Un pazzo testimonial della vita

Murat Pelit, star del monosci, in carrozzina a causa di un tumore osseo, sarà l’unico ticinese a rappresentare la Svizzera alle Paralimpiadi di Pyeongchang in programma dall’8 di marzo. GUARDA I SUOI FOLLI VIDEO

TESTO: PATRICK MANCINI – FOTO: SANDRO MAHLER

Un raro tumore osseo lo ha costretto, da quando era poco più che ventenne, a vivere su una sedia a rotelle. Murat Pelit in 15 anni ha subito più di 80 operazioni chirurgiche. Classe 1982, questo ragazzone cresciuto a Stabio avrebbe tutte le ragioni per avercela col mondo. Invece, Murat, è un vero e proprio testimonial della vita. Consacratosi al monosci, sarà l’unico ticinese a rappresentare la Svizzera alle Paralimpiadi. «Una soddisfazione enorme. Ma non mi basta: vado in Corea per puntare al podio».

Ritiro engadinese
Murat si racconta sulle piste di Silvaplana, dove si è allenato nelle scorse settimane e parte dalla sua vita precedente. Quella in cui faceva il selvicoltore, militava nei pompieri, giocava a hockey e andava in snowboard. «Nel 2003, durante una marcia militare, ecco quello strano mal di schiena. E il consiglio del medico della caserma, che mi suggerisce di andare a fondo». E a fondo Murat troverà una massa tumorale enorme. «Che mi porterà dentro e fuori dagli ospedali per tre anni. Fino alla decisione di farmi togliere l’osso sacro. Se non l’avessi fatto, sarei morto». Ma il calvario, per il giovane di Stabio, è ben lungi dall’essere terminato. «I numerosi interventi a cui dovevo sottopormi mi causavano danni collaterali, con la necessità di nuove operazioni. Ancora oggi devo stare molto attento alle infezioni: il mio sistema immunitario è vulnerabile. Nel 2009 presi una setticemia violenta. Trascorsi praticamente 12 mesi a letto. E in quell’occasione i miei amici furono fantastici».

Niente sport fino al 2011. Quando a Murat si presenta una grande occasione di riscatto. «Volevo riavvicinarmi alle discipline invernali. Il monosci sembrava l’ideale per me. Mi sono buttato, con ancora più grinta. Sono sempre stato uno spericolato, da bambino mi gettavo dai muretti con i roller. E ora, senza timore, mi lancio giù per i pendii. Certo, ogni tanto qualcosa va storto. A inizio gennaio, mi sono fratturato il polso, in Slovenia. E in passato mi sono rotto pure la clavicola e la spalla. Senza contare le commozioni cerebrali». La carriera sportiva di Murat decolla. Fino alle Paralimpiadi coreane e al Mondiale che si terrà l’anno prossimo a Obersaxen. Murat diventa imprenditore di sé stesso. «Gestisco tutto io: dalla ricerca degli sponsor alla prenotazione degli hotel quando non mi alleno con la nazionale». E in parallelo trova pure il tempo per dedicarsi al volontariato e alla pesca. «Faccio parte dell’associazione Esperance, che opera in Indocina. Realizziamo scuole, pozzi, strutture sanitarie, soprattutto in Vietnam. Ci sono stato ancora di recente, è stato emozionante. E poi sono segretario della Società di pesca mendrisiense. Amo pescare sui laghetti alpini».



Non ha mai gettato la spugna, Murat. E con questa sua forza ha conquistato il cuore della sua compagna. «Una ragazza bellissima. L’ho conosciuta dall’ortopedico. Le ho subito fatto presente che stare con uno come me sarebbe stato complicato. La mia esistenza è un percorso a ostacoli: dentro di me gli organi sono tutti un po’ sottosopra, e in un certo senso sto ancora subendo le conseguenze del tumore osseo. Non c’è un annata in cui non mi succeda nulla dal punto di vista fisico». Il 35enne di Stabio non si fa problemi, quando lo chiamano disabile. «In fondo sono solo espressioni. Quello che conta è la realtà. E la realtà dice che io sono paraplegico. Lo accetto e non ne faccio un dramma. Paradossalmente è stata più dura per i miei famigliari accettare questa situazione».



Murat chiude con un aneddoto. «Mi è stata ritirata la patente dell’auto per due anni. Andavo troppo forte, ho sbagliato. In quel periodo, tra l’altro, mi sono reso conto di quanto sia dura per un disabile viaggiare sui mezzi pubblici in Ticino. Ricordo ancora le discussioni con lo psicologo del traffico. Voleva farmi ammettere che le mie distrazioni al volante fossero dovute alla mia condizione di salute. Io non ho mai mollato. Ho commesso degli errori perché sono distratto per natura. La colpa delle mie debolezze o dei miei sbagli non la dò mai al tumore o all’handicap».


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