Chi riesce ancora a scrivere così? Un esempio di calligrafia dai quaderni di Pescia.

Scrivere: un’arte in via d’estinzione?

L’8 settembre ricorre la giornata internazionale dell’albabetizzazione. Imparare a scrivere è impegnativo: un tempo era la severità dei maestri a spronare gli allievi, domani forse un simpatico robot. Ma ha ancora senso scrivere a mano?

Resta aggiornato sui nostri contenuti. Iscriviti alla Newsletter.

Impieghiamo due anni per imparare a scrivere. È un’attività molto raffinata» spiega Pierre Dillenbourg, professore in tecnologie innovative alla Scuola politecnica federale di Losanna (EPFL). Ex insegnante, Dillenbourg ha deciso di dedicarsi alla ricerca e ha sviluppato un programma per aiutare i bambini con difficoltà d’apprendimento della scrittura: si chiama Cowriter. È materializzato dal simpatico robot Mimi, che oggi viene messo alla prova da Zahman Omari-Walzer, 7 anni. Zahman, che non ha proprio un debole per il corsivo, scrive una parola su un tablet, che Mimi deve ricopiare. Solo che Mimi  non capisce e forma delle lettere di fantasia. Il compito di Zahman è quindi di correggere il robot, riscrivendo in modo più leggibile e spiegandogli come deve scrivere. E così, insegnando al robot, è il bambino che impara. «Bisogna impartire ai bambini un compito stimolante. Il robot deve superare un test e i bambini fungono da coach: sono responsabilizzati» spiega Dillenbourg. Il programma, attualmente in fase di test, è già stato utilizzato con successo in diverse classi e tra un anno, i ricercatori contano di poter lanciare sul mercato la versione definitiva per scuole e per specialisti, per esempio i logopedisti.

«

Bisogna impartire ai bambini un compito stimolante  »

Pierre Dillenbourg, professore in tecnologie innovative all’EPFL di Losanna.

Altri tempi, altri metodi
Altro che robottino simpatico e paziente! 50 anni fa tutte queste attenzioni non c’erano. Se lo ricorda bene Giuseppe Pescia, con la sua esperienza di alunno e per 37 anni di insegnante alle scuole elementari di Viganello. «Nel 1960 ero in prima elementare. Avevo un docente che insegnava per la prima volta ed era molto severo, come d’altronde tutti i maestri a quei tempi. Bisognava stare attenti quando si intingeva il pennino nel calamaio, perché un filo di polvere o un rimasuglio di gomma potevano sporcare subito il tratto. Si dovevano capire velocemente le regole: non macchiare, non stropicciare il foglio… E quindi si imparava presto a scrivere bene».


Chi insegna a chi? Zahman Omari-Walzer con il robot Mimi.

Anche come insegnante, Pescia ha messo l’accento sulla calligrafia dei suoi alunni: «In classe ho sempre praticato dettati settimanali e anche se non ero esigente come certi colleghi – che consideravano un errore la mancanza del tiretto della “t” – insistevo sul fatto che gli allievi curassero la loro grafia». Da quando Giuseppe Pescia ha imparato a scrivere fino agli ultimi anni d’insegnamento, non sono cambiate solo le penne «impugnate» dagli allievi, ma anche gli strumenti dei docenti. Fino agli anni ‘80 si riconosceva la grafia del maestro con quella scritta viola-blu dei ciclostilati, o con i gessi colorati alla lavagna. Ora, tra computer e beamer, anche la grafia dei docenti va sempre più a nascondersi dietro arial, times new roman e simili. «Io, personalmente, non ho mai utilizzato il beamer. Preferivo disegnare alla lavagna, mostrare alla classe come un disegno potesse nascere in diretta sull’ardesia. Credo che abituandoci a vedere delle immagini cambiare con un semplice clic, perdiamo un po’ la poesia della comunicazione» spiega Giuseppe Pescia, tradendo un pizzico di nostalgia per la figura del maestro-artigiano che non solo trasmetteva un sapere, ma lo faceva con una certa arte.

1 von 2


Giuseppe Pescia mostra gli abbecedari che aveva realizzato per le sue classi.

