"Massimo sforzo!"

Nuovo appuntamento con la serie noir firmata da Andrea Fazioli. Ancora un difficile caso per l’ex commissario Robbiani e Zaynab Hussain.

TESTO: ANDREA FAZIOLI - ILLUSTRAZIONI: ANDREA DE CARLI

Nei pomeriggi d’estate, dopo la siesta, Robbiani usciva in balcone a leggere il giornale, con un cappello di paglia e una bibita fresca a portata di mano. La prima volta Zaynab si meravigliò.
– Ma il balcone è all’ombra, perché metti il cappello?
– Non è per il sole – disse Robbiani. – È per l’atmosfera.
Ogni anno, il primo di luglio, Robbiani riesumava il cappello dal fondo dell’armadio. Lo usava fino al 15 settembre, giorno in cui l’ex commissario si congedava dall’estate e il cappello tornava a giacere al buio, insieme ai pantaloni di lino e alle camicie a maniche corte.
– Deadpool – borbottò un giorno Robbiani. – Che razza di nome!
– Chi? – fece Zaynab, che stava vuotando le borse della spesa.
– Questo Deadpool – rispose Robbiani. – È una specie di supereroe. Qui sul giornale dicono che ha il volto coperto.
– Come l’Uomo Ragno?
– Più o meno. A quanto pare l’hanno arrestato a Lugano.
Zaynab si voltò verso il balcone. – Non ti sarai seduto al sole, vero?
Robbiani le raccontò la notizia. Gli agenti della Cantonale, con le armi spianate, avevano fermato tre ragazzi, di cui uno travestito da Deadpool. A quanto pareva, un cittadino aveva telefonato al 117 per riferire che un uomo mascherato girava con due pistole per le vie del centro.
– Ma le pistole ce le aveva? – chiese Zaynab.
– Erano di plastica: il ragazzo indossava il costume da supereroe per una proiezione del film. Pensa, alla fine l’hanno multato per la maschera.
– Perché, era così brutta?
Robbiani le spiegò che dal 2015 nel Canton Ticino era proibito dissimulare il volto nei luoghi pubblici. Zaynab commentò che, col caldo che faceva, mettersi in maschera era già una punizione.
Qualche giorno dopo, il giornale tornò a parlare di Deadpool.
– Ne hanno visto un altro – disse Robbiani a Zaynab, che stava disponendo dei fiori nel vaso al centro del tavolo. – Era in Piazza della Riforma e gridava la sua frase preferita, cioè “Massimo sforzo!”. Qualcuno ha chiamato la polizia, ma il Deadcoso è riuscito a scappare.
– Per forza, altrimenti che eroe sarebbe?
La settimana successiva la scena si ripeté a Bellinzona, in piazza Governo. Il supereroe acconsentì perfino a farsi scattare dei selfie con i turisti, sempre gridando “Massimo sforzo!”.
Tre giorni dopo avvistarono un altro Deadpool, che saliva in moto verso il passo del San Gottardo. Ai primi di agosto, venne segnalato alla Rotonda di Locarno, alla dogana di Chiasso, alla stazione di Faido, in una gelateria di Giubiasco. Ormai nessuno allertava più la polizia. Anzi, ogni villaggio e ogni città speravano di ricevere la visita del supereroe. Deadpool apparve a Tesserete, Sorengo, Malvaglia, Biasca, Massagno, Acquarossa, Airolo, Stabio, Rivera… era tutto un pullulare di costumi rossi, con i pistoloni di plastica e due spade incrociate sulla schiena.
I politici protestavano. La polizia era in imbarazzo. I giornalisti si fregavano le mani. Molti credevano che fosse un ragazzo, un buontempone a caccia di visibilità. Qualcuno pensava invece a una manovra pubblicitaria.
A Zaynab non piaceva vedere quel faccione sul giornale. – Ma non è stufo di correre in giro? È proprio un “massimo sforzo”!
– Massimo sforzo… – Robbiani trasalì. – Ma allora se fosse… Senti, Zaynab, mi aiuteresti a fare un lavoro al computer?
Segnarono i luoghi delle apparizioni in una mappa del Canton Ticino.
– Non ci credo – ripeteva Robbiani. – Non ci credo che sia tanto stupido da lasciare fuori… ma di certo adesso è libero di muoversi come vuole.
Zaynab e il commissario si guardarono negli occhi. Entrambi ebbero lo stesso pensiero: Deadpool poteva colpire da un giorno all’altro.
Fu così che, su indicazione del vecchio commissario, la polizia sorvegliò attentamente le banche, le gioiellerie e gli uffici postali di Mendrisio. E quando un pomeriggio Deadpool svoltò a piedi da via Praella in via Zorzi, subito venne arrestato.
Gli agenti appurarono che, stavolta, le pistole erano vere.
Dopo avere abituato le persone alla presenza ormai inoffensiva del supereroe, l’uomo contava di rapinare una banca per poi allontanarsi indisturbato. Ma aveva commesso l’errore di aspettare troppo a lungo, per giunta senza mai fare nessuna apparizione a Mendrisio e dintorni.
– Massimo sforzo – borbottò il giorno dopo Robbiani, sotto il cappello di paglia. – E minimo cervello! ○

