Il mito del jeans non muore mai

Da pantaloni da lavoro a divisa universale. Il cinque tasche è il capo più popolare al mondo. E il più personale. Viaggio nella storia e nel significato del fustagno blu, dalla Genova del XVI secolo a oggi, iniziando da un particolare museo privato di Zurigo. GUARDA I VIDEO

TESTO: GIORGIA VONNIEDERHAEUSERN - FOTO: MAD

«Perché amo tanto i jeans? Perché sono un simbolo di ribellione e parlano della nostra storia». Così riassume Ruedi Karrer, alias Swiss Jeans Freak, la sua passione per il denim, per lui un vero feticcio. Al fustagno blu il 59enne originario di un paesino nei pressi di Thusis (GR) ha dedicato un museo: il Jeansmuseum di Zurigo, ubicato nel movimentato ed artistico Kreis 4. Un semplice appartamento di circa 150 metri quadrati di cui 70 adibiti a spazio espositivo. Qui, pantaloni, giacche e altri indumenti in denim si ammassano e si intrecciano. Alcuni sono veri e propri oggetti d’antiquariato, mentre altri sono freschi di fabbrica. 
In un secondo locale, pile di cartoni alte fino al soffitto custodiscono i capi non esposti e alcune “perle” appena tornate da esibizioni, alle quali Karrer presta sempre volentieri i suoi “gioielli”. Il museo, visitabile su richiesta, conserva 10 tonnellate di abbigliamento (circa 12.000 pezzi). I visitatori sono soprattutto cultori e professionisti del settore, ma anche classi scolastiche e turisti curiosi.


I tesori dello Swiss Jeans Freak
Con i cinque tasche per Karrer è stato amore a prima vista: «Eccoli qui, i miei primi Wrangler – dice spiegando un minuto e liso paio di pantaloni leggermente a zampa –. Li ereditai nel ’73 da mio fratello maggiore. All’età di 16 anni, con i miei risparmi acquistai i primi jeans tutti miei». All’epoca, racconta, nessuno si sarebbe mai permesso di portarli in ufficio, tanto meno se strappati. «Il denim era il tessuto dei ribelli, degli uomini veri. E io, come tanti coetanei, indossandoli mi sentivo un grande». 


Un fascino mai tramontato, che qualche anno dopo l’ha portato a fare anche pazzie, come quando, spiegandosi a gesti, convinse un punker giapponese incontrato per strada a Zurigo a regalargli i suoi pantaloni, «un paio di Big Smith del ’65». Altri modelli li ha scovati da rigattieri o durante viaggi, e qualcuno addirittura abbandonato nel bosco. «Quanto costa il modello più caro della mia collezione? Circa 500 franchi», dice. Cifre che lo Swiss Jeans Freak non sborsa sovente. Karrer è infatti una piccola grande star nel settore. Il suo profilo Instagram, seguito da 33.700 persone, è noto agli addetti ai lavori, che aiutano a sponsorizzare la sua collezione. Anche se, di pantaloni, Karrer in realtà non ne necessita molti: da buon conoscitore preferisce indossare sempre lo stesso paio e lavarlo il meno possibile. «Questi che porto hanno raggiunto i 200 giorni senza toccare una goccia di detersivo. Nel frattempo li ho anche usati per fare pelli di foca».

Nulla in confronto al suo record personale di 1.002 giorni. Proprio così: per i veri cultori del denim, i jeans non vanno “rovinati” in lavatrice, ma solamente messi ad arieggiare. Il tessuto, che gli intenditori preferiscono acquistare raw, ovvero non prelavato e ancora carico della sua tinta blu, va piuttosto “consumato” lentamente. I pantaloni in denim raw sono ancora “anonimi”: a seconda della persona che li indossa, prenderanno una data forma e si fregeranno di segni dell’usura. «Il jeans è il capo più personale che esista», commenta Karrer. «Guardi qui – dice mostrando entusiasta tre modelli logori e sporchi –. Erano di un cowboy americano. Vede la baffatura qui (le righe orizzontali sbiadite che si formano ai lati dei bottoni, ndr) e il segno della sella? Si ripetono in modo uguale su tutti e tre i pantaloni». Elementi unici che testimoniano la storia di chi li ha posseduti. Una sorta di firma che, per i “denimofili”, diventa reliquia e fonte di bramosia.


Un capo universale
Ma il famoso tessuto blu ovviamente non è solo oggetto del desiderio per connaisseurs. Analisi citate da Business of Fashion, sito d’informazione per professionisti della moda, indicano una nuova ondata di vendite di jeans: dopo una fase di declino, nella prima metà del 2017 sarebbero aumentate addirittura del 79% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Alla fine del 2017, a livello globale, il loro mercato era valutato attorno a 92,9 miliardi di dollari. E i pronostici prevedono ancora crescita. Esperti del settore dell’abbigliamento citano sovente i jeans come il capo più popolare al mondo. Del resto, ovunque ci si trovi, basta guardarsi attorno per accorgersi del loro successo. Ma perché piacciono tanto? «Sono un capo universale», commenta Gert van de Keuken, direttore creativo della rinomata agenzia parigina Trend Union, specializzata nell’analisi e nella previsione di tendenze. «Il blu non è solo il colore della classe operaia. È una delle tinte più antiche, rintracciabile in culture di tutto il mondo. I jeans sono simbolo di resistenza e affidabilità. Guardando alla storia, nell’arco di meno di un secolo sono passati da uniforme proletaria a prodotto di lusso. Molti marchi sono adatti al portafoglio di tutti, ma ne esistono altri, magari incastonati di Swarovski, a prezzi che partono da 7.500 dollari (quelli di una linea esclusiva di Escada, ndr). I jeans sono stati adottati da ogni strato sociale: sono di tutti». «I blue jeans, che sono un segno di sinistra, con la giacca vanno verso destra», cantava Gaber. Già, perché marchi e modelli dei cinque tasche vengono effettivamente usati come divisa d’appartenenza a gruppi sociali: «Il denim raw, ad esempio, – spiega Ruedi Karrer – viene indossato da tipi urbani e tendenzialmente di sinistra; zT è stato il marchio degli aderenti alla destra estrema; mentre il modello Elwood di G-Star ha avuto un interessante doppio ruolo: amatissimo nei Balcani, era pure portato dalla comunità gay internazionale». Così come prende la forma di chi lo porta, il jeans si fa anche bandiera delle posizioni ideologiche di chi lo sfoggia.

Dalle spose alle suore
Nel frattempo il denim è stato usato e declinato in numerosissime maniere. Ad esempio, con il fustagno blu oggi si producono dagli abiti da sposa alle fodere per mobilio. In Spagna, le sorelle della congregazione Iesu Communio (circa 230 religiose nel 2015, per la maggior parte giovanissime) lo hanno scelto come tessuto per il loro abito. Una scelta fatta – come si leggeva sulla stampa specializzata nel 2010, anno della loro fondazione – per rispondere alle nuove necessità del mondo. E qualche artista ha persino trovato nel jeans il materiale per esprimere la propria creatività. Come il britannico Ian Berry, creatore del Secret Garden, giardino realizzato interamente con ritagli della stoffa blu, in esposizione al Children’s Museum of the Arts di New York fino al 29 aprile. Dai campi di cotone a parchi fantastici, dagli abiti per cowboy a quelli per suore, il jeans, tessuto universale, si sa proporre in mille salse e acquisire altrettanti significati. Resistente e dalla grande capacità di adattamento, dalla sua invenzione è stato testimone di ogni epoca e della nostra storia.




L'aspetto ecologico

Non si può parlare di denim senza toccare il tema “sostenibilità”. Secondo il WWF, per produrre 1 kg di cotone (un paio di jeans) sono necessari 20.000 litri di acqua. Alla coltivazione di cotone si deve il 24% delle vendite mondiali d’insetticidi. Questi, insieme alle sostanze usate nella produzione dei jeans e della loro tinta, inquinano il suolo e le falde acquifere. Messe sotto pressione, negli ultimi anni grandi firme si sono impegnate di più per ambiente e lavoratori. Levi’s, ad esempio, ha dichiarato di voler eliminare entro il 2020 le sostanze inquinanti usate, partecipando alla campagna Detox di Greenpeace. Altri marchi si dedicano invece già da decenni alla produzione sostenibile: «Siamo per la trasparenza totale del commercio per tutta la filiera e usiamo solo cotone bio da colture a spreco idrico limitato. Inoltre usiamo solo metodi di tintura non pericolosi per la salute e ci assicuriamo che le condizioni lavorative siano conformi ai parametri dell’Organizzazione internazionale del lavoro (ILO) delle Nazioni Unite», dichiara Simona Matt, responsabile per il marchio Coop Naturaline. Inoltre, come indica Fashion Revolution, movimento internazionale per una moda sostenibile, lavare i jeans dopo dieci volte che li si ha indossati anziché ogni due abbasserebbe l’impronta al carbonio del 65-70%. Recentemente, la rivista Nature Chemical Biology, ripresa da vari media specializzati, ha riportato la notizia della creazione di un ceppo di batteri E. coli che produce uno dei precursori dell’indaco. Gli scienziati dell’Università di Berkeley (California) che li hanno creati sperano di offrire un’alternativa più sostenibile alla sintesi chimica dell’indaco. Un sistema per ora ancora troppo oneroso per l’industria.

Instagram e Twitter: @swissjeansfreak
www.jeansmuseum.org


XVI secolo Il fustagno genovese si vende in tutta Europa per farne sacchi e tele per coprire merci. I marinai genovesi indossano una divisa blu in tela di Nîmes: il denim.    

XIX secolo I jeans sbarcano in America come pantaloni da lavoro. Hanno fori in cui inserire le bretelle e un quinto taschino nel quale infilare l’orologio.

20.5.1873 I pantaloni da lavoro di Jacob Davis e Levi Strauss (USA) sono brevettati. Nel 1890 riceveranno il numero di lotto 501, che scriverà la storia dell’abbigliamento.

Anni ’30 Il cinque tasche acquista fascino grazie agli eroi in jeans dei film western. Turisti iniziano a comprare pantaloni in denim per le loro vacanze in ranch. 

Anni ’50 Hollywood colpisce ancora. Elvis Presley, James Dean e Marlon Brando diventano personaggi simbolo della gioventù ribelle e icone di stile. Il loro marchio: i jeans.

Anni ’60 I figli dei fiori adottano il denim come emblema antiautoritario e anticonvenzionale. Il ’68 sdogana definitivamente il jeans, oramai capo standard fra i giovani. 

Anni ’70 È l’era dei pantaloni a zampa. Ma anche del punk, delle ginocchia strappate, degli orli sfilacciati, del denim lavato con la candeggina e delle scritte con i pennarelli. 

Anni ’90 Dopo i pantaloni a carota degli anni ’80 arrivano i baggy pants: i jeans larghi a vita bassa di rapper e skater. Ma i re sono i Levi’s 501, tornati in voga anche dal 2016.