Un quaderno di Giuseppe Pescia, alunno alle elementari negli anni ‘60.

Romanticismo pragmatico
Ma in fondo, romanticismo a parte, perché ostinarsi a scrivere a mano se richiede tanta fatica? La grafologa e rieducatrice della scrittura di Balerna, Maria Anna Zaramella, ricorda che la nostra non è ancora una società tecnologica al 100%. «La scrittura manuale resta un mezzo di comunicazione veloce, immediato ed economico. Inoltre, la scrittura a mano ha contribuito a favorire la specializzazione dell’emisfero sinistro del cervello, con indubbi benefici sul linguaggio. La povertà dell’espressione orale è forse legata anche ad una nostra minore abilità nello scrivere a mano che è un’attività estremamente complessa ed esige una conoscenza della grammatica nonché attenzione e memoria, due requisiti che vengono sempre più a mancare nei bambini di oggi. Riassumendo, si potrebbe dire che scrivere a mano è una forma di allenamento non solo alla motricità fine  ma anche alla pazienza: stimola la concentrazione e l’autocontrollo motorio ed emotivo. Aiuta ad applicarsi sulla sintassi, sull’ortografia, sul contenuto del testo. Insomma, scrivere a mano aiuta a pensare». Anche Jürg Kesselring, neurologo a capo del dipartimento di neuroriabilitazione della clinica di Valens (SG), sottolinea come la scrittura manoscritta sia «l’espressione di sé. Il computer è indubbiamente utile per compiti veloci, ma nella scrittura manoscritta, ci sono un movimento, un’armonia. Cose che si perdono scrivendo su una tastiera».



Leggere senza saper scrivere?
È possibile imparare a leggere senza passare dall’apprendimento della formazione delle lettere? Secondo Kesselring probabilmente sì, anche se scrivendo al computer viene meno «quella capacità di cogliere i concetti che si sviluppa quando si è in grado di riprodurre i segni che li esprimono. Salvo quando questi atti motorici distraggono troppo dal contenuto». Sembrerebbe quindi che la scrittura manuale aiuti la comprensione dei contenuti. Forse collegare le lettere aiuta persino a legare concetti tra loro. Barattare questa facoltà con un correttore ortografico non sembra un buon affare. E allora, non abbandoniamo la nostra cara vecchia penna.

 Intervista a Silvia Spalletta Croci-Maspoli 

Responsabile progetto Sensibilizzazione dei Mediatori



Cosa è l’illetteratismo?

È l'incapacità di un individuo di usare in modo efficiente le abilità di lettura, scrittura e calcolo nelle situazioni della vita quotidiana.

Quanti ne sono colpiti in Svizzera e in Ticino?

Si stima che in Svizzera circa 800.000 persone di età compresa tra i 16 e i 65 anni presentino difficoltà nella lettura e nella scrittura. Nella Svizzera italiana sono all’incirca 40.000.

Chi sono? Stranieri o svizzeri?

Circa 435.000 sono stranieri e circa 325.000 svizzeri. A questi si aggiungono ogni anno dai 4.000 ai 5.000 giovani usciti dall’obbligo scolastico. Inoltre si stima che circa il 75 % degli apprendisti presenti delle difficoltà linguistiche e in matematica.

Quali sono le cause dell’illetteratismo?

Nessuna ricerca è riuscita a dimostrare dei fattori che da soli possano spiegare l’insuccesso nelle competenze di lettura e scrittura, a parte gli handicap estremi. Potremmo però citare alcuni fattori: capacità uditiva e visiva ridotte, assenze prolungate da scuola per malattia, dislessia non diagnosticata, difficoltà di concentrazione o condizioni familiari sfavorevoli.

La scrittura manuale può rappresentare un handicap?

Non ci sono dati sufficienti a confermare questa ipotesi. Certamente sembra plausibile che la scrittura manuale risulti più difficile rispetto alla scrittura tramite tastiera per chi si trova in situazione di illetteratismo. Ma alcuni studi recenti sostengono che la manualità sia molto importante proprio per il processo di apprendimento.

Che cosa bisognerebbe fare per combattere l’illetteratismo alle nostre latitudini?