EPISODIO 1: UN VECCHIO TRUCCO

C’è chi fa il poliziotto e chi è un poliziotto. Chi appartiene alla prima categoria un giorno cambierà lavoro, andrà in pensione, si troverà qualche passatempo o aprirà un profilo su Facebook. Chi è un poliziotto, invece, poliziotto rimane, anche a ottant’anni, anche con la vista annebbiata e le gambe che fanno cilecca.
Il commissario Giorgio Robbiani era un poliziotto. Aveva lavorato tutta la vita, ininterrottamente, fingendo di prendersi qualche vacanza. Non aveva quasi usato i colori, le tele e il cavalletto che gli avevano regalato al momento del congedo. Invece aveva continuato a seguire i colleghi, dando loro qualche consiglio. Poi, dopo la malattia e la morte della moglie, aveva cominciato a guardare più telefilm e a uscire meno. Anche perché, pure con il bastone, non era facile spostarsi: negli ultimi tempi la gente aveva preso a camminare più velocemente.
Abitava a Massagno, in un palazzotto costruito negli anni Sessanta. C’era un ascensore, ma era vecchio anche lui e spesso non funzionava. In quei casi Robbiani chiamava qualcuno per farsi portare su la spesa.

Come sempre aveva fatto nella sua carriera, cercò di giod’anticipo. Sua figlia Giulia si era fermata a pranzo e aveva cucinato un arrosto di maiale con patate al forno. Robbiani le disse che era buono. In effetti, ricordava quello cucinato da Lucia, la moglie e madre che li guardava da una mensola, serena nella sua cornice di plastica trasparente.
Mentre la figlia serviva il caffè, il commissario calò le sue carte.
– Non credi che una casa anziani sia un po’ costosa?
– Come? – fece lei, con un tremolio della mano che reggeva la tazza.
– Forse alla mia età non sono più del tutto autosufficiente, qui, con la manutenzione della casa, la spesa, gli acciacchi…
– Be’, ecco – balbettò Giulia. – Forse… ma una casa per anziani, cioè, non una di quelle tristi, ma tipo un residence…
– Ti sei informata?
Giulia arrossì. Suo padre rimase 
impassibile.
– Credo – le disse con dolcezza – che tu abbia un’altra soluzione.
Qualche giorno dopo, Zaynab Hussain si presentò a casa di Robbiani. Lui l’accolse dietro la poltrona dello studio, con le luci basse, come faceva quando interrogava i sospetti.
– Per quanto tempo ha lavorato in fabbrica dopo la morte di suo marito?
La donna spalancò gli occhi.
– Spero che si sia ripresa dall’incidente – proseguì Robbiani. – E spero che trovi il tempo di dedicarsi alla fotografia.
Zaynab Hussain era una bella donna sulla trentina, con grandi occhi scuri e capelli ricci che uscivano da sotto il velo. Teneva le mani sul grembo, gli occhi bassi. Robbiani pensò di averla spaventata.
– Non si preoccupi, signora. Ho l’abitudine di notare le cose.
– Le cose? – mormorò lei.
– Il velo non è da lutto, quindi dev’essere passato un po’ di tempo. Ma non indossa gioielli e alle dita ha due fedi matrimoniali, di cui una è un po’ larga per lei. Ho visto la rigidità del braccio e la
cicatrice da bruciatura al polso, del tipo causato da una fiamma ossidrica. Quindi, o ha l’abitudine di svaligiare casseforti o ha lavorato in fabbrica. Appena è entrata ho sentito l’odore del solvente da sviluppo fotografico, e quindi… Ecco, è solo un trucco alla Sherlock Holmes, da parte di un vecchio poliziotto che non si rassegna ad aver bisogno di una badante.
– Capisco – disse lei. – Anzi, stavo per chiederle se abbia ancora disturbi digestivi dopo aver bevuto latte e se qualche volta quando cambia il tempo le faccia ancora male la mascella rotta da giovane, inciampando contro un cancello. E mi chiedevo anche se per combattere l’insonnia ascolta ancora la musica di Miles Davis.
La donna sorrideva. Stavolta fu Robbiani a spalancare gli occhi.
– Come… – Si schiarì la voce. – Ma come ha fatto?
– Anche le badanti hanno i loro trucchi. – Aveva un accento marcato, ma parlava con scioltezza. Estrasse dalla borsa una busta. – Ho qui il rapporto del suo medico, la lettera di sua figlia e il suo profilo nel sito del gruppo “Pittori in libertà”, dove sono elencati i suoi passatempi.
Robbiani ammise la sconfitta.
– Le faccio i miei complimenti, signora Hussain.
– Mi chiami Zaynab – disse lei. – È più semplice.

