Le case colorate, le auto, la strada e il sole che splende in questo angolo della Valle di Blenio.
PIAZZA DI DONGIO, VALLE DI BLENIO, RIPRESA DA DRONE. 2018 © FOTOPEDRAZZINI.CH - Spherical Image - RICOH THETA
PIAZZA DI DONGIO, VALLE DI BLENIO. 2018 © FOTOPEDRAZZINI.CH - Spherical Image - RICOH THETA

Più di un parcheggio: è la piazza di Dongio

Tre abitanti di questo angolo di Valle di Blenio raccontano aneddoti e fatti che hanno fatto la storia di piazza San Domenico, dalle inondazioni ai tempi d’oro della ferrovia Biasca-Acquarossa. - PAOLO D'ANGELO

Il primo ad arrivare è Ornello Aimi. Occhi vispi, viso paffuto, baffetti e capelli bianchi pettinati all’indietro. L’allegria dell’ex impiegato comunale è contagiosa. «Ci incontravamo tutti qui. Allora eravamo in tanti, almeno una quarantina, e piazza San Domenico era il punto di ritrovo di Dongio», dice mentre apre un raccoglitore con una ricchissima collezione di cartoline d’epoca prestata per l’occasione da suo figlio. Il sole splende in questo angolo di Valle del Sole dove c’erano due panetterie, la macelleria, un albergo, un negozio, il ristorante. Mentre camminiamo lungo la piazza, Aimi racconta dello sterrato che c’era al posto dei parcheggi: «qui c’erano le fiere, e ai tronchi delle piante attaccavano il bestiame». Infatti, due volte l’anno, il primo martedì di maggio e di novembre, si teneva la fiera che, come ricordava Pia Pera – De Righetti, nel suo “Il mio villaggio nella Valle del Sole”, «richiamava a Dongio gli abitanti degli altri villaggi».

Si giocava con la ruota e con il pallone
Su questa piazza «si giocava con le biglie, con i cerchi di ferro, a pallone... E avevamo tanta fantasia», continua il 73enne. Allora era un brulicare di ragazzini e giovanotti e il paese rappresentava tutto il loro mondo: «andavamo a piedi per la valle. A Lottigna si ballava, mentre in piazza ci divertivamo a fare i dispetti ai vecchietti che uscivano dall’osteria un po’ brilli», dice scoppiando in una risata. «A proposito di pallone, questo luogo fungeva anche da campo di calcio. Qui, infatti, si trovava la sede della squadra di calcio di Dongio», aggiunge Fernando Ferrari, classe 1945, già docente alle scuole medie di Acquarossa. Aimi mostra ad un interessatissimo Ferrari alcune foto d’epoca, in cui si vedono le pareti delle case ornate di vasi, le piante rampicanti, e le robinie che delimitavano la strada.



L’oratorio
Sfogliando il raccoglitore si nota una foto con un’affollata processione religiosa del Corpus Domini. «Da ragazzo si andava anche all’oratorio», dice Aimi indicando con il dito l’edificio di culto dedicato ai Santi Domenico e Francesco alla Fontana, edificato nel 1732, quando le terre di Blenio erano rette dall’Arcidiocesi di Milano. L’ex docente, mentre ci troviamo nei pressi dell’edificio, mostra un documento su questa preziosa testimonianza storica del villaggio bleniese, da cui si apprende la data in cui “il curato di Dongio Carlo Giuseppe Monaco (1671-1737), chiede all’arcivescovo di Milano di poter far ergere un oratorio pubblico a sue spese (…) sotto il titolo di San Domenico: 9 ottobre 1728”. La costruzione dell’edificio, “dalla volta imbiancata e dal tetto coperto da uno strato di tegole di terracotta”, venne terminata nel 1732.

Fernando Ferrari (docente) e Ornello Aimi davanti all’oratorio di San Domenico

«L’oratorio fu seriamente danneggiato dallo straripamento del fiume Brenno causati dalle alluvioni del 1848 e del 1868», continua Ferrari, mentre ci avviciniamo a una lapide segnata dal tempo e dalle scritte sbiadite che ricorda quei tragici eventi avvenuti in due riprese, a 20 anni di distanza l’uno dall’altro. Nel diario di Domenico Andreazzi, che fu anche Commissario di governo (1848-1922), datato settembre 1868, si legge: «Dopo più giorni di pioggia dirotta e spesso torrenziale, il fiume si ingrossò talmente che metteva spavento col suo rumoroso travolgimento di macigni e colle sua acque torbide e puzzolenti...». Allora la popolazione, spaventata da sì grave accadimento, “si portò tutta ai crotti, col mobiglio e scorte”. «Sì, i crotti sono lì, più sopra, sotto ci passava la ferrovia», dice Aimi indicando la fila di casette sotto i boschi di castagno.

