Renato Simona nella suggestiva sala patriziale di Bellinzona. (Foto: Massimo Pedrazzini)

Di famiglie e di stirpi

La Società genealogica della Svizzera italiana celebra i 20 anni con una mostra itinerante. Ne parliamo con il presidente Renato Simona. — Patrick Mancini

La genealogia, una materia noiosa e “da vecchi”? Tutt’altro. Sono sempre di più i curiosi che si avvicinano a questa scienza, che studia l’origine e la discendenza di famiglie e stirpi. A garantirlo è Renato Simona, 71enne presidente della Società genealogica della Svizzera italiana, che proprio nel 2017 taglia il traguardo dei 20 anni di esistenza. Lo fa attraverso un’esposizione itinerante, che dall’11 al 28 settembre fa tappa a Rancate, nell’aula magna delle scuole elementari.


Renato Simona, in un mondo sempre più multietnico e globalizzato che valore ha la genealogia?
La gente sente il desiderio di riscoprire le proprie radici. Lo capiamo dalle decine di richieste che arrivano da tutto il mondo. Circa un centinaio all’anno. Emigrati ticinesi che vogliono ritrovare i loro pa-renti. E che poi magari fanno un viaggio in Svizzera per conoscerli, o per visitare le tombe di chi non c’è più. È una tendenza in atto ormai da qualche anno.


Aggregazioni comunali, matrimoni misti... I mutamenti della società fanno soffrire
il genealogista?  
Le variabili non mancano. Ma noi in fondo siamo spinti da una curiosità che va ben al di là degli aspetti burocratici. Fare una ricerca genealogica significa indagare a 360 gradi non solo sulle persone, ma anche sul contesto in cui hanno vissuto, sulle epoche storiche che hanno attraversato. Scopri, ad esempio, mestieri che non ci sono più. Dal bracciante al caffettiere. Dalla cucitrice al fumista (chi puliva e piazzava le stufe a legna) fino al mugnaio.


Lei come ha iniziato con la ricerca genealogica?
Era il 1998. Ci si stava mobilitando per radunare tutti i Simona, famiglia di origini borghesi, a Locarno. Mi sono fatto coinvolgere da alcuni parenti. I preparativi per l’evento durarono due anni. Nelle riunioni c’era un grande entusiasmo. A un certo punto mi chiesero se me la sentivo di mettere nero su bianco un albero genealogico. E mi lanciai nell’avventura.


Come si è mosso?
Andai alla parrocchia di Locarno per consultare libri enormi, in cui erano registrati nascite, matrimoni, decessi. Mi sciroppai oltre 10.000 pagine, in ben 1.200 ore di lavoro, naturalmente come volontario. Ero trainato da una strana forza. Ogni volta che scoprivo un’informazione su una tal persona, volevo fare un collegamento, saperne ancora di più.  


Lei è patrizio di Locarno. Ha ancora senso parlare di patriziati oggi?
Certo. Il termine patrizio attesta di principio che una determinata famiglia da lungo tempo vive in un luogo. Queste persone gestiscono e amministrano terreni. Danno una grossa mano alla comunità. E portano avanti le tradizioni del posto. È anche vero che i patriziati fanno sempre più fatica a trovare volontari.  


Una domanda provocatoria. Esiste il vero ticinese?
È un discorso relativo. Il Ticino, in quanto entità politica a sé stante, è stato “creato” da Napoleone. Prima eravamo italiani? Non si può dire nemmeno questo, dal momento che l’Italia, intesa come la conosciamo oggi, è nata più tardi. Culturalmente, però, apparteniamo a un’area geografica che già esisteva prima della nascita delle nazioni moderne. Il tema è delicato. E purtroppo a molti dà fastidio parlare e sentire di questa radice comune.  


Come si fa ad affermare con certezza che un cognome è locale o meno?
Sono i documenti a parlare. Noi genealogisti viviamo negli archivi. Prendiamo il caso dei Simona. Alcuni testi ci riportano tracce della loro presenza nei pressi di Locarno già nel 1400. Oggettivamente, se una famiglia è presente da così tante generazioni sul posto, è ticinese a tutti gli effetti.


Occuparsi di genealogia equivale anche a rispolverare antichi aneddoti. Ne ricorda alcuni significativi?
C’è, ad esempio, il caso di Carlo Francesco Remonda di Comologno, in Valle Onsernone. Si scopre che fu generale napoleonico nel 1815. E allora scatta l’adrenalina del genealogista. Ti chiedi come sia possibile che una persona nata e cresciuta in un piccolo villaggio di valle, raggiungibile all’epoca solo tramite una mulattiera, possa essere arrivata fino a Parigi e avere fatto carriera militare.


Il genealogista riesce sempre a trovare tutte le risposte?
No, a volte si deve fermare, perché le fonti a disposizione non gli permettono di andare oltre. Spesso gli intrecci con la storia, quella con la “esse” maiuscola, ti danno un impulso supplementare. La famiglia Fumagalli di Canobbio, ad esempio, costruì una cartiera in cui lavorò, per alcuni mesi, nientemeno che Benito Mussolini. Senza parlare di quello Zoppi di Broglio che, nel 1515, prese parte alla battaglia di Marignano. 

 
Quanto è ricorrente il tema dell’emigrazione dei ticinesi nelle sue ricerche?
Parecchio. I ticinesi erano emigranti. Lo dovevano essere per vivere, perché da noi non c’era lavoro, non c’erano possibilità. Andavano in Italia, in Francia, in Olanda a fare gli spazzacamini. O negli Stati Uniti, in Argentina e in Australia a mungere mucche. C’era tanta sofferenza. In un certo senso, la genealogia può farci comprendere meglio cosa provano quelle popolazioni che oggi sono costrette ad abbandonare le loro terre per cercare fortuna altrove.


Parliamo di Internet. Per chi si occupa di genealogia è una risorsa o una fonte di confusione?
Nella rete si trova di tutto e di più, è un dato di fatto. Ogni tanto le informazioni vanno prese con le pinze. Però ci sono tanti siti genealogici attendibili, che permettono di condividere interessanti documenti a livello internazionale. I social network, poi, consentono a persone, magari appartenenti allo stesso ceppo, di ritrovarsi, di comunicare. Sarà capitato a tanti di digitare nel motore di ricerca di Facebook il proprio cognome e di trovare, in maniera più o meno casuale, qualche parente alla lontana. Molti raduni di grandi famiglie oggi prendono vita così.


Cosa spinge persone con lo stesso cognome a radunarsi per una giornata?
I raduni di famiglia sembravano passati di moda, ma da qualche anno sono sempre più frequenti. E non parlo solo dei classici Matasci, Pedrazzini, Besomi... Tutto parte forse dalla volontà di confrontarsi, di sapere qualcosa di più sulla propria esistenza.  

La vostra mostra itinerante approda ora a Rancate. Come è stata accolta nelle tappe primaverili di Locarno e Bellinzona?
Bene, tra Locarno e Bellinzona abbiamo avuto la presenza di centinaia di persone. L’interesse è alto. Il visitatore cerca un pezzo di sé e se la prende se sull’albero genealogico manca il proprio ceppo. C’è molta attenzione per gli stemmi di famiglia e per il ruolo che le persone esercitavano. Certe famiglie erano possidenti, altre povere. I titoli avevano un grosso peso. E la società era divisa. Allora come oggi, con criteri e sfumature diverse. È analizzando questi aspetti del passato che possiamo capire chi siamo adesso.

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