Franco Lurà nel Museo della civiltà contadina del Medrisiotto a Stabio, uno dei musei etnografici gestiti dal Cde. (FOTO: Sandro Mahler)

Arrivederci, "mister dialetto"

Dopo per aver diretto per vent’anni il Centro di dialettologia, Franco Lurà va in pensione. Il suo bilancio professionale e umano. – ISABELLA VISETTI

Da alcune settimane ha lasciato la guida del Centro di dialettologia e di etnografia (Cde): come sta vivendo questo passaggio?
In modo sereno, era una de
cisione maturata da tempo. Quasi tre anni fa, dopo l’emozionante e indimenticabile spettacolo “Bella ciao”, che il Cde aveva organizzato al Cinema Teatro di Chiasso, ho deciso di andare in pensione. Avevo terminato lavori importanti e sentivo che era giunto il momento di passare il testimone.

Facciamo un passo indietro, com’è diventato “il signore del dialetto”?
Signore del dialetto mi sembra eccessivo, diciamo un punto di riferimento. Il fatto che molti accostino il mio nome al dialetto è dovuto al fatto che uno dei miei principi è stato trasmettere alla gente delle conoscenze. Ho sempre fatto una divulgazione corretta, scientifica, ma alla portata di tutti. Sono un po’ stato il frontman del Cde, ma dietro di me ci sono sempre stati i collaboratori e la struttura del Cde, un centro che molti ci invidiano proprio per questo carattere divulgativo, per i suoi prodotti innovativi e per la sua qualità.

Come è nata la passione per
la dialettologia?
Grazie a Heinrich Schmid, brillante professore che insegnava dialettologia all’università di Zurigo. Le sue lezioni erano molto accattivanti: io ho studiato i dialetti italiani con lui, ascoltando e cantando i canti popolari delle diver
se regioni d’Italia; un divertimento al quale seguiva l’analisi delle caratteristiche dei vari dialetti. Inoltre a Zurigo, ai tempi dei miei studi, era ancora vivo l’indirizzo linguistico “Wörter und Sachen” (parole e cose), una scuola che sosteneva la necessità di non disgiungere lo studio delle parole dallo studio delle cose che le parole designavano.



Dunque, ha accantonato presto gli studi di letteratura per la dialettologia...
Sì, e si trattava già di una dialettologia etnografica, che abbinava sempre la lingua con la tradizione e la presenza umana. Sono stato privilegiato, perché ho avuto una formazione che si è poi rivelata perfetta per la professione che ho svolto. Sono diventato etnolinguista grazie al contatto con le persone incontrate per raccogliere materiale per le mie ricerche
da fonetista sull’evoluzione del linguaggio. Chiacchierando con i miei “informatori”, ascoltando le loro storie, sono rimasto catturato dalla possibilità di conoscere l’uomo e la sua umanità dietro la lingua. Ed è così che ho concepito il mio lavoro in questi anni.

È vero che non esiste più
il dialetto di una volta?
Sì, le lingue nella loro evoluzione cambiano, si adattano ai tempi, devono esprimere nuovi concetti, danno spazio a una creatività diversa...
Una lingua è lo specchio di una società e vive fino a quando sa tenere il passo con i tempi. Se si chiude in una forma arcaica, adagio adagio muore.

I dialetti della Svizzera italiana hanno buone possibilità di sopravvivere?
Quando nel 1907 è stato fondato il Vocabolario dei dialetti, la preoccupazione era di salvare una lingua che stava scomparendo, come attesta la famosa frase di Carlo Salvioni: «Ogni vegliardo che scende nella tomba porta con sé un tesoro di parole che non vedrà più la luce». Questa visione era pessimista. Io credo che ci sarà sempre uno spazio, anche se ridotto, per questo codice.