La lapide che ricorda l'esondazione del Brenno.

La ferrovia e la macelleria
Indissolubile nella storia di questa piazza e di tutta la valle è la Ferrovia Biasca-Acquarossa, 14 chilometri di binari che vennero dismessi nel settembre del 1973. «Me li ricordo bene quegli anni», racconta Fernando Ferrari, omonimo e cugino alla lontana dell’ex docente, ultimo erede della tradizione di macellai Ferrari di Dongio, e per oltre 30 anni dipendente ferroviere alla Ferrovia Biasca Acquarossa. «Dopo la chiusura della ferrovia sono diventato autista. Quante volte ho dovuto montare e smontare da solo le catene della neve da Acquarossa a Olivone», esclama l’83enne, che racconta del suo apprendistato di macellaio a Zurigo, «e di un altro anno di tirocinio in Ticino per imparare la cultura della carne ticinese, un altro mondo rispetto a quella della Svizzera tedesca. Mia mamma voleva che andassi su per imparare il tedesco».Ferrari per la foto posa proprio davanti alla sede della bottega, dove erano esposti la carne e i salami, questi ultimi «specialità della mia famiglia venduta in tutta la Svizzera».

Il maniscalco e il ristorante
Accanto, nell’edificio con le persiane verdi, dove da 30 anni c’è un’impresa di impianti sanitari di proprietà di Danilo Lana,«una volta vi era il maniscalco», e poco più in là c’è l’immobile costruito a fine XIX secolo dalla famiglia Bruni, che ospitava il ristorante Rodesino. La scritta sulla parete è ormai sbiadita, il locale ha chiuso una decina di anni fa, ma i ricordi dei tre amici sono più vivi che mai, soprattutto per Aimi: «mia moglie ha lavorato qui per diversi anni». Arriva la proposta: «qui la foto la facciamo insieme». Presi in prestito tre sgabellini dalla vicina “Osteria la Baita”, ecco la foto ricordo.

Fernando Ferrari, Fernando Ferrari (ex autista e macellaio) e Ornello Aimi davanti all’ex ristorante Rodesino (al centro)

L’ultima visita, «tappa obbligata in quanto elemento importante nella storia di questa piazza», ci dice Fernando Ferrari, l’ex docente in pensione, è al negozio Peduzzi. All’interno il banco della carne, i salametti appesi di produzione propria, il bancone in legno e diversi prodotti locali, tra cui i tazzini e i boccalini ticinesi, acquistati dai turisti di passaggio. Ad accoglierci è Chiara Peduzzi, classe 1983, la pronipote delle sorelle Peduzzi, in posa nella foto d’epoca sulla parete dietro al bancone. Il negozio fa da agenzia postale, «da circa cinque-sei anni», ci dice Chiara.

Chiara Peduzzi nel negozio omonimo

Una volta, fino all’arrivo della ferrovia nel 1911, l’ufficio postale era a pochi metri di distanza dal negozio Peduzzi, dall’altra parte della strada. Oggi vi è un negozio di artigianato, mentre «i piani superiori sono sfitti». «Allora c’era l’hotel de la Poste», punto di ristoro per i viaggiatori, raccontano i tre amici, che hanno ancora ben incisa nella mente la vecchia piazza, con le lastre di porfido e le robinie sulle quali si arrampicavano i bambini. Poi, nel 1962, come ha ricordato l’ex docente Ferrari nel suo articolo apparso nel novembre 2012 sulla Voce di Blenio in occasione del 50esimo anniversario della “nuova” piazza, questo luogo ha cambiato volto, assumendo le geometrie che vediamo ancora oggi. «E pensare che Ubaldo Monico, che proprio in questa piazza viveva, nel 1962, quando era consigliere comunale di Dongio e presidente della Gestione, aveva proposto una piazza diversa da quella di oggi», spiega Ferrari. «Voleva salvare le piante, limitare al massimo l’asfalto, attutire i rumori e avere un traffico più moderato. È stato lungimirante, indubbiamente», conclude l’ex docente.
Ci congediamo. Lasciamo i signori Ferrari e Aimi al tavolo dell’Osteria mentre brindano con un bicchiere di vino alla piazza di domani.

Visita il sito internet di Massimo Pedrazzini

Il fotografo che ha realizzato le foto panoramiche per Cooperazione.

​​Visita il sito internet di Massimo Pedrazzini​

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