Robot, come altri fenomeni dell'universo digitale, stanno cambiando il mondo del lavoro e della vita privata a ritmi sempre più serrati.

Rivoluzione "digitalizzazione"

Internet, smartphone e robot stanno cambiando il mondo del lavoro e della vita privata a ritmi sempre più serrati. In questo processo la Svizzera detiene un ruolo fondamentale.

Disporre di strumenti e macchine che rendano la vita più facile è un sogno antico quanto l’umanità. Ed è lo stesso che coltivano persone come Franziska Ullrich e gli altri ricercatori che conosceremo in questa storia. Almeno sin dalla Rivoluzione industriale del XIX secolo però, questo sogno è stato pervaso dal timore che le benedizioni del progresso potessero un giorno diventare una maledizione. Così è stato anche per la digitalizzazione: smartphone e social media ci permettono di essere sempre connessi con il nostro vicino di casa o con i colleghi dall’altra parte del mondo. Incontriamo l’anima gemella tramite applicazioni e fotografiamo le fatture del medico da inviare alla cassa malati col cellulare. Se un sabato non siamo sicuri che un centro per il fai da te sia ancora aperto, verifichiamo gli orari d’apertura su Google. Molti aspetti della nostra vita quotidiana sono digitalizzati e a noi piace
ricorrere a questi espedienti digitali. Poi però vediamo armi teleguidate seminare morte e devastazione in Afghanistan, lanciate da centri di comando situati all’altro angolo del Pianeta – la digitalizzazione è anche questa. E se ci mettiamo anche i cliché veicolati dal cinema, finiremo per avere paura dei cloni soldato, temere che le macchine salgano al potere o consegnare la salvezza del mondo a simpatici robottini di nome C1-P8 e WALL-E.

Franziska Ullrich, CEO di Ophthorobotics, è esperta di robotica nell’ambito della medicina. Nel suo team lavora anche Roman Ratnaweera.

Il controbuto elvetico
La California oramai non è più famosa solo per Hollywood, ma anche per quello che è diventato l’epicentro della rivoluzione digitale: la Silicon Valley. Gli sconvolgimenti partiti da qui hanno contagiato la Svizzera già diversi anni fa: il neocastellano Daniel Borel, cofondatore nel 1981 di Logitech, ha reso l’azienda – quella del mouse, per capirci – un colosso mondiale nelle periferiche wireless. Nel 2000, Urs Hölzle di Basilea Campagna è stato, come ingegnere capo, uno dei primi a far parte di Google; all’epoca la squadra era composta da una decina di persone. In veste di vice presidente senior dell’azienda con il più alto numero di accessi internet al mondo, Hölzle è oggi responsabile della razionalizzazione energetica dei centri di calcolo su scala globale. Sia Borel che Hölzle si sono formati al Politecnico federale, uno a Losanna, l’altro a Zurigo.

Robotica e medicina
E proprio a Zurigo oggi Franziska Ullrich, specialista in robotica con un dottorato in ingegneria meccanica, sta lavorando con il suo team a un dispositivo che presto semplificherà la somministrazione della terapia a molti pazienti. Nei paesi industrializzati, la degenerazione della macula (l’area centrale della retina dell’occhio) è una delle principali cause al mondo di disabilità visiva e di cecità. L’unico modo per contrastarla è somministrare al paziente più volte l’anno una sostanza all’interno dell’occhio che ne ostacoli la progressione. Il robot medico dovrà semplificare questa procedura che, anche se di routine, risulta molto gravosa per medico e paziente: dopo che l’occhio è stato fissato tramite indicazioni su display e l’iride scansionata da una telecamera, il robot effettua un’iniezione oculare sicura e precisa del farmaco. Ci vorrà ancora qualche anno di ricerca e di sviluppo prima che Ophthorobotics, l’azienda fondata da Franziska Ullrich, sia pronta a richiedere le autorizzazioni del caso. Ma le aspettative verso questa start-up sono altissime. Per la produzione dei suoi prototipi la giovane scienziata può contare sul supporto del gruppo farmaceutico Novartis. L’anno scorso la rivista economica statunitense «Forbes» l’ha inclusa tra i «30Under30», ossia tra i trenta giovani talenti imprenditoriali più promettenti oltre i confini americani.
Da piccola Ullrich collezionava carillon, marchingegni che potrebbero essere considerati robot ante litteram. A scuola era più portata per la matematica e le scienze naturali che per le lingue. Ma la scelta di lavorare su questo progetto è dettata anche da ragioni morali. «In robotica – spiega – ci sono due settori  in cui s’investe denaro nella ricerca: il settore militare e quello medico. Non ho mai avuto dubbi su quale dei due mi sarei indirizzata».