-----------------------

EPISODIO 2: L'UOMO INVISIBILE

Egidio Forni non metteva piede in una discoteca da almeno quarant’anni. Più che altro lui ricordava le vecchie balere di periferia, come diceva una canzone di quei tempi là. Niente che assomigliasse allo Zenzero di Riazzino, uno dei locali più in voga del momento. E anche uno dei più pericolosi, visto che Francesco Forni, 32 anni, figlio di Egidio, era entrato sulle sue gambe ed era uscito in barella dopo aver subito un pestaggio.
Né la polizia né la sicurezza del locale erano riuscite a trovare un colpevole, mentre Francesco restava all’ospedale con le ossa rotte. Allora Egidio Forni chiese aiuto a un suo vecchio conoscente: Giorgio Robbiani, già commissario capo alla Polizia giudiziaria. Sulle prime, quando scoprì che Robbiani si spostava con un bastone ed era accudito da una badante, Forni pensò di aver commesso un errore. Ma poi si accorse che lo sguardo del poliziotto era sempre lucido.


– La direzione dello Zenzero non ti darà retta – stabilì. – Ormai vogliono lasciarsi alle spalle questa storia.
– E allora? – domandò Forni.
– E allora dobbiamo piazzare un infiltrato. Anzi, un’infiltrata.
Fu così che la badante di Robbiani, Zaynab Hussain, si trovò a sostituire una delle donne delle pulizie che si occupavano della discoteca.
Era una grigia mattina di febbraio. Forni e Robbiani aspettavano in macchina, nella desolazione del parcheggio. Lo Zenzero, a luci spente, era un palazzot-
to squadrato perso fra i campi, i vigneti, le pompe di benzina e le ditte d’impianti elettrici o di arredamenti.
– Zaynab, mi senti? – domandò Robbiani. All’interno, lei aveva gli auricolari senza fili nascosti sotto la cuffia.
– Ci sento perfettamente. Non c’è bisogno di gridare.
– Che cosa stai facendo?
– Sto pulendo i cessi. Volete i dettagli?
Francesco era stato aggredito proprio nel bagno. I filmati mostravano un uomo dal volto coperto che entrava subito dopo Francesco, ma lo si vedeva solo per pochi secondi. Zaynab annotò la posizione di ogni videocamera. Passò l’aspirapolvere anche nell’ufficio del direttore e, quando lui si alzò dalla scrivania, ne approfittò per fotografare di nascosto la lista del personale. Infine si tolse la cuffia e il grembiule, indossò il velo e raggiunse la macchina del signor Forni.
– Mmm – borbottò Robbiani. – Mi chiedo com’è che sia sfuggito alle videocamere.Esaminarono l’edificio, ognuno da un lato, per verificare se avesse potuto calarsi da una finestra. Zaynab individuò quella del bagno, ma era troppo alta e stretta perché…
– Ehi, che ci fai qui? – Il direttore dello Zenzero si avvicinò con fare minaccioso. – Siamo chiusi, adesso, e comunque non c’è lavoro!
– Guardi che ci siamo appena visti. Facevo le pulizie nel suo ufficio.
Il direttore aggrottò le sopracciglia. – Non ti avevo riconosciuta. Zaynab rimase pensierosa. Senza la divisa dell’agenzia di pulizie, per il direttore era diventata una persona diversa.
La divisa… Robbiani impiegò un secondo ad afferrare il punto.
– Mi sa che hai ragione! E poi l’unico locale senza videocamere…
– …è lo spogliatoio per gli addetti alla sicurezza! – completò Zaynab.
Robbiani era un uomo massiccio, con i capelli color ferro e un reticolo di rughe intorno agli occhi. Ma in quel momento sembrò ringiovanire.
– Se il picchiatore è entrato nel bagno, dev’esserne uscito, su questo non ci piove – spiegò a Forni. – Ma perché nessuno l’ha visto? Perché era invisibile… quando indossi una divisa non ti vede più nessuno!
– Come una donna delle pulizie – aggiunse Zaynab. Uno dei buttafuori avrebbe potuto togliersi la giacca con la scritta SECURITY nello spogliatoio, dove non c’erano videocamere. Da lì al bagno erano pochi passi. Conoscendo l’impianto di sorveglianza, l’uomo si era coperto il volto prima di entrare. Poi, dopo il pestaggio, si era nascosto in uno degli scomparti, rimettendosi la divisa e aspettando che entrassero altre persone per mescolarsi alla folla. Erano parole, naturalmente. Tutte teorie. Così andarono subito all’ospedale e sottoposero a Francesco i nomi degli addetti alla sicurezza. A un certo punto, scorrendo la lista, lui disse: – Ehi, ma questo lo conosco! È l’ex ragazzo della mia fidanzata! Robbiani e Zaynab si guardarono negli occhi. Non c’era bisogno di altre parole.

