Piazza di Faido, da terra. © FOTOPEDRAZZINI.CH - Spherical Image - RICOH THETA
Piazza di Faido, da drone. ©FOTOPEDRAZZINI.CH - Spherical Image - RICOH THETA

All'ombra di Stefano Franscini

La piazza dedicata allo statista di Bodio racconta una forte voglia di riscatto dei faidesi e di tutta la Leventina, nonostante lo spopolamento e Alptransit. Ecco alcune voci dal capoluogo distrettuale. PAOLO D'ANGELO

A Faido è un mattino come tanti. In piazza Stefano Franscini si assiste al solito andirivieni. All’ombra della statua vi è la bancarella del fruttivendolo e fuori dal bar Pedrini si servono bibite e caffè. Eppure, dietro l’apparente normalità, tra i faidesi serpeggia la preoccupazione.
Non bastavano, infatti, le conseguenze negative di Alptransit e il calo demografico. La ciliegina sulla torta è giunta pochi giorni prima di Natale dello scorso anno: il Consiglio di Stato ha deciso di assegnare il Museo cantonale di storia naturale a Locarno.
E allora, nel nostro tour nella Svizzera italiana, ecco che da piazza Stefano Franscini, il cui monumento venne inaugurato il 13 settembre 1896, sale al cielo l’appello a tutti i leventinesi alla riscossa per rivendicare il proprio diritto all’esistenza.

La piazza è anche musica
Arriva Paolo Tantardini. Il decano della Filarmonica Faidese, un vero e proprio vanto per la regione, con oltre 40 soci di un’età media di 24 anni e ben 154 anni di storia, si presenta all’appuntamento davanti al municipio. «Da piccolo abitavo lì, dove oggi c’è il palazzo del Pretorio», dice il 68enne, volgendo lo sguardo verso l’edificio bianco, non molto amato da molti faidesi per le sue geometrie fredde che stonano con il resto della piazza. Da casa si è portato il suo basso tuba, che estrae dalla custodia, simulando una marcetta. «Abitavo sulla piazza. Dove c’è oggi il Comune, c’era una volta la scuola, ma facevo una gran fatica ad andarci», dice Tantardini sorridendo. Per la Filarmonica, invece, nutre una passione che dura da 54 anni. «I nostri concerti li facevamo sempre qui. Ai tempi, quando finivamo di suonare, i ristoratori ci offrivano da bere. Veniva servito del vino a tutti, bambini inclusi». Altri tempi.


Paolo Tantardini con il suo bassotuba. Sullo sfondo si vede il palazzo del Pretorio.

Il ritorno alle origini
Ad ascoltare Tantardini c’è Daniele Zanzi. L’animatore e coordinatore sportivo per il comune mostra alcune foto della processione di Corpus Domini, con la Filarmonica, i pompieri, i fedeli, la strada adornata con rami e fiori, e  una comunità fedele alle tradizioni. Zanzi, 51 anni, ha seguito il richiamo delle origini, abbandonando la sua carriera da biologo all’Acquario di Genova, i viaggi per il mondo e il mare, per tornare nella sua Faido, dove è nato e ha le sue radici. «Una vita in movimento, stimolante. Ma a un certo punto ho deciso di rientrare».

Daniele Zanzi presso il Municipio di Faido.

Oggi promuove l’utilizzo degli impianti sportivi, collabora all’organizzazione di eventi culturali e sportivi come la Faido Running Night, che anima la piazza ormai da dieci anni, e sostiene turisticamente tutto il territorio della Media Leventina. «Attualmente stiamo sviluppando proposte per le e-bike sul territorio e partecipiamo al progetto Interreg Italia–Svizzera dal titolo “Il museo più lungo al mondo”, che si prefigge di mettere in rete iniziative, attività e luoghi d’interesse lungo la storica linea del Gottardo tra Milano e Lucerna. La nostra regione è già un museo a cielo aperto che necessita di essere valorizzata con diverse tappe e attrazioni di carattere storico, culturale, enogastronomico».

Il primo centro illuminato del Ticino
Dopo aver scambiato due chiacchiere con Domenico Barenco, titolare dell’omonima ditta di trasporti fondata nel 1880 dai suoi avi e arrivato in piazza con un Saurer Alpenwagen del 1954, verso l’ora di pranzo, ecco arrivare Cleto Muttoni, presidente della Cooperativa Elettrica di Faido (CEF). Anche lui è convinto che le potenzialità di questo territorio siano enormi. «Faido è stato il primo centro illuminato in Ticino e il decimo in Svizzera», dice sfogliando “Primi in luce”, un libro di oltre 300 pagine scritto da Plinio Grossi, in cui si ripercorre la storia industriale e sociale di una comunità «che ha avuto dei visionari, che hanno istituito la Cooperativa Elettrica di Faido».