Lei ha affermato spesso che
il dialetto non deve diventare strumento di esclusione: c’è il rischio di questa deriva?
Il rischio c’è a causa di alcuni movimenti politici e di certi atteggiamenti di chiusura, che sono inconcepibili e sono contrari al concetto stesso
di lingua. È vero che una lingua esprime la cultura e la mentalità del Paese che la pratica, ma serve per comunicare; usarla per escludere va contro la sua funzione e risponde soltanto a un’autarchia egoistica senza senso.

Cosa pensa dell’iniziativa del comune di Lugano di inserire lezioni di dialetto nel doposcuola?
Trovo sia una buona cosa che i programmi scolastici possano dedicare un’attenzione al dialetto nella sua accezione culturale più ampia, mentre credo che l’insegnamento didattico del dialetto dovrebbe essere “dosato” e facoltativo per il docente. D’altra parte, se l’obiettivo è tramandare il dialetto, non è con l’insegnamento che lo si raggiunge, ma solo parlandolo in famiglia e nella vita quotidiana.

Quali sono i progetti di cui
va più fiero come direttore del Cde?
Uno su tutti, il Lessico dialettale della Svizzera italiana pubblicato nel 2004, che ha venduto quasi seimila copie, un risultato strepitoso per un vocabolario di dialetto. Un risultato inaspettato, che ha premiato la mole di lavoro fatta dai collaboratori del Cde e il largo coinvolgimento di molti prima della presentazione di quest’opera al Palazzo dei Congressi a Lugano, in una serata memorabile con una grandissima affluenza di pubblico.

Non è invece riuscito a realizzare il vocabolario del dialetto comune. Le dispiace?
C’è un pizzico di rammarico, perché il Dicsi (Dialetto comune della Svizzera italiana) avrebbe completato il quadro delle nostre proposte con un carattere insolito e controcorrente: invece di indagare le cose tipiche, caratteristiche e arcaiche, doveva dare spazio a quelle più innovative e banalmente appiattite. Era una specie di vocabolario del dialetto comune che si può parlare da Airolo fino a Chiasso, il cosiddetto dialetto della ferrovia. Non c’è però stato un consenso redazionale unanime nelle ultime fasi prima della pubblicazione e ho dunque preferito lasciare spazio di riflessione e di scelta su come proseguire questo lavoro a chi sarebbe venuto in seguito.

Ci può presentare l’anima
etnografica del Centro di dialettologia?
È rappresentata da 11 musei regionali sparpagliati sul territorio, che fanno parte di una rete cantonale. Nel 2001 si è scelto di unire il settore etnografico e quello linguistico, un’idea vincente che ha messo a disposizione dei dialettologi conoscenze e competenze etnografiche, mentre i musei hanno potuto accedere al patrimonio immateriale delle testimonianze orali per completare la loro offerta.

Quale il ruolo futuro di questi musei regionali?
Il fatto che i musei siano diffusi sul territorio permette loro di essere capillari nell’azione: nelle regioni discoste, questi musei sono i referenti per l’attività culturale, e creano anche un indotto economico. Il loro futuro si potrà muovere secondo me su due binari: il primo è di continuare a testimoniare il nostro passato; il secondo è di dialogare nel presente con le nuove identità culturali e linguistiche sul territorio, diventando così uno strumento di coesione sociale.

Propositi, progetti, desideri per i prossimi mesi?
Vorrei ritrovare spazio ed energia per dedicarmi ad attività diverse rispetto a quelle svolte finora. E imparare cose nuove, leggere i molti libri accantonati e riprendere alcuni lavori interrotti. Ma soprattutto, vorrei vivere più quietamente il tempo.

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Nato a Mendrisio nel 1955, Franco Lurà ha guidato dal 1997 il Centro di dialettologia, diventato nel 2002 Centro di dialettologia e di etnografia (Cde). Il Cde promuove lo studio del patrimonio lessicale dialettale, delle parlate locali e della cultura popolare. In campo etnografico, gestisce la rete dei musei regionali e la collezione etnografica dello stato. www.ti.ch/cde

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