Lucetta Scaraffia (1948) è docente di storia contemporanea alla Sapienza di Roma.

«Bisogna essere giovani per essere genitori»

A colloquio con la storica Lucetta Scaraffia, autrice del saggio “La fine della madre”: la rivoluzione femminista, le tecniche della fecondazione assistita e la deriva dell’utero in affitto.

TESTO: ROCCO NOTARANGELO – FOTO: GILIOLA CHISTÉ

Il titolo del suo saggio, “La fine della madre” (ed. Neri Pozza), è forte, apocalittico. Lei punta il dito contro la rivoluzione femminista che, inseguendo il modello maschile della sessualità libera, ha svalutato il valore della maternità…
Certo. A cominciare dagli anni Settanta del Novecento c’è stato un processo che ha portato a credere che le donne potessero trovare la loro libertà prendendo una distanza dal diventare madri, di avere una vita sessuale libera come quella maschile, sganciata dal rapporto. Inoltre, la società ha accettato l’ingresso delle donne nel mondo maschile della politica e delle professioni a patto che diventassero come gli uomini, negando la loro diversità. E questo ha significato anche cancellare la maternità.

Questa “deriva” del femminismo era forse inevitabile, vista la millenaria dominazione maschile…
Forse sì, ma le prime femministe, quelle di fine Ottocento, inizio Novecento, che lottavano per il diritto di voto, sostenevano che le donne, proprio grazie alla loro vocazione materna, alla loro diversità, avrebbero cambiato in meglio la società. E non diventare come gli uomini. Questo non si è realizzato con la rivoluzione sessuale degli anni Settanta.

Nel suo libro lei spiega che il declino della maternità è causato oggi principalmente dalle nuove tecnologie della procreazione: dalla donazione di ovociti/liquido seminale all’utero in affitto…
Sì, la fecondazione eterologa ha rivoluzionato il senso della maternità, il suo aspetto simbolico, perché ha spezzato l’unità di embrione, feto e corpo materno. La figura della madre è divisa in tre: chi dona gli ovociti, chi porta la gravidanza e chi paga, la committente, che giuridicamente è la proprietaria del bambino. Il figlio è un oggetto che viene comprato. Questo permette anche agli uomini di avere un figlio senza una relazione con la donna: possono comprare un ovulo, comprare un utero e avere
un bambino. Tutto in un laboratorio, in modo asettico.

Scaraffia: «Se distruggiamo la figura della madre, che cosa rimane?».

Aumentano sempre più i Paesi che autorizzano le tecniche di fecondazione assistita. L’opinione pubblica sembra accettare queste novità…
In realtà vengono accettate non come principio ma, come dire, in modo laterale. Delle persone fanno un bambino con un ovulo comprato o con un utero in affitto, si presentano davanti ad un giudice in Italia o in Svizzera, dove la legge non lo permette, per chiedere il riconoscimento e questi, di fronte a casi così drammatici, fanno fatica a dire no.

Quella dell’utero in affitto è per lei questione più controversa. Perché?
Perché è l’ultimo passo verso la cancellazione del simbolico del corpo materno. Alla madre che presta l’utero viene chiesto semplicemente di fornire un servizio. Si nega completamente che la gravidanza sia la costruzione di un rapporto. Innanzitutto genetico. Perché anche durante la gravidanza la madre manda molti messaggi genetici al figlio. Poi, dal punto di vista psicologico, si sa che il bambino sente la voce della madre, che tra loro si crea un legame profondo. Tutto questo si nega e si dà valore a una cosa: al denaro che compra un servizio. È una disumanizzazione spaventosa.

