Un capostazione all'oratorio

Don Emanuele Di Marco è un giovane prete con la passione per i treni. Ed è lui ad avere dato nuova vita a una struttura con 115 anni di storia.

TESTO: PATRICK MANCINI – FOTO: ALAIN INTRAINA

Ha indossato la tuta per lavorare in officina, ha studiato da insegnante di scuola elementare. Segni particolari: una passione pazzesca per i treni. Ma, in particolare, don Emanuele Di Marco, don Ema per gli amici, è un prete entusiasta.
Classe 1982, è l’anima dell’oratorio di Lugano, struttura letteralmente rinata da quando il giovane sacerdote ne è direttore. «Questo è un luogo di incontro per tutti i ragazzi della regione. Senza alcuna preclusione. C’è spazio per il musulmano, come per l’ateo».  

Dal campetto al veliero pirata
Un prete spiritoso, alla mano, dalla battuta facile. Vicario, o come ama semplificare lui “vice parroco”, della Cattedrale di Lugano, don Emanuele è anche cerimoniere del vescovo Lazzeri. I suoi sono incarichi che si accumulano. Il cuore della sua attività, tuttavia, è lì, nel quartiere Maghetti, in quell’edificio con 115 anni di storia. Oggi l’oratorio cittadino appare come un posto magico. Coloratissimo. Dal campetto di calcio in erba sintetica alla sala dei racconti, con tanto di scenografia da veliero pirata.  «I ragazzi iscritti al catechismo sono 185. Ma ce ne sono un sacco che arrivano liberamente per le altre attività. E non parlo solo di giovani. Capita spesso che, soprattutto al mattino, passino adulti e anziani a bere il caffè». Storia particolare, quella di don Ema. Terzo di sei fratelli, cresce a Pregassona con un’educazione cattolica. Un giorno, all’età di nove anni, in chiesa sente parlare della crisi delle vocazioni. «Non ci pensai due volte. Scrissi al vescovo Corecco. Gli dissi che io avrei voluto fare il sacerdote. Ricordo con affetto la sua risposta. “Sei ancora un po’ piccolo”, mi disse».

«Non cambierei per niente al mondo la mia vita» afferma convinto il giovane parroco.

Hobby su rotaia
La vocazione del 35enne matura piano piano. Anche perché di mezzo ci sono due amori “di troppo”: quello per i treni e quello per l’insegnamento. «Sono sempre andato matto per i treni. A un certo punto mi misi in testa che forse avrei potuto lavorare in ferrovia. Ecco perché dopo il liceo chiesi di assumermi per sei mesi alle Officine di Bellinzona». E tra locomotive e frese, don Ema conosce la fatica del lavoro. «Era tutto molto manuale. Lì ho capito cosa significa alzarsi alle cinque per andare in fabbrica. È una parentesi che rievoco con piacere». Emanuele, tuttavia, è alla ricerca del contatto umano. Nel vero senso del termine. Difficile trovarlo in un’officina.
«I treni continuo ad amarli in altro modo. Appena ho un po’ di tempo libero salgo in carrozza, anche senza una meta precisa. Leggo, mi rilasso, mi appisolo. Conosco tutti i modelli in circolazione, con relativi dettagli tecnici. Ho l’abbonamento a metà prezzo, ogni anno percorro centinaia di chilometri sulle rotaie. È un hobby un po’ strano, lo so».

Momenti di debolezza
Tre anni all’Alta Scuola Pedagogica gli apriranno definitivamente la mente. «Fare il maestro mi piaceva tantissimo. In quel triennio, però, ho veramente capito che la mia strada era quella di servire la gente, e le nuove generazioni, in un senso più ampio. Sono sacerdote da sette anni e non cambierei per niente al mondo la mia vita. I momenti di crisi non mancano, certo. Attimi in cui ti senti inerme». È l’epoca dei social network, dell’ultra connessione. Un’era che scorre veloce. Lo si capisce anche dalle domande dei ragazzi che frequentano l’oratorio.
«Alcuni hanno dubbi sulla fede, sulla giustizia, c’è una debolezza strisciante. È una generazione sfiduciata. Ma proprio per questo è capace di appassionarsi a un ideale più delle precedenti. I ragazzi di oggi hanno anche tante belle idee. Ad esempio, proprio dai nostri giovani è nato il progetto di raccogliere cibo e oggetti per i bisognosi durante il periodo della Quaresima. Servono punti di riferimento. Il fatto di potere sostenere questi ragazzi nel loro cammino mi gratifica, mi fa superare ogni esitazione». Don Ema non si sottrae alle domande scomode. E quando gli chiediamo se, da giovane prete, non soffra per le reticenze di alcuni nei confronti della Chiesa, dovute agli scandali sessuali emersi negli ultimi anni, replica convinto: «Sono accadute cose orribili e vanno condannate. Ma non è giusto fare di ogni erba un fascio. Io voglio, nel limite delle mie possibilità, dare ai giovani la mia testimonianza positiva».
Don Ema sprizza dinamismo da ogni poro. E c’è un rito, in particolare, a cui è molto legato. «Ogni sera, prima di dormire, ripercorro mentalmente la mia giornata. E ho un pensiero e una preghiera per ogni persona che ho incontrato. Io non ho mai avuto preclusioni. Nemmeno dei confronti delle persone che si dichiarano non credenti. Anzi, ho diversi amici atei. Non impongo mai la mia visione delle cose. Al limite racconto cosa è importante per la mia vita. E poi sta all’altro valutare».

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