Droni: un valido aiuto
Dello stesso avviso è anche Margarita Chli (32): «I droni fanno molto di più che sganciare bombe e fotografare il terrazzo dei vicini», spiega l’assistente universitaria. Al Politecnico di Zurigo Chli dirige un laboratorio che si prefigge di insegnare ai robot a vedere. Si lavora in condizioni difficili, ma per una buona causa, spiega la scienziata: «I droni devono reagire con estrema prontezza, ma al loro interno non c’è più spazio per installare sensori e calcolatori. Se riusciremo a insegnare ai droni a vedere, tutti i robot potranno essere equipaggiati di sistemi d’orientamento visivo».
La sfida è impegnativa: la vista assorbe circa il 60% dell’attività cerebrale. Senza questo organo di senso altamente sviluppato finiremmo per brancolare nel buio. Le macchine oggi sono già dotate di sensori ottici e,  a differenza degli esseri umani, riescono a vedere anche a infrarossi. I robot sono più affidabili nella misurazione di precisione delle distanze. Fanno però fatica a riconoscere intuitivamente la disposizione relativa di oggetti all’interno di uno spazio. Un ostacolo che la tecnologia deve ancora superare.

C’è poi un altro aspetto importante della ricerca: l’interazione tra sciami di droni, capaci di fornire molti più dati di un solo apparecchio. Per Chli, anche se i robot sono ancora lontani anni luce dalle capacità visive dell’occhio umano, ci potranno presto fornire un aiuto non indifferente durante le missioni di soccorso in aree di difficile accesso colpite da calamità naturali, nella manutenzione di impianti industriali e nella misurazione di siti archeologici.

Mucche e intelligenza artificiale
Alcune settimane fa, nell’ambito di una conferenza a Zurigo dedicata all’apprendimento automatico e all’intelligenza artificiale (IA), Google Svizzera ha mostrato le opportunità che è in grado di schiudere la digitalizzazione: oggi robot e altri sistemi non devono essere faticosamente programmati per svolgere ogni singola operazione ma, attraverso le cosiddette reti neurali, riescono a memorizzare “esperienze”, equiparabili a quelle di un bambino che – cadendo e rialzandosi – impara gradualmente a camminare in posizione eretta. Anche qui un altro esempio dall’agricoltura: il sistema «Ida», sviluppato dall’azienda olandese Connecterra, segnala tramite app il momento migliore per effettuare l’inseminazione di una mucca o se uno degli animali si ammalerà. Per un contadino che possiede un numero di capi ridotto il problema spesso non si pone. «Ida» però è in grado di gestire anche mandrie più numerose. Gli animali indossano sul collare una specie di fitness tracker, i cui sensori registrano soprattutto i loro movimenti, spiega Saad Ansari (??), capo ingegnere dell’azienda: «L’IA analizza questi dati, li raffronta a valori empirici e segnala precocemente all’allevatore eventuali patologie o contribuisce alla selezione dei capi».
La conferenza svoltasi a Zurigo ha messo in evidenza che l’IA trova oggi impiego in svariati settori, dai supercomputer ai telefoni cellulari. L’app «Google Foto», ad esempio, analizza i contenuti delle immagini e le ordina per categorie tematiche come «montagna», «automobili» o «tramonti». Se l’utilizzo dell’intelligenza artificiale a tali scopi o per la composizione algoritmica di musica può risultare superficiale, ricordiamo che i sistemi di apprendimento automatico con software di IA hanno apportato notevoli progressi anche nel riconoscimento fotografico in ambito medico o nell’ottimizzazione dei consumi energetici.

