«Io, che ho divorato l'America»

Alberto Engeli vive negli USA dal 1993: tra cinema e televisione, ha visitato quasi tutti e 50 gli Stati del suo Paese d’adozione. 

TESTO: MATTIA BERTOLDI – FOTO: CONNI FREESTONE

Ad Asbury Park, nello stato del New Jersey, ci sono un ticinese e la sua videocamera. Lui si chiama Alberto Engeli, ha 62 anni ed è di Bellinzona, ma senza di lei al suo fianco non potrebbe mai raccontare una storia di emigrazione che nel 1993 lo ha portato a trasferirsi negli Stati Uniti d’America. «Prima di allora vivevo in Italia, ed ero già attivo nel mondo della televisione e del cinema, anche se in Ticino mi ero formato come fotografo da Foto Carpi a Bellinzona. Dopo aver studiato cinematografia a Parigi, a Milano avevo fondato una società che però aveva perso molti incarichi a causa dello scandalo di Mani Pulite, e in più uscivo da un brutto divorzio. Sapevo che dovevo dare una svolta alla mia vita, così sono volato verso la California». Alberto era (ed è) una mosca bianca nel mondo dell’audiovisivo statunitense: conosceva gli strumenti del mestiere, sapeva girare, dirigere, montare ed era pronto a sposare in pieno la filosofia del freelance che salta da una collaborazione all’altra. In più, parlava quattro lingue. «Una caratteristica che mi ha portato a lavorare con televisioni francesi, svizzere, spagnole e italiane, dandomi la possibilità di lavorare in molti ambiti diversi. Uno dei primi incarichi riguardava per esempio la Coppa del Mondo di calcio, organizzata nel 1994 proprio negli Stati Uniti. Quell’anno ho pure avuto la fortuna di seguire la cerimonia di consegna degli Oscar, tappeto rosso incluso: un evento al quale non manco praticamente mai da 25 anni a questa parte. Proprio a Los Angeles ho iniziato a lavorare con il critico cinematografico Vincenzo Mollica, ma negli ultimi anni ho conosciuto bene anche il giornalista Beppe Severgnini, col quale ho attraversato il Paese in treno da Est a Ovest. Un’esperienza unica».

Momenti memorabili
Stilare una classifica dei momenti più emozionanti della vita di Alberto è complicato. Il suo sito, www.drzoom.com, riporta fotografie di premi e incontri con celebrità del mondo dello spettacolo, ma anche un’aggiornatissima collezione di tutti i suoi documentari. Se dovesse scegliere, tuttavia, ha un buon candidato per il primo posto. «Filmare la visita dell’allora presidente degli Usa Barack Obama a Cuba è stato sicuramente memorabile: non ero mai stato su quell’isola e la gente, i colori, i profumi mi sono rimasti nel cuore. E poi, ho potuto anche assistere al concerto dei mitici Rolling Stones all’Avana da posizione privilegiata, con la telecamera accesa sul treppiede e il telefonino in mano col quale scattare alcune foto ricordo. In quel momento, ho avuto la netta sensazione di assistere a qualcosa di storico».

Sulle orme di Springsteen
Figlio degli anni Sessanta e Settanta, Alberto è un grande fan del rock and roll. Sempre nel 2016, ha realizzato un sogno che inseguiva da quasi trent’anni. «Ho avuto la grandissima fortuna di in
contrare Bruce Springsteen nel giorno del mio compleanno: gli ho stretto la mano e smozzicato poche parole, l’emozione era troppa. Lo seguo sin dagli anni Ottanta, e sono sicuro che la decisione di partire per il Nord America dipenda anche un po’ da lui e dalle sue canzoni; l’ho visto in più di settanta concerti, ho la sua intera discografia sul telefono e ho visto il suo ultimo spettacolo teatrale a Broadway, due volte. Ogni volta sa regalarmi qualcosa di diverso, dà sempre un nuovo significato al suo repertorio».

I progetti a venire
Ed è anche a causa del Boss se Alberto ha traslocato da Santa Monica (quartiere di Los Angeles) ad Asbury Park, nel 2015: qui il cantante ha calcato i suoi primi palchi e da qui il nostro emigrante può stare più vicino alla figlia 21enne, Sabrina, iscritta in un’università della Virginia. A casa, però, lui ci sta poco. «Grazie al mio lavoro ho visitato quasi tutti e 50 gli Stati, ma ho anche potuto metter piede in diversi Paesi in Europa e nel resto del mondo. A breve curerò dei documentari dedicati all’emigrazione ticinese in Australia, una nazione dove non sono mai stato ma che ho sempre desiderato vedere. Se tutto andrà come deve, li trasmetteranno sotto Natale al Quotidiano, su Rsi LA1». Il desiderio, però, è andare oltre. Allargare gli orizzonti. «Ho un grande progetto – ci rivela –, ed è quello di dedicare un macrodocumentario alla vita e a come essa viene declinata ai quattro angoli del mondo. Sarebbe bello poter concludere la carriera con un’opera del genere». Anche se il nostro emigrante compirà presto 62 anni, quindi, la parola “pensione” è bandita. «Io non mi considero un lavoratore, ma un artista. Fintanto che la mia telecamera avrà una tacca di batteria e io riuscirò a imbracciarla, non smetterò mai di fare quello che faccio. Mi sarebbe impossibile».

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