Paolo Taviani (86 anni): «Sul set ho la sensazione di essere vivo».

«A Locarno non ci sono mai stato»

Intervista esclusiva all’86enne maestro del cinema Paolo Taviani, che l’8 agosto sarà omaggiato da Locarno Festival, in Piazza Grande. Il suo rapporto con il fratello Vittorio, i retroscena sul film “Good morning Babilonia”, le sue preoccupazioni politiche.

TESTO: THOMAS CARTA - FOTO: GETTY IMAGES 

«Sa perché ho accettato di farmi intervistare da lei?». La possente voce di Paolo Taviani, che sembra farsene un baffo delle ottantasei primavere, non dà spazio a dubbi: i convenevoli, con lui, sono superflui. «Perché io a Locarno non ci sono ancora stato. Nel 1982 toccò infatti a mio fratello Vittorio (scomparso lo scorso 15 aprile, ndr) salire sul palco di Piazza Grande per presentare La notte di San Lorenzo. E, negli anni successivi, ha sempre ripetuto che quella era stata una tra le più belle serate della sua vita di regista. Con gente seduta dinanzi allo schermo, attenta e interessata; e soprattutto del cielo punteggiato di stelle. “Ti faccio invidia, eh?”, mi punzecchiava. E io un po’ invidioso lo ero davvero. Ora che se n’è andato, voglio raggiungere Locarno anche per lui. Per ricordarlo in quel luogo in cui si sentì così felice».

Maestro, lei non riposa mai…
Vede, io e Vittorio abbiamo lavorato amando profondamente il nostro mestiere. E anche adesso, che sono così vecchio, non riesco a rinunciarvi. In questo momento mi trovo nelle Isole Eolie: non appena finisco con lei, scenderò a farmi un bagno nel mare. L’acqua è il mio elemento. Ecco: sul set, provo lo stesso piacere. Ho la sensazione di essere vivo.

Si va quindi avanti, comunque…
Con Vittorio, di due anni maggiore rispetto a me, eravamo rimasti d’accordo che quando uno di noi se ne sarebbe andato, l’altro avrebbe dovuto continuare il “discorso” per tutti e due. Energia permettendo, è chiaro. Ebbene, io mi dimetterò dal lavoro e dalla vita solo dopo che avrò visto almeno l’accenno di un risorgere del mio Paese oggi così disastrato.

Cosa la preoccupa?
Il rischio di un atteggiamento “fascista” – uso un termine forte – da parte di chi sta al potere. Non solo in Italia, ma anche in altre nazioni: dagli Stati Uniti all’Ungheria. Purtroppo stiamo attraversando una fase storica in cui il popolo sembra avere bisogno di affermazioni “eccessive”. L’esperienza mi ha però insegnato che gli eccessi non durano a lungo.

Paolo Taviani: «Ho deciso di fare il regista a 16 anni, dopo aver visto un film di Rossellini».

Cosa intende dire?
Conservo la fiducia nel cambiamento. Io il fascismo l’ho vissuto sulla mia pelle, da ragazzino. Mio padre era un antifascista. All’epoca pareva che quella realtà sarebbe rimasta tale. Grazie ai partigiani e agli americani, abbiamo però visto mutare il mondo. Dal nero al chiaro. Perché, ricordate: c’è sempre la possibilità di trasformare il male in bene.

L’ottimismo non l’abbandona mai…
Non mi dica così, per favore. Una sera eravamo a casa di Pier Paolo Pasolini. Correva il 1975, l’anno in cui morì. Lui evidenziava la sua delusione per una realtà che aveva amato. Nel tentativo di aiutarlo, io e Vittorio gli dicemmo: “Nella vita ci sarà pure qualcosa di buono, sta a noi il compito di sforzarci per trovarlo”. Lui ci guardò, serio, e replicò: “Il vostro ottimismo è più tragico del mio pessimismo”.

Venerdì 9 agosto, alle 16.30, il Palazzetto Fevi di Locarno accoglierà la proiezione, in prima mondiale, della versione restaurata di “Good morning Babilonia”, che avete firmato nel 1987. Le piace rituffarsi nel passato?
Vuole sapere la verità? Di solito – e mi si perdoni l’uso del presente – io e Vittorio non rivediamo mai le nostre opere. Almeno si evita di soffrire. Il fatto è che io non sono più la persona che ero una trentina d’anni fa e rivestire il ruolo di “critico di me stesso” m’imbarazza. Ma, intendiamoci: è giusto che venga mostrato. La Cineteca nazionale italiana e l’Istituto Luce-Cinecittà hanno svolto un ottimo lavoro.