Domenico Barenco al volante di un Saurer Alpenwagen del 1954.

L’inaugurazione pubblica e privata della luce elettrica in piazza avvenne l’8 dicembre 1889 in piazza Stefano Franscini, nella quale erano stati posati dei pali della luce in ferro, sostituiti negli anni ’30 con lampade a sospensione, in concomitanza con l’ammodernamento della strada cantonale. «E sempre nel 1889 – continua Muttoni – venne fondata la Cooperativa Elettrica di Faido senza scopo di lucro, così come lo è oggi. Siamo completamente autonomi, abbiamo un’ottima collaborazione con l’Azienda Elettrica Ticinese e illuminiamo tutta la media valle, da Chironico a Sobrio. La CEF dà lavoro a 12 dipendenti».


Cleto Muttoni, presidente della Cooperativa Elettrica di Faido mentre sfoglia “Primi in luce”.

La fine del XIX e l’inizio del XX secolo furono anni di grande fermento sociale ed economico per il capoluogo distrettuale, che vide la nascita dell’industria del turismo moderno e di realtà importanti, come le ferrerie Cattaneo. «Qui si sono fermati Richard Wagner, Samuel Butler e William Turner. Molte famiglie importanti milanesi venivano a trascorrervi le vacanze perché si respirava aria buona. I turisti venivano chiamati i “mangia-aria”. Poi arrivò la Prima guerra mondiale e Trento e Trieste passarono all’Italia. Gli sbocchi turistici verso il Trentino ci penalizzarono», conclude Zanzi. «E oggi, come cento anni fa, eccoci ad affrontare l’arrivo di nuove difficoltà», continua Muttoni, che non si arrende: «Dobbiamo ricominciare, ripartendo dalla nostra storia, dalla nostra identità».

Ritrovare l’unità perduta
Anche secondo lo storico Fabrizio Viscontini il riscatto della Leventina inizierà soltanto attraverso l’unione di tutta la valle. «In questo momento è auspicabile che la Leventina si riconosca in una identità comune, che non è un’invenzione, ma ha un fondamento storico-scientifico. I villaggi della Leventina sono rimasti uniti fin dall’inizio del Basso Medioevo. L’unità è venuta meno nel periodo del boom economico, negli anni ’50 e ’60 del secolo scorso, quando alcune di queste località si sono arricchite, e quindi hanno portato avanti dei progetti per conto proprio. Adesso la situazione, anche con la costruzione di Alptransit, è diventata difficile per la valle, che sta perdendo popolazione».


Lo storico Fabrizio Viscontini volge lo sguardo verso il monumento a Stefano Franscini,
posto al centro della piazza.

Viscontini ricorda la storia con un’episodio accaduto il 2 giugno del 1755, che soffocò sul nascere quella che è stata definita la “Rivolta della Leventina” contro gli urani che, nel periodo dell’assolutismo europeo, tolsero le vecchie libertà e consuetudini della valle come, per esempio, la gestione dei beni degli orfani e dei minori.  
Il suo racconto è così dettagliato che sembra di sentire i passi delle truppe, il tintinnio delle catene, l’eccitazione del popolo che si appresta ad assistere all’esecuzione.  «I condannati, tre notabili leventinesi, l’alfiere Giovanni Antonio Forni, il capitano Giovanni Lorenzo Orsi e il consigliere e procuratore Giuseppe Sartore furono fatti sedere con le mani legate dietro la schiena e, a volto scoperto, decapitati con lo spadone a due mani, detta anche “spada di giustizia”, perché considerati i capi della rivolta», spiega Fabrizio Viscontini, mentre indica con il dito il luogo in cui, nell’allora Piano della Croce, c’era l’albero di noce sotto il quale si volevano inizialmente impiccare i tre condannati. Un episodio che confermò la dominazione degli urani sulla valle. E Stefano Franscini cosa pensava di questo fatto storico? «Viene ricordato come padre della pubblica istruzione per avere introdotto, nel 1837, la scuola obbligatoria nel cantone e promosso la scienza statistica a livello federale. Ma per quanto riguarda i fatti del 1755 è figlio del suo tempo: e non parla bene dei leventinesi...».

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