In primo luogo bisognerebbe accettare l’esistenza di questo fenomeno e delle sue rilevanti proporzioni anche nel nostro paese, evitando sensazionalismo e stigmatizzazioni in grado di alimentare la frustrazione di chi - pur scolarizzato - non padroneggia a sufficienza scrittura, lettura e calcolo per far fronte alle esigenze della vita sociale, professionale e personale.

In secondo luogo più persone potrebbero impegnarsi attivamente nell’aiutare chi è illetterato/a a prendere consapevolezza della propria situazione e incoraggiarlo/a a seguire percorsi formativi mirati. L’outing è un processo lungo e spesso richiede il sostegno di terze persone, quelle che l’Associazione Leggere e Scrivere definisce “mediatori” e “mediatrici”, ovvero coloro che - lavorando o vivendo a contatto con persone in situazione di illetteratismo - potrebbero attraverso il dialogo aiutarle a prendere consapevolezza delle loro difficoltà, rinforzare la fiducia nelle loro capacità di apprendimento e quindi orientarle verso una formazione adeguata. Allo scopo di sensibilizzare e sostenere potenziali mediatori e mediatrici vengono offerti dei moduli (gratuiti) di sensibilizzazione espressamente dedicati a chi può svolgere un ruolo chiave nel processo di accompagnamento degli illetterati, aiutandoli ad affrontare apertamente la situazione e prendere la cruciale decisione di cambiarla.

8 settembre: Giornata internazionale dell’alfabetizzazione.


Nel mondo, stando alle cifre dell’U-nesco, ci sono 781 milioni di analfabeti e 875 di illetterati.In Svizzera, gli illetterati  sarebbero 800mila. A differenza dell’analfabeta, l’illetterato ha una padronanza di base dell’alfabetizzazione, ma non è per esempio in grado di comprendere un articolo di giornale, consultare un dizionario o l’orario dei mezzi pubblici. L’Associazione Leggere e Scrivere offre corsi di italiano per persone di lingua madre italiana (o che abbiano discrete conoscenze di questa lingua) con difficoltà.

Per info e attività dell’associazione per l’8.9.2015:

.

Intervista a Maria Anna Zaramella, grafologa e rieducatrice della scrittura.

1. La grafologia è una materia molto controversa...                             

A differenza che in Francia e in Italia, in Svizzera è una materia ancora poco conosciuta, ed è perlopiù impiegata in ambito peritale nei tribunali per analizzare lettere anonime o documenti contraffatti o nella selezione del personale in azienda.

È vista con un certo scetticismo che credo sia legato soprattutto  al fatto che spesso i profili grafologici vengano eseguiti in modo superficiale o da persone poco competenti che la sfruttano per fare spettacolo o assurde predizioni sul futuro.

 

2. Come si diventa grafologi?

Per ottenere il riconoscimento ufficiale, oltre ad aver terminato gli studi superiori, bisogna frequentare tre anni di una scuola specializzata (nel mio caso la Scuola di Grafologia Crotti di Milano) e sostenere alla fine del ciclo di studi un esame finale. Si tratta una formazione lunga che prevede lo studio del gesto grafico sin dallo scarabocchio e il disegno infantile per poi passare all’analisi delle scrittura nelle varie fasi della vita e cioè dall’apprendimento a scuola alla successiva personalizzazione in adolescenza ed in età adulta.

Inoltre bisogna acquisire buone conoscenze di  storia della grafologia, dei modelli di scrittura, di neurofisiologia del gesto grafico e delle tecniche di misurazione dei segni.

 

3. Sa indovinare l’età o il sesso di una persona analizzando la sua scrittura?

No. Per l’analisi grafologica servono 20-30 righe scritte a mano con una penna biro e precise informazioni di base sullo scrivente: sesso, età e professione, mano scrivente ed eventuali   problemi alla mano.Se è vero che ci sono tratti piu’ facilmente ritrovabili in  una scrittura femminile (in genere più arrotondata, più lenta e accurata di quella maschile) puo’ accadere che questi elementi si ritrovino anche in scritture maschili e viceversa. Lo stesso vale per l’età: ci sono persone adulte che scrivono ancora  in modo infantile ed anziani che hanno scritture molto giovanili.