Qualche retroscena di quella pellicola?
Un giorno ricevemmo una telefonata da Hollywood. All’altro capo del film, il produttore Edward R. Pressman. “Vi voglio in America per girare un film”, chiarì subito. Noi ci prendemmo il tempo per riflettere. “Ma cosa aspettate?”, ci spronavano gli amici. Noi ricordavamo, tuttavia, le precedenti delusioni a stelle e strisce di Federico Fellini e di Vittorio De Sica, prima allettati e poi rientrati in patria quasi scappando. Alla fine rifiutammo, ringraziando. “Preferiamo muoverci su terreni che conosciamo”, ci giustificammo.

Ma Pressman non lo accettò.
Esatto. Mandò a Roma un suo emissario, con una storia che pareva elaborata apposta per noi. Incentrata su due giovani artigiani italiani che partono per gli Stati Uniti, in cerca di fortuna, e finiscono per lavorare come scenografi a San Francisco. A quel punto, accettammo. E, pur non essendo un film autobiografico, vi inserimmo emozioni, sentimenti, rancori e fantasie legate alla nostra esperienza. Non a caso, decidemmo che i due dovessero essere fratelli.

Lei parla quasi sempre, affettuosamente, al plurale. Con suo fratello non litigava mai?
Altroché! Le discussioni erano all’ordine del giorno. Sul set ci controllavamo ma ci sfogavamo giocando, malissimo, a tennis. Talvolta ci correvamo incontro con la racchetta alzata e il chiaro intento di menarsi.

E per trovare un accordo?
La mattina, a Roma, passeggiavamo al parco con i cani. Si parlava e ci si confrontava. In seguito, a tavolino, si mettevano le idee nero su bianco, per verificare se erano in grado di resistere. Un buon quaranta per cento finiva nel cassetto delle proposte bocciate. Non le eliminavamo, comunque. Del maiale non si butta nulla: una regola valida anche nel cinema. “Chissà che non torni utile in futuro”, pensavamo saggiamente.

Che giudizio ha delle produzioni attuali?
Il cinema è vivo, in tutto il mondo. Un giovane regista oggi può ragionare in grande. Le serie, in particolare, sono una cosa straordinaria. Ve ne sono di ottime, pure in Italia, come Gomorra. È una novità positiva, mentre noi eravamo costretti, volenti o nolenti, a rimanere entro le due ore.

In conclusione: se lei non avesse fatto il regista, quale altra strada avrebbe seguito?
Non avrei potuto fare altro. L’ho deciso a sedici anni, e così è stato. L’elemento straordinario è che quella scelta avvenne guardando un film di Roberto Rossellini. Che moltissimi anni dopo, a Cannes, ci consegnò la Palma d’oro. Un cerchio luminoso chiusosi sulla Croisette.

Dal 3 al 10 agosto, nell’ambito del Locarno Festival, la Settimana della critica, sostenuta da Coop cultura, presenta sette documentari.


Un'immagine del documentario argentino "La huella de Tara".

Sette film documentari, in prima mondiale o internazionale, scelti tra oltre duecento candidati, con un potenziale di cinquemila spettatori. La Settimana della critica, sezione indipendente del Locarno Festival sostenuta da Coop cultura, è organizzata dall’Associazione svizzera dei giornalisti cinematografici. Le proiezioni sono ospitate dalla Sala, con inizio alle 11.00. Repliche il giorno successivo, alle 18.30, nell’Altra Sala.
L’edizione 2018 apre i battenti venerdì 3 agosto con lo svizzero-canadese L’Apollon de Gaza (L’Apollo di Gaza) di Nicolas Wadimoff. Si prosegue sabato 4 con Le temps des forêts (Il tempo delle foreste), del francese François-Xavier Drouet. Anche #Female Pleasure (#Piacere femminile), di Barbara Miller, in agenda per domenica 5, vede la partecipazione della Svizzera, coproduttrice assieme alla Germania. Lunedì 6 accoglierà un titolo croato-sloveno: Dani ludila (Giorni di follia), di Damian Nenadić. Di matrice ungherese sarà martedì 7 Könnyű leckék (Lezioni facili), di Dorottya Zurbó. Le ultime due opere  arrivano da più lontano: Zanani ba gushvarehaye baruti (Donne con gli orecchini di polvere da sparo), di Reza Farahmand, mercoledì 8, per la prima volta al di fuori dei confini iraniani; mentre l’argentino La huella de Tara (Le impronte di Tara), di Georgina Barreiro, chiuderà la rassegna giovedì 9.
La giuria è composta dalla tedesca Anke Beining-Wellhausen e dalle elvetiche Irene Genhart e Christine Repond. Al regista e al produttore del lavoro vincente andrà il premio SRG SSR/Semaine de la critique, del valore di ottomila franchi.

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