Dal 1978, con Louise Brown concepita in vitro, sette milioni di figli sono nati nel mondo con la fecondazione assistita. Oggi, il desiderio di fare figli è diventato un “diritto”. Che cosa c’è di sbagliato?
Dobbiamo fare un passo indietro. Questo problema dei figli fatti in laboratorio è nato dalla rivoluzione sessuale e dagli anticoncezionali. Prima si è chiesto il sesso senza figli e poi, quando si è capito che non era così facile farli, si è rivendicato il diritto di averli senza sesso. Anche perché, se una donna prende per trent’anni la pillola non è che l’anno dopo di colpo fa un bambino. Ci sono problemi di sterilità fortissimi e inquietanti, soprattutto tra gli uomini, su cui per ora non si riesce a dare una spiegazione. Si preferisce la via del laboratorio. Certo, la fecondazione in vitro è una via d’uscita per molte coppie, ma il successo è solo del 30%, molto inferiore rispetto a quello che viene propagandato. Qualsiasi altra terapia verrebbe subito accantonata.

Poter avere un figlio con la fecondazione assistita sta portando l’età delle madri a 45-50 anni e a oltre 50 dei padri. Qual è la sua opinione?
Intanto, non vengono studiati i danni genetici causati ai figli. Da poco si è scoperto che l’autismo è più diffuso se sono nati da genitori anziani, soprattutto se lo è il padre. Inoltre, nessuno ha mai studiato l’effetto dei bombardamenti ormonali sul feto e sull’embrione della madre e di quella in affitto nella fecondazione assistita. Oggi, chi fa un figlio a 25 anni è considerato troppo giovane, mentre secondo natura è l’età migliore. Le donne hanno un orologio biologico molto stretto. Fare un figlio dopo i 38 anni è molto difficile. Non è vero che la fecondazione assistita lo permette. È un percorso faticoso e con risultati limitati. Nessuno lo dice. Infine, i genitori adulti non hanno l’energia, la forza per educare i figli nell’età critica dell’adolescenza. Bisogna essere giovani per essere genitori.

Il diritto al figlio è rivendicato anche dalle coppie lesbiche e gay.
Accolto in molti Paesi (in Svizzera solo l’adozione del figlio del partner), si fonda sul fatto che il benessere dei figli non dipende dal sesso dei genitori. Lei è contraria. Perché?
Io ritengo giustissimo che le coppie di maschi abbiano i diritti di un’unione civile, per esempio in materia ereditaria. Sono contraria, invece, al matrimonio, perché il matrimonio serve per fondare una famiglia e due persone dello stesso sesso non possono farlo. È una menzogna dire che due gay hanno un figlio. Se lo hanno ottenuto è in modo surrettizio, senza una madre o anche senza un padre. Inoltre, un figlio nato da un donatore di sperma e da un ovulo donato non conoscerà probabilmente mai chi è il padre o la madre. Ciò che gli darà in età matura un dolore, un senso di perdita.

Nel suo saggio, lei però distingue le coppie lesbiche da quelle gay…
Sì, perché le coppie lesbiche il bambino se lo fanno da sole, comprano lo spermatozoo e almeno una è la mamma biologica. Invece, la coppia di maschi deve comprare anche l'utero.

Però, la famiglia “tradizionale” che lei difende non è proprio un modello di amore e integrazione.
Certo, la famiglia è il luogo dove emergono gli egoismi, perché gli essere umani sono cattivi, tutti facciamo del male. Però in questo tipo di famiglia i figli sapevano e sanno chi è la loro madre e il loro padre. Si sentono inseriti in una genealogia, conoscono le radici della loro storia, chi sono i nonni, i parenti. E questo conta moltissimo.

Oggi, la crisi del ruolo materno va di pari passo con l’eclissi della figura paterna. Come lo spiega?
Entrambe le crisi si tengono, ma a me sembra più grave la “fine della madre”, perché dal parto alla crescita dei figli è lei la figura centrale, la bussola della famiglia. In tante società, compresa la nostra, tanti padri se ne vanno, abbandonano il campo. Se distruggiamo la figura della madre, che cosa rimane? ○

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Lucetta Scaraffia (Torino, 1948) insegna storia all'Università La Sapienza di Roma e colla bora con il Corriere della sera e l'Osservatore Romano. Ex marxista e femminista, oggi è una delle voci più autorevoli del cattolicesimo. Tra le sue opere: "Dall'utltimo banco. La chiesa, le donne, il sinodo" (Marsilio, 2016) e "La fine della madre" (Neri Pozza, 2017).

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