Dal 2001 Stephan Russ-Mohl è professore ordinario di giornalismo e gestione dei media all’Usi.

Elezioni USA: «Vittoria della disinformazione sulla ragione»

L’online avanza. La carta stampata è in crisi. Intervista con Stephan Russ-Mohl, professore ordinario di giornalismo e gestione dei media all’Università della Svizzera italiana. — GERHARD LOB

Il Corriere del Ticino festeggia il suo 125° compleanno. Pensa che ci sarà anche il 150°?
Sono sicuro che il Corriere del Ticino (CdT) compirà pure 150 anni come piattaforma mediale. Sono molto meno sicuro che ci sarà ancora la versione stampata.

Come mai?
Ci troviamo in una fase di rapida transizione. In tutto l’occidente i giornali su carta perdono tiratura, ma perdono pure la pubblicità che finora garantiva una parte consistente degli introiti. Il futuro per le testate giornalistiche è tutt’altro che roseo, ma, come detto, il CdT ci sarà almeno nella sua versione online anche fra 25 anni.

Dunque non crede che i quotidiani stampati possano sopravvivere?
Sono scettico. Abbiamo appena sentito che un quotidiano della Svizzera tedesca sta pensando di non stampare più l’edizione del lunedì, pubblicando solo una versione online. È difficile prevedere la velocità di questo processo. Già alcuni anni fa si davano per morti i quotidiani stampati. Ma pare che ci sia ancora una generazione di anziani che ama sfogliare un quotidiano cartaceo e pertanto questo prodotto per il momento continua a sussistere.


Si tratta di una questione generazionale?
La giovane generazione consuma i mass media via cellulare oppure tramite altri piccoli schermi. I giovani non toccano più la carta salvo quando si tratta di quotidiani distribuiti gratuitamente.

In Ticino esistono ancora tre quotidiani, una situazione anomala se si paragona con il resto della Svizzera. Come spiega questo fatto?
Non è facile rispondere. Penso che la tradizione giochi un ruolo importante. Dobbiamo però precisare che osservando le strutture di proprietà, in realtà abbiamo solo due quotidiani e mezzo. Il Giornale del Popolo (GdP) fa parte del gruppo MediaTI come il Corriere del Ticino per cui si potrebbe immaginare nel futuro una fusione fra il GdP e il CdT. È evidente che la redditività dei quotidiani è in costante diminuzione, per questo motivo in città come Lucerna oppure San Gallo abbiamo già una situazione di monopolio di un quotidiano.

Il Ticino con due programmi televisivi Rsi, Teleticino, tre canali pubblici radio, due radio private, una marea di titoli e riviste e media online forse ha la densità di mass media più elevata al mondo. È una benedizione oppure una maledizione per una regione come la nostra?
È sicuramente un bene. Ma sarà il mercato a decidere se tutti possono sopravvivere. Come ricercatore vedo quanta pubblicità va a Facebook e Google a scapito dei titoli e media tradizionali.

Non si corre il rischio che tanti mass media locali aumentino a dismisura la visione localistica degli eventi?
Non vedo questo rischio in Ticino. I quotidiani non sono fogli locali, ma prodotti piuttosto completi e dignitosi che trattano anche temi riguardanti la Svizzera, come pure il resto del mondo.

Lei ha già detto che l’età digitale sta rivoluzionando il settore dei mezzi di comunicazione. Cosa dobbiamo aspettarci nel prossimo futuro?
Sono un ricercatore scientifico e mi occupo degli sviluppi attuali, non un veggente perciò faccio un po’ fatica ad esprimermi sul futuro ma sono convinto che il mondo digitale si amplierà ulteriormente soprattutto nella quotidianità. Non escludo che durante i weekend prenderemo ancora in mano una rivista stampata da leggere comodamente stando seduti sul divano.