Un grafologo serio non è un indovino e deve  quindi avere a disposizione dei dati sulla persona per poter redigere un profilo affidabile.

 

4. Allora che cosa racconta la nostra scrittura su di noi?

E’ l’espressione in forma simbolica della personalità dello scrivente. Le informazioni che la scrittura può fornire sono legate al tipo di carattere (per esempio introversione o estroversione, apertura o chiusura mentale, tensione o calma) al tipo di intelligenza (creatività, razionalità, pensiero sintetico o analitico, attitudini e abilità) e all’affettività

(come si gestisce la relazione con gli altri)

 

5. Quanto ritiene affidabile questo test?

Dopo 25 anni di lavoro, mi sento di poter dire che un profilo grafologico fatto bene, coglie un 60% della personalità. Mi sembra un buon risultato. Sarebbe sconcertante se un estraneo riuscisse a stilare un profilo esatto al 100% basandosi solo sulla scrittura.

 

6. Quanto conta questo test per esempio nel processo di selezione dei candidati a un posto di lavoro?

Puo’ essere un test interessante ed utile ad integrare le informazioni che il datore di lavoro ha già raccolto attraverso il colloquio, ma non puo’ sostituirlo e andrebbe integrato con altri test di personalità.

Inoltre, dopo aver redatto il profilo grafologico, sarebbe utile poterlo commentare con il candidato.  Non sono la bocca della verità e il candidato ha il diritto di sapere cio’ che è stato scritto di lui, di commentarlo assieme al grafologo  allo scopo  anche di potersi meglio autoorientare in futuro in campo professionale.

 

7. Ci sono segni univoci nella scrittura? Per esempio: una calligrafia con caratteri minuti denota una mancanza di fiducia in se stessi?

No. Un profilo grafologico si basa su un’interazione di ben 86 segni (lo spazio tra le lettere, tra le parole, ai margini; una scrittura ascendente, discendente, ordinata…) e l’abilità del grafologo sta nell’analizzare l’insieme di questi segni e nel loro modo di interagire.Si può dare un’indicazione di cosa significhi scrivere grande o piccolo, in modo angoloso o rotondo. Ma non ci si può soffermare solo su un aspetto, anche perché il significato di un segno può essere modificato o intensificato da quello di un altro presente nella grafia.

 

8. Come si sviluppa la scrittura nell’individuo?

Dopo la fase d’apprendimento  e superate le principali difficoltà iniziali,  ogni bambino verso la 4°-5° elementare, inizia a personalizzare in modo marcato la propria scrittura. Negli adolescenti, la grafia può  cambiare spesso: capita che abbandonino la loro scrittura per imitare magari quella del loro amico o del  cantante preferito.

Normalmente una scrittura si automatizza e stabilizza al termine dell’adolescenza ma pur mantenendosi grosso modo simile nel tempo nei suoi caratteri portanti, è suscettibile di talune modifiche a seguito di circostanze famigliari e lavorative ,traumi alla mano, malattie, lutti o depressioni che la persona sta vivendo.

La scrittura registra insomma i cambiamenti che possono avvenire nelle nostra vita.

 

9. Prima di arrivare a questa padronanza ci vogliono anni di pratica. Quali sono le difficoltà più grandi nell’apprendere a scrivere?

Il collegamento tra le lettere del corsivo è sicuramente una delle cose più faticose da imparare per un bambino perché comporta una grande abilità nella muovere le dita della mano in modo coordinato, veloce e senza stancarsi.

 

10. Che differenza d’utilizzo c’è tra il corsivo e lo stampatello?

Lo stampatello nasce come strumento tipografico e quindi per la stampa , mentre il corsivo è una scrittura più veloce perché possiede i collegamenti ed è destinata alla comunicazione personale.