-----------------------

EPISODIO 3: COMPRO ORO

A Zaynab piaceva usare la macchina fotografica. Era l’oggetto più prezioso che possedeva: un dono di suo marito appena arrivati in Italia, a Pordenone. Lei gli aveva detto che era matto a spendere in quel modo i primi guadagni. Muhammad aveva risposto che il lavoro non sarebbe durato e non sapeva se avrebbe avuto altre occasioni per farla felice.
Aveva ragione, purtroppo. Quando Muhammad aveva perso il posto, avevano provato a trasferirsi in Svizzera. Ma dopo appena due giorni nel centro per i richiedenti l’asilo, Muhammad si era ammalato. Era morto di una meningite fulminante, le aveva detto con gentilezza il dottore. Lo stesso dottore le aveva pure trovato un lavoro come badante prima per il signor Gianini, che era cattivo come una vipera, poi per il signor Robbiani, che era un ex poliziotto e che i primi tempi era un po’ burbero, ma poi si era ammorbidito.


Con gli uomini bisogna avere pazienza, pensò Zaynab puntando l’obiettivo verso il lago e aspettando che passasse il cigno. Con gli uomini e con la fotografia, come per ogni cosa. Come diceva sua madre? Sha’ratan fa sha’ratan, ta’malu lilhyatan, la barba si fa un pelo alla volta. Eccolo, il cigno, leggero come un sogno. Zaynab trattenne il fiato e scattò un’immagine in cui la curva del collo pareva ripetere la curva della montagna, sull’altra riva. O forse era il contrario.
Squillò il cellulare. Era proprio il signor Robbiani… anzi, Robbiani e basta, come le aveva chiesto di chiamarlo.
– È uscito di casa in questo momento – le disse l’ex commissario. – Dovrebbe arrivare lì tra mezz’ora. Fai in tempo?
– Certo. Sarò in anticipo.
– Mi raccomando, Zaynab, non me lo spaventare troppo…
Lei scoppiò a ridere. – Sembro una che spaventa?
Robbiani l’aveva detto per ridere, ma ogni tanto Zaynab se lo chiedeva davvero. La gente aveva paura di lei? Indossava il velo, parlava con accento straniero. In Svizzera nessuno l’aveva mai trattata male. Ma perfino gli amici di Robbiani, quando la vedevano girare per casa, non riuscivano a nascondere il disagio. Zaynab non si spazientiva: sha’ratan fa sha’ratan, bisognava prendersi il tempo per la conoscenza. E forse un giorno anche lei si sarebbe abituata al lago, alle montagne, a quegli inverni freddi.
Arrivò davanti al “Compro oro”. Era poco distante dal centro, in una via con case a quattro o cinque piani, fast food, un paio di bar mezzo vuoti. Anche qui la gente camminava in fretta e non si fermava a parlare, anche se avrebbero potuto. Quando Zaynab era bambina, in Tunisia, era proibito formare gruppi di più di tre persone per le strade. Dispersