Siqueira-Barras, dal calcio all'antropologia

Viaggiare, raccontare in immagini situazioni lontane e, nel processo, trovare se stessi. È il progetto a cui si sta dedicando l'ex calciatore, che afferma: «Il pallone non mi manca». – di Giorgia von Niederhäusern


Fotografia e studio antropologico sono al centro delle attività di Henry Siqueira-Barras (foto: Camo).

Qualcuno lo ricorderà indossare le maglie del Neuchâtel Xamax, dell’AC Bellinzona e dell’FC Locarno, altri giocare nella Nazionale svizzera U17 che nel 2002 vinse il campionato europeo. Oggi il calcio non è più nella vita di Henry Siqueira-Barras. Dopo la serie di infortuni che nel 2013 lo ha portato a rescindere il contratto con il Chiasso e appendere le scarpe al chiodo, l’ex difensore vive in Colombia. Ora, al centro dei suoi impegni vi è
l’antropologia accompagnata alla fotografia e all’arte documentaristica.
«Lasciare il calcio è stata una liberazione» racconta il 31enne, che ricorda: «I giornalisti mi chiedevano se fosse dura abbandonare. Ma a me andava bene così. Sono entrato nel calcio professionale perché ero bravo, ma non era la mia vocazione». Oggi, afferma, il pallone non gli manca. Tutte le sue energie Henry Siqueira-Barras le investe in progetti di ricerca e reportage a sfondo sociale.

«

Mi sono spesso posto la domanda: "Io di dove sono?"»

Girare pagina
Già durante gli ultimi anni di carriera calcistica, il giovane svizzero-brasiliano aveva iniziato un bachelor in relazioni internazionali (che finirà a giugno). Poi, nel 2013, visitando un villaggio del Benin in cui è praticata la scarificazione (il tatuaggio ornamentale a cicatrici) arrivò la scoperta della fotografia e le prime registrazioni video. «Ho iniziato con un apparecchio fotografico qualunque. Mi importava di più riuscire a rappresentare il tema affrontato che creare immagini effettivamente belle». Un anno più tardi quegli scatti fatti in Africa gli valsero un primo reportage sul quotidiano spagnolo El País. Da allora Henry non ha più lasciato la fotocamera, collaborando anche con vari media brasiliani, oltre che con la RSI.  I temi da lui trattati, come l’identità dell’isola turistica di San Andres (appartenente alla Colombia, ma dalle radici britanniche e colpita da gravi problemi socioeconomici) o il caso della perseguitata comunità Wayúu, tornata in Colombia dopo il trapianto in Venezuela, sono tutti nati da una spinta ad affrontare domande esistenziali.
«Durante il liceo sognavo un certo modello di scarpe di Prada, ma non potevo permettermele. Quando iniziai a guadagnare con il calcio, a 17 anni, la prima cosa che feci fu comprarmele. I soldi e i vestiti cari diventarono un mezzo per coprire la mia insicurezza. Divenni molto vanitoso». Poi, nel 2006, arrivarono gli ingaggi in Romania. Prima per il Fotbal Club Argeș Pitești, poi per il Gloria 1922 Bistrița: «Vedere di persona la povertà, le macerie e le tracce lasciate dal comunismo mi hanno cambiato», racconta. Fu allora che decise di allontanarsi da uno stile di vita superficiale e dedicarsi allo studio del comportamento umano. 

Alla ricerca
Nato a Rio de Janeiro da madre brasiliana e padre romando, ma cresciuto in Ticino, Henry Siqueira-Barras dichiara di essere sempre stato affascinato da concetti come quelli di identità e di patria: «Mi sono spesso posto la domanda: “Io di dove sono?“. Non ho la pelle bianca come i miei parenti svizzeri, ma anche quando vado in Brasile so bene di non essere uno del posto». Viaggiare per Henry Siqueira-Barras è diventato allora anche un modo per andare alla ricerca delle proprie radici. Non a caso, il suo nuovo progetto è uno studio ontologico basato sull’esperienza di indigeni colombiani che, per un periodo della loro vita, si spostano nell’occidentalizzata Bogotà per adattarsi alla vita cittadina. «Chi di loro torna al villaggio nativo lo fa con la propria identità rafforzata – spiega –. Penso che la vita nomade che sto facendo da qualche anno abbia più o meno la stessa funzione». Fra qualche mese il reporter studente potrebbe tornare in Europa. Il progetto di ricerca del quale si sta attualmente occupando gli servirà infatti anche a candidarsi per il master che vuole conseguire a Londra. «Il mio sogno – dichiara – è continuare a vivere di questa professione, riuscendo ad unire lo studio antropologico alla produzione di materiale visivo». Al momento, spiega, con il lavoro di freelance è dura arrivare a fine mese. «Diciamo che per ora sto più che altro spendendo i soldi guadagnati giocando a calcio», afferma aggiungendo che, sulla sua pagina web, ha pure lanciato una raccolta fondi. Se tutto andrà secondo i suoi piani, una volta ottenuto il master continuerà a viaggiare: «Non so se avrò “base” in Europa. Forse mi innamorerò, e allora la seguirò». Ovunque troverà storie da raccontare.


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