«Cooperazione Noir 2018»: ecco la vincitrice e i racconti dei partecipanti!

Era ambientata sull'alpe la scena del crimine della X edizione del concorso letterario. Ha vinto Martina Ravioli con il racconto che qui pubblichiamo. Le illustrazioni sono di Fabio Porfidia.

Il racconto vincitore

Il garrito stridulo di una rondine solitaria ferisce il silenzio. I due ragazzi si guardano. Ancora qualche centinaio di metri e sbucheranno dal bosco. L’aria diventa rarefatta e pura e il silenzio è un frastuono assordante.
L’alpeggio li accoglie con la capanna di sasso e lo storto steccato di legno scurito dal tempo, a perenne protezione degli spiriti delle vacche che non ci sono più.
I due si riposano all’ombra dei muri coperti di licheni; la porta è un’orbita vuota su un passato di lavoro e fatica. La cima Mött si staglia sopra le loro teste. Sono partiti all’alba per conquistarla, ma la strada è ancora lunga e la sosta è diventata una necessità impellente.
Il ragazzo biondo è silenzioso, cupo. Lo è stato fin dalla mattina, da quando il Moro lo ha obbligato a passare dal sentiero dell’Alpe Cordada.
«Tè... Biondo: ma perché non volevi passare da qui?».

Il ragazzo si volta e lo fissa. Negli occhi scuri un’ombra superstiziosa di paura, le labbra dischiuse a cercare parole d’angoscia che difficilmente renderanno giustizia all’accaduto. Il Biondo sospira e, incalzato dall’amico, inizia a raccontare.
Tanti anni fa su quest’Alpe viveva un uomo. L’uomo non aveva un nome, era per tutti l’Alpigiano. L’Alpigiano amava le sue bestie, conosceva le mucche una per una e le chiamava, sussurrando i loro nomi tra cime e valli. Nomi che sapevano di primavera e di erba fresca, di fiori e di latte appena munto. La Carolina era la sua prediletta, ma niente batteva gli occhioni della Brunella o la coda della Rosetta. Gli zoccoli della Nana risplendevano come perle sulle dure pietre e il pelo della Palmira era morbido come una nuvola. Le amava ancor di più da quando era morta la moglie. Una donna allegra e chiacchierona, un po’ rumorosa, ma gran lavoratrice.
L’avevano trovata in fondo al canalone. Una morte scomposta e rumorosa anch’essa, carattrizzata dal suono delle ossa che si rompevano ad ogni rimbalzo della donna sulle pietre aguzze del dirupo scosceso. Ogni osso spaccato era un rumore sordo che l’Alpigiano non potrà mai dimenticare. Fosse stato consapevole che buttare la moglie nel dirupo avrebbe causato così tanto rumore, avrebbe scelto un altro modo per ammazzarla.
Il Moro scoppia in una grassa risata: «Non crederai mica a queste leggende, moccioso!». Il Biondo, risentito, lo guarda e continua a raccontare.

La donna fu seppellita nel cimitero del piccolo paese, adagiato nella valle all’ombra dell’alpe. La sua morte fu messa a tacere, ma le malelingue avevano intessuto una trama d’orrore in cui l’Alpigiano diventava protagonista. Da allora l’Alpe Cordada fu avvolta da una bruma di maledizione e mistero. L’Alpigiano, incurante dei pettegolezzi, continuava indisturbato la sua vita.
Una sera di fine estate quattro ragazzi partirono dal piccolo paese. Una bravata dovuta ad un bicchiere di troppo. Arrancavano su per la montagna, il passo pesante e gli occhi lucidi di alcool a cercare il sentiero nascosto dalla notte. La stalla dell’Alpe Cordada era l’obiettivo; una tanica di benzina nello zaino e un acciarino nella tasca erano gli strumenti.

Arrivarono all’alpe, inebriati e schiamazzanti.
Non fu perso tempo.
Il legno secco della stalla bevve avidamente la benzina e il ammifero si illuminò nel buio del pianoro. Gli alberi lontani frusciavano al vento, come a voler gridare vendetta al cielo per lo scempio a cui stavano per assistere. Il fuoco divampò improvviso, intrappolando le bestie verso una morte di paura e dolore.
I quattro osservavano la scena, ammutoliti di fronte al magnifico spettacolo che illuminava la montagna. Non era più tempo di sghignazzi.
L’Alpigiano, silenzioso, era dietro di loro. I quattro non si accorsero fino all’ultimo della sua presenza.
Il rogo pian piano si spense, lasciando tracce di cenere e odore di corpi bruciati. Fu necessaria l’autopsia per separare le ossa animali dalle ossa umane. Vennero ricomposti i corpi di 15 animali e di 4 ragazzi. Tutto il paese li pianse e le malelingue, anche questa volta, incolparono l’Alpigiano, ma senza prove il caso fu archiviato come incidente.
«Da allora l’Alpigiano non si è più visto e l’Alpe Cordada è rimasta un luogo maledetto». Il Biondo si asciuga un rivolo di sudore che gli corre lungo la nuca. Il Moro lo osserva, a disagio. Mai lo ammetterebbe, ma una strana inquietudine inizia a farsi strada dentro di lui. Si trova dove è morta una donna. Siede dove sono stati arsi vivi quattro ragazzi. Tuttavia non vuole farsi vedere impaurito. Scoppia a ridere forzatamente ed estrae dallo zaino una birra «Dai Biondo, beviamo alla salute di quei disgraziati».
I due bevono e, ringalluzziti dalle bollicine e dalla necessità di rimanere uomini, iniziano a deturpare il silenzio con frasi sboccate e battute oscene.
Due occhi di ghiaccio li osservano dal fresco del bosco. Due piedi forti si avviano lungo i loro passi, appena lasciano l’alpe.
In pochi attimi tutto è finito.
Il giorno dopo partono i soccorsi. Tutto il paese trattiene il respiro. Il Biondo e il Moro non sono rientrati dalla conquista del Mött.
I vecchi sussurrano una sola parola: Cordada.
Le squadre partono alla volta dell’alpe. Arrivano al pianoro nel sole del primo pomeriggio. Tutto è immobile, tutto è silenzio.
I corpi oscillano alla brezza del vento. Il Biondo è sostenuto, senza sforzo alcuno, da un bel larice che svetta solitario accanto alla capanna di sasso. Poco lontano, al limitare del bosco, un possente abete ospita il Moro, le gambe gonfie per il ristagno dei liquidi.
Il silenzio gelido è ferito da urla: le madri degli impiccati.
All’ombra del bosco l’Alpigiano si allontana. Non può sopportare oltre il rumore. Vuole il silenzio, null’altro che il silenzio, e il silenzio migliore è quello della morte.
Ha sempre odiato l’alcol, fin da quando, bambino, veniva picchiato a sangue dal padre alcolizzato.
Ha sempre odiato il rumore, fin da quando, adulto, tutti gli gridavano cosa fare e come farlo.
Sulla montagna ha trovato la pace, ma a volte, per preservarla, deve uccidere.

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L'autrice: Marina Ravioli

Martina Ravioli (1988) vive ad Agno. Ha studiato scienze naturali e lavora nell’ambito della comunicazione.
Da sempre ama leggere e «giocare con le parole» per dar vita a racconti e ironiche riflessioni sul mondo. Ha un romanzo nel cassetto e molti sul comodino.
I suoi autori preferiti spaziano tra i generi: Valerio Massimo Manfredi, Jacqueline Kelly, Bill Bryson. Recentemente è rimasta affascinata dal noir “Ninfee nere” di Michel Bussi.
L’idea del racconto, con cui ha partecipato al concorso “Cooperazione noir” è «scaturita da una riflessione e dal dilemma su che cosa è disposto a fare un uomo per ottenere ciò che vuole».

Dal 16 al 18 maggio, al cinema Lux di Massagno, XIV edizione di “Tutti i colori del giallo”. Con tre prestigiosi scri ori: Roberto Costantini, Ian Manook e Giampaolo Simi. Con il sostegno di Coop cultura.

“Frammenti di male” è il titolo e il filo rosso della XIV edizione di “Tutti i colori del giallo”, che si tiene dal 16 al 18 maggio, presso il Cinema Lux di Massagno. Con la formula collaudata e molto apprezzata di tre scrittori ospiti, un ricco aperitivo e la proiezione di un film.
Ad aprire la rassegna, mercoledì 16, ore 18.30, c’è Giampaolo Simi, voce emergente della giallistica italiana. Con lui, il male si trasforma in bene e l’accusatore diventa difensore: una grande narrativa per una riflessione necessaria. Nel 2015 ha vinto il Premio Scerbanenco con Cosa resta di noi (Sellerio). Sarà presentato da Teo Lorini. Segue il rinfresco alla toscana e il film di Giuseppe Tornatore “Una pura formalità” (1994), con Depar- dieu e Polanski.
Giovedì 17, ore 18.30, l’ospite è Ian Manook, pseudonimo di Patrick Manoukian, vera star in Francia. La sua trilogia, edita in Italia da Fazi, con l’incorruttibile commissario Yeruldulgger della polizia
di Ulan Bator, mette a fuoco la malavita del terzo millennio, con le leggende e saggezza del popolo mongolo. Dialogherà con il critico Luca Crovi. Dopo l’aperitivo franco-mongolo, il film “Il segreto dei suoi occhi” (2009) dell’argentino Juan José Campanella. La serata finale, venerdì 18, ore 18.30, tocca a Roberto Costantini, autore della cosiddetta “Trilogia del male” per l’editore Marsilio. Realtà odierna e misteri dell’Italia del Novecento, intrighi ed enigmi nei rapporti con la Libia. Un mix perfetto di storia, cronaca, mafia, religione, servizi segreti. E una scrittura coinvolgente, che lascia senza fiato i lettori. Sarà introdotto da Debora Gabaglio. Segue l’aperitivo romano e il film americano “Seven” (1985), di David Fincher, con Brad Pitt. Tutte e tre le pellicole saranno presentate da Gino Buscaglia. Il film è sostenuto da Coop cultura.

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