Lo stampatello è piu’ semplice da apprendere ed è facilmente leggibile mentre il corsivo è piu’ difficile da scrivere per via del collegamento, ma consente una personalizzazione.Gli adolescenti nelle scuole  medie spesso utilizzano lo stampatello perché sono confrontati costantemente con questo carattere sulle tastiere di telefonini e computer, vogliono sentirsi parte di un gruppo e scrivere tutti allo stesso modo; per loro il corsivo è una “scrittura da vecchi”. Va pero’ anche detto che l’adozione dello stampatello spesso è suggerita dal docente perché i ragazzi  hanno grafie in corsivo illeggibili e molto disordinate.

 

11. Lei è anche rieducatrice della scrittura e si occupa di laboratori per la prevenzione della disgrafia nei bambini delle scuole dell’infanzia ed elementari  ticinesi. Che cosa è la disgrafia?

La disgrafia è un disturbo specifico dell’apprendimento al pari della molto piu’ nota dislessia, e comporta l’incapacità a scrivere in modo chiaro,veloce, leggibile e senza fatica. Il primo segnale d’allarme di una possibile disgrafia è il grande disordine grafico che determina illeggibilità e lentezza: il bambino non riesce per esempio a stare al passo dei coetanei nei dettati scolastici.

Se una scrittura leggermente disordinata si può migliorare senza grandi interventi rieducativi, una disgrafia grave non migliora con il tempo e necessita di un piano di recupero specifico. È però importante sottolineare che la disgrafia non è un deficit intellettivo. I bambini disgrafici hanno un quoziente intellettivo nella media o anche superiore, ma non sanno scrivere in modo leggibile per vari motivi e la loro scrittura perde così la sua funzione di comunicazione.

 

12. È una tendenza in aumento?

Purtroppo sì. Oggi nelle nostre scuole elementari abbiamo il  4-5% di bambini  disgrafici accertati. In generale comunque sono in deciso aumento,in ragazzi e adulti, le scritture molto disordinate anche se non propriamente disgrafiche  È difficile al giorno d’oggi vedere una bella grafia!

 

13. Quali sono le cause?

Scrivere in corsivo implica una motricità fine sviluppata della mano, una buona prensione della penna, una postura corretta, coordinazione occhio-mano raffinata, abilità visuospaziali, attenzione e memoria.  Ma negli ultimi decenni i bambini disegnano molto meno e non fanno più tutti quei giochi manuali che in passato  favorivano l’apprendimento dei prerequisiti fondamentali per l’apprendimento della scrittura a scuola.

Quindi all’inizio della scuola gli allievi hanno minori abilità con la mano. Padroneggiano molto bene il pollice o solo le  dita che usano sulle tastiere di Pc, telefonino o tablet. Ma non sanno allacciarsi le scarpe, abbottonarsi una camicia o usare correttamente le posate. A volte, utilizzano strane prensioni che non facilitano poi l’apprendimento della scrittura.

Un’altra ragione è che a partire dagli anni ‘70 nelle scuole si è trascurato l’aspetto formale della scrittura, abbandonando l’insegnamento calligrafico e privilegiando  piu’ il contenuto di cio’ che si scriveva che la  forma. Le scritture di 50-60 anni fa erano molto ordinate. Tutti gli allievi venivano spronati a scrivere bene. I docenti erano più esigenti a questo riguardo e agli allievi dicevano: “O scrivi bene o ti strappo il foglio”. Gli alunni non avevano quindi molta scelta…

Credo che fosse anche il riflesso di una società  in tutti i suoi aspetti più “ordinata”

 

14. In fondo nella vita di tutti i giorni, molti di noi usano più spesso una tastiera che una penna. Allora perché insistere con la scrittura manuale?

È vero: il computer favorisce l’ordine, la velocità e la leggibilità dei nostri testi e non richiede fatica e lunghi tempi di apprendimento, aspetti senz’altro importanti nella vita di tutti i giorni. È anche un aiuto per bambini dislessici o disgrafici gravi per i quali non è consigliabile una rieducazione.

Ma occorre ricordare innanzitutto che oggi non siamo ancora in una società tecnologica al 100%. Anche all’università, gli esami scritti prevedono l’uso della scrittura manuale. La scrittura manuale resta un mezzo di comunicazione veloce, immediato, economico e con un valore legale (penso agli atti legali e alla nostra firma).

Inoltre, la scrittura a mano ha contribuito a favorire la specializzazione dell’emisfero sinistro del cervello con indubbi benefici sul linguaggio. La povertà di linguaggio che notiamo oggi si ritiene possa essere legata anche ad una nostra minore abilità nello scrivere e piu’ in generale ad un minor uso delle nostre mani.

 Anche recenti studi neurologici e le nuove tecniche di  scansione cerebrale mostrano che i bambini che imparano a scrivere su tastiera hanno maggiori difficoltà a riconoscere alcune lettere e chi scrive a mano ha una maggior attivazione di aree cerebrali .

La scrittura manuale è un’attività estremamente complessa (contrariamente a premere un tasto su una tastiera) ed esige anche  una conoscenza della grammatica, mentre il computer – con il suo correttore automatico – sfavorisce l’acquisizione degli aspetti ortografici. La scrittura a mano richiede memoria e attenzione, due requisiti che vengono sempre piu’ a mancare nei bambini di oggi.

Riassumendo, si potrebbe dire che scrivere a mano  è una forma di allenamento non solo alla motricità fine  ma anche alla pazienza: stimola la concentrazione e l’autocontrollo motorio ed emotivo. Aiuta a concentrarsi sulla sintassi, sull’ortografia, sul contenuto del testo. Insomma, scrivere a mano aiuta a pensare. Alcuni Stati americani che avevano abbandonato la scrittura manuale a favore del computer, stanno rivedendo questa posizione, sulla base di recenti  studi neurologici. E anche da noi, è confortante notare la rinnovata attenzione e l’ interesse  per la scrittura manuale  nei docenti, non solo in quelli più anziani che già battevano sul chiodo della cura formale della scrittura, ma anche nelle  nuove generazioni .

 

Questioni di stile e di stilo

Le dritte della nostra consulente d’immagine Roberta Piemontesi.

Perché, e che cosa scrivere a mano?
Un messaggio scritto con carta e penna è unico e irripetibile, come solo la nostra calligrafia può essere. Sul foglio, oltre al messaggio, trasferiamo la nostra personalità, le nostre emozioni.
Scriveremo quindi a mano tutti i messaggi che hanno l’obiettivo di avvicinarci intimamente al destinatario.

Ha importanza il supporto?
Certo. Nello scritto, oltre al testo, si veicolano e interpretano messaggi attraverso la struttura della carta, il colore dell’inchiostro e lo spessore del segno. Così come ad un colloquio di lavoro non ci si presenta in bikini, non va scritta una lettera d’amore sulla carta da forno.

Che penna utilizzare?
È importante scegliere una penna che assecondi la nostra manualità permettendoci di scrivere bene, in modo fluido e senza produrre antiestetiche macchie (personalmente preferisco le penne con una punta morbida).

E la carta?
Una carta spessa e liscia risulta più prestigiosa rispetto a quella sottile, che stropicciandosi appare meno seria e quindi un po’ irrispettosa. La carta riciclata, ad esempio, manifesta una c’erta sensibilità ambientale, una superficie strutturata può apparire artistica perché ci ricorda la carta da disegno mentre un cartoncino colorato veicola messaggi creativi e ludici.

Quali colori prediligere?
Si dice «mettere nero su bianco» quando si vuole trasmettere un messaggio serio e autorevole. Una scritta nera su un foglio bianco è classica; su una superficie beige è raffinata; con inchiostro bianco su una superficie scura appare fuori dagli schemi ma un po’ inquietante. Quale docente, ho notato come l’impatto di un’osservazione scritta in verde sia meno aggressiva e più accettata rispetto a quelle scritte in rosso. Sempre in ambito didattico, sembrerebbe che i messaggi scritti in blu, siano di immediata comprensibilità e di facile memorizzazione.

LEGGI ANCHE…


L'appuntamento quindicinale

Le analisi di Ceroni su Cooperazione

Parliamo d'arte

La rubrica "Il quadro" di Cooperazione

Testo: Raffaela Rrignoni, Mélanie Haab, Noëmi Kern
Foto: Charly Rappo

Pubblicazione:
lunedì 07.09.2015, ore 15:00