Con quali conseguenze?
Vedo il pericolo che vivremo sempre più influenzati dai media sociali, in una bolla alimentata solo da amici e gente che pensano come noi. Un pericolo ancora più grande è come imprese e politici usano i media sociali per fornire informazioni. Questo sviluppo porta a una marea di disinformazione che mi preoccupa molto e spiega, almeno in parte, che un politico come Trump abbia potuto vincere le elezioni presidenziali negli Usa pur raccontando un sacco di bugie.  

Come mai la credibilità dei giornali tradizionali e dei giornalisti è compromessa?
Secondo me questo processo di perdita di credibilità è già cominciato negli anni ’70 e l’abbiamo documentato. Solo i giornalisti non hanno voluto prenderne atto. In Germania è nel 2015, quando vi sono state proteste popolari con striscioni con la scritta “Lügenpresse” (stampa di menzogne), che i giornalisti si sono svegliati. La categoria professionale che pensa di vedere gli sviluppi della società purtroppo per troppo tempo è rimasta cieca di fronte a questi sviluppi.  

In un articolo per la Neue Zürcher Zeitung ha scritto che gli algoritmi sostituiscono sempre di più i giornalisti. Cosa intendeva?
Cominciamo dal fatto che ormai ci sono dei robot, i socialbots, che scrivono semplici testi e lo fanno così bene, che un lettore, anche un professore che si occupa di mezzi di comunicazione come me, non può capire se è stato scritto da una persona o da una macchina. Per analisi e commenti ci sarà ancora la necessità di avere dei giornalisti, ma non più per scrivere un testo che dice come è andata una partita di calcio o la giornata in Borsa. Questo sarà fatto dai robot.

E questi robot saranno pure molto attivi nei social network.
Esattamente. Per un socialbot è facile scrivere centinaia di tweets al giorno. Questo mostra come la loro influenza aumenterà se un robot lavora per politici come Trump o Clinton. Per questo parlo di algoritmi. Non sappiamo esattamente come funzionerà tutto ciò perché gli algoritmi sono i segreti più nascosti di Facebook, Twitter e Google ma questo sviluppo è molto pericoloso. Ci sarà più risonanza per menzogne e propaganda e molto meno spazio per un giornalismo serio che cerca la verità.

Lei parla di un’onda sempre più grande di disinformazione, persino della fine dell’Illuminismo. Non vede troppo nero?
Non mi sembra, soprattutto se vedo cosa è successo nelle recenti elezioni americane che hanno segnato la vittoria della disinformazione sulla ragione. Per me ciò corrisponde ad una cesura profonda, un evento come la caduta del muro di Berlino o l’attacco terroristico nel 2001.    

Sulla porta del suo ufficio ha appeso una mappa che mostra la libertà di stampa nel mondo. Sempre più giornalisti sono minacciati o uccisi. Perché questa professione è diventata così pericolosa in alcuni paesi, persino nella vicina Turchia?
In zone di guerra o di crisi lo statuto dei giornalisti per tanto tempo era paragonabile a quello della Croce Rossa. Ma non è più così. Ad esempio l’Is ha capito che si riscuote molta più attenzione se si ammazza un giornalista piuttosto che un cittadino comune.  Persino in Germania il mestiere di giornalista è diventato più pericoloso, durante certe manifestazioni ci sono attacchi verso giornalisti. C’è un’altra mappa che fa vedere la corruzione del mondo e vediamo che nei paesi dove c’è tanta corruzione, la libertà di stampa non è così elevata e vice versa. Purtroppo questa è la triste realtà e temo che nel futuro dovremo lottare ancora di più per la libertà di stampa.

Nato nel 1950, Stephan Russ-Mohl ha studiato giornalismo a Monaco e scienze sociali e amministrative a Monaco, Costanza e a Princeton. Dal 1985 al 2001 ha occupato la cattedra di giornalismo e gestione dei media alla Freie Universität Berlin; dal 2001 è professore ordinario di giornalismo e gestione dei media all’ Usi. È pure direttore dell’Osservatorio europeo di giornalismo all’Usi.

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