A scuola di vita

Oreste Garbani, che pratica la corsa d'orientamento, è un atleta dotato di grande umanità.

TESTO: PATRICK MANCINI – FOTO: MASSIMO PEDRAZZINI

È emigrato in Svezia, mecca della corsa d’orientamento, per fare il grande salto di qualità. Ci è riuscito solo a metà. Parlare di Oreste Garbani, 19enne di Cavigliano, dopo la sbornia di medaglie rossocrociate ai recenti Europei ticinesi, potrebbe sembrare fuori luogo. Invece, no. Perché Oreste incarna uno degli aspetti più umani dello sport: la capacità di riconoscere i propri limiti. «Mi è mancata la testa. Sono emotivo. E questo mi tradisce nei momenti cruciali».
La trafila nelle nazionali rossocrociate, ottimi risultati in Ticino e fuori Cantone. Fino a qualche tempo fa, questo ragazzo cresciuto nel GO Vallemaggia e nell’O92 Piano di Magadino, era definito da molti come una promessa. «In Svezia, con i colori del Eksjö SOK, club della cittadina tra Göteborg e Stoccolma in cui ho vissuto, ho ottenuto buoni piazzamenti». Senza però mai centrare l’exploit decisivo. Oreste, adesso, è al bivio. «Dalla prossima stagione non farò più parte delle categorie giovanili. Sarò sportivamente un “adulto”. Si impone una scelta. Sto riflettendo sul ruolo che deve avere lo sport nella mia vita. Una cosa è certa. Tornerò in Svizzera e studierò scienze del movimento a Berna».
È un personaggio profondo, Oreste. Racconta dei boschi della Svezia in modo quasi poetica. «Lì la natura è fantastica. Emozionante. Ma ha anche risvolti più tetri. Sono andato in Svezia finito il liceo. È stato un anno intenso con un inverno cupo. In Svezia, nella stagione fredda, la luce è al minimo. Forse è per questo che gli svedesi sembrano freddi e distaccati. A tratti sono individualisti, quasi egoisti. All’inizio pensavo di stare antipatico a tutti. Poi ho capito che loro sono fatti così. Ho imparato a non avere pregiudizi. Sportivamente ho qualche rimpianto, ma si vede che il mio destino è un altro. Per me questa esperienza è stata una scuola di vita».

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