne migliora le prestazioni. Il resto è impiegato sfruttando le sue proprietà magnetiche e di resistenza al calore, ad esempio, nell’aeronautica, in applicazioni che comportano l’uso di magneti performanti.

Da cosa deriva questo elemento?
Lo troviamo in diverse forme, contenuto in una trentina di minerali, ed è distribuito sul pianeta con un certo grado di casualità. Il cobalto presente nelle miniere del Congo, ad esempio, deriva da antichi depositi lagunari e marini legati a un clima caldo e secco. Può anche essere prodotto da processi vulcanici o dall’alterazione di rocce in seguito a processi chimici.

Silvio Seno: «In Svizzera, già adesso, ci sono diverse aziende che riciclano le batterie, e dunque anche il cobalto».

Al momento si sa esattamente a quanto equivale il patrimonio di cobalto sparso sul pianeta?
Si stima che le riserve siano di 7 milioni di tonnellate. Sul fondale degli oceani, inoltre, ci sono depositi non ancora sfruttati, situati a profondità di 5.000-6.000 metri. Difficili da raggiungere, sia per questioni pratiche sia per ragioni politiche. È, infatti, difficile stabilire a chi appartiene un fondale marino.

Il cobalto è presente anche in Svizzera?
Non si può ovviamente immaginare di avere miniere di estrazione del cobalto in Svizzera. Però è presente, in piccole tracce. Oltretutto è necessario agli organismi viventi. È un componente della vitamina B12, tanto importante per la nostra salute.

Quanto costa attualmente un chilo di cobalto?  
Il prezzo è molto variabile, proprio perché la richiesta è in continua crescita. Possiamo fare una stima: tra i 50 e i 60 dollari al chilo. Ha raggiunto quotazioni anche superiori.

E quanto cobalto c’è nei nostri oggetti di uso quotidiano?
La batteria di uno smartphone contiene tra i cinque e i dieci grammi di cobalto raffinato, una batteria per auto elettriche può contenerne fino a quindici chilogrammi.

Si dice che il cobalto sia il nuovo oro. È una metafora verosimile?
In parte sì. Il Congo, il maggiore produttore di cobalto, detiene circa il 60% della produzione mondiale. Tra il 2000 e il 2015, la produzione in Congo è cresciuta del 470%. A livello internazionale si stima che entro il 2020 la produzione dovrebbe esplodere.

Lei parla di cobalto raffinato. Cosa intende dire?
Il cobalto non è presente in natura allo stato puro, o quasi. Non è come l’oro. È un sottoprodotto dell’estrazione di nichel e rame. È sempre mischiato ad altro. Bisogna dunque separarlo da questi altri elementi. Il cobalto esce grezzo dal Congo per essere lavorato, solitamente, in Cina.

Stando anche a uno sconvolgente reportage del Washington Post, in Congo gli estrattori di cobalto fanno la fame. Ora cita la Cina, altro Paese che non rappresenta proprio la patria dei diritti umani. La catastrofe umanitaria è dietro l’angolo?
Amnesty International qualche anno fa ha denunciato una situazione contraddistinta da gravi violazioni dei diritti umani. Ha anche reso noto quali grandi colossi della tecnologia non sono rimasti impassibili e quali invece hanno fatto poco o nulla. Ci sono aziende che hanno deciso di mettere in atto pratiche di controllo della catena di produzione.

Significa che se un consumatore si reca in negozio per acquistare un nuovo cellulare può avere la matematica garanzia che questo sia stato prodotto in maniera equa?
Salvo eccezioni, questa garanzia non sta scritta ancora da nessuna parte sugli imballaggi dei cellulari classici. Ci si arriverà, forse. Ma dovranno essere soprattutto i consumatori a volerlo, orientando la loro scelta verso le industrie che, già ora, dichiarano come avviene il loro approvvigionamento di materie prime.

Si parla di migliaia di operai nelle miniere sottopagati e senza misure di sicurezza. Ma anche di bambini di 7 anni che lavorano per due dollari al giorno. Perché l’Occidentale fa così fatica ad aprire gli occhi?
Perché il potere della moda, come accade negli ambiti più svariati, è più forte. È anche questione di tempo. La problematica del cobalto è emersa da poco.

Anche gli aspetti sanitari non vanno sottovalutati.
Chi lavora in miniera e respira grandi quantità di cobalto rischia gravi malattie polmonari. Il consumatore oggi ha la fortuna di avere a disposizione pubblicazioni autorevoli, come quelle di Amnesty e del Washington Post, che gli permettono di farsi un’idea critica su quanto sta accadendo.

Difficile, però, immaginare un giovane che rinunci alla corsa all’ultimo smartphone…
La sensibilità sta crescendo anche e soprattutto tra le nuove generazioni. Si dovrà puntare sempre di più sul riciclo dei materiali. In Svizzera, già adesso, ci sono diverse aziende che riciclano le batterie, e dunque anche il cobalto.

Si sta diffondendo sempre più l’auto elettrica, un mezzo che necessita grandi quantità di cobalto. Non è preoccupante?
Solitamente chi sceglie di avere un’auto elettrica ha sensibilità per l’ambiente ed è orientato all’uso sostenibile delle risorse. Ha in generale uno sguardo etico ed umanitario, attento a tutta la catena di produzione. Penso che questi consumatori saranno anche propensi a informarsi sulla reale provenienza delle batterie.

Torniamo al Congo. Il suo governo vuole introdurre tasse pesanti a carico delle società estere che beneficiano dell’estrazione del cobalto nel Paese. È una buona notizia?
Questo non ci assicura che poi i soldi finiscano effettivamente agli operai. Il vero problema è che gli Stati che producono materie prime come il cobalto – altri Paesi africani o asiatici – sono piuttosto instabili dal profilo politico. E dunque una trattativa dovrebbe toccare sempre anche gli aspetti etici.

IL RITRATTO

Silvio Seno (Torino, 1957), è professore ordinario di geologia all’Università di Pavia, dove ha anche svolto i suoi studi accademici. Dal 2003 è direttore dell’Istituto scienze della Terra della Supsi. Coordina progetti di ricerca legati alla protezione dell’ambiente e alla difesa dai pericoli naturali. Tra i suoi interessi scientifici, c’è anche quello per le ricerche sul tema della sismicità.

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