Big data contro lo spreco di cibo
E anche da Coop sono arrivati i robot. Ad esempio nella logistica: nella centrale di distribuzione di Schafisheim, infatti, alcuni di loro si occupano del lavoro di separazione dei vuoti, mentre altri si muovono all’interno del deposito frigorifero La digitalizzazione da Coop dovrebbe aiutare a combattere lo spreco. Un team del reparto informatica dell’azienda sta analizzando l’enorme quantità di dati
registrati ogni giorno dalle casse dei negozi. Incrociati con altri dati, come le condizioni meteo o l’arrivo di giorni festivi, metteranno in evidenza eventuali cambiamenti sulle abitudini d’acquisto dei consumatori all’interno della regione.
In molti obietteranno che non serve certo l’intelligenza artificiale per capire che d’estate aumenta la richiesta di gelato e salsicce. Ma per gestire al meglio gli ordini di tutto l’assortimento in un negozio, un pronostico basato su dati effettivi può agevolare il gerente, quando per esempio nello stadio vicino al punto di vendita la squadra di calcio gioca in casa: in futuro questi e altri eventi simili saranno considerati al momento dell’ordinazione. E senza l’intervento dei collaboratori. L’obiettivo è che i clienti non si ritrovino davanti a scaffali vuoti e che contemporaneamente non vi sia un’eccedenza di prodotti non più vendibili l’indomani.senza temere le basse temperature.

Cosa comporta la rivoluzione digitale per Coop? Per l’azienda stessa, per i collaboratori e per i clienti? A colloquio con il presidente della direzione generale.

Quando qualcuno le dice che la digitalizzazione non lo tocca cosa risponde?
Attraverso internet il mondo si è ristretto per tutti. Persino a in un villaggio come Bosco Gurin, dove si trova la nostra filiale più piccola, oggi può vedere e ordinare online l’intero assortimento Coop. Noi come azienda vogliamo rispondere alle esigenze di tutti i clienti. E in questo la digitalizzazione ci è di enorme aiuto.


La rapidità con cui questo cambiamento sta investendo la sfera lavorativa e privata preoccupa molti. Da padre di famiglia si sente allarmato?
Dobbiamo imparare a gestire in maniera intelligente le enormi nuove opportunità e l’enorme volume di informazioni, filtrando solo quelle che ci servono. Quando guardo i giovani ho l’impressione che vivano questo cambiamento con maggior pacatezza rispetto alle persone della mia generazione.


Nella panetteria centrale di Coop c’è una macchina automatica che attorciglia le trecce, nella logistica sono in servizio robot di trasporto automatici. Che ne sarà dei posti di lavoro?
La storia insegna che il mondo del lavoro si adegua rapidamente a nuovi scenari. Com’è avvenuto con l’industrializzazione, oggi molti settori stanno cambiando. Ne nascono di nuovi e si creano anche nuovi posti di lavoro.

Chi vuole cogliere queste opportunità deve restare al passo coi tempi e tenersi aggiornato. Come si fa a motivare i collaboratori?
Come impresa possiamo solo creare le  condizioni quadro affinché tale motivazione si possa creare. Coop investe nel complesso circa 45 milioni di franchi l’anno in corsi di formazione. Ognuno avrà la sua opportunità, ma dovrà saperla cogliere.


La Giornata digitale svizzera si prefigge di richiamare l’attenzione anche sulle professioni future. Come si pone Coop rispetto ai giovani alla ricerca di un avvenire professionale?
Non servono solo programmatori o esperti in robotica. Con la digitalizzazione aumentano gli standard nel contatto con il cliente e nel servizio. Puntare su consulenza professionale e su competenze artigianali resta essenziale. Da Coop ognuno potrà unire il proprio know-how specifico ai nuovi processi dati dalla digitalizzazione e crescere professionalmente.


Coop punta alla sostenibilità. Anche in questo settore la digitalizzazione detiene un ruolo chiave. Da cosa lo dovrebbero capire i clienti?
Dalla tracciabilità degli alimenti o dalle informazioni sulla sostenibilità, impensabili senza digitalizzazione. Anche nel sistema di approvvigionamento disponiamo oggi di strumenti che ci permettono di coprire con maggior precisione la domanda, evitando le eccedenze.

Servizio di: Martin Winkel
Foto: Christoph Kaminski,  Heiner H. Schmitt, Keystone, Wikimedia/NeonZero, Wikimedia/Aavindraa, mad

Pubblicazione:
martedì 21.11.2017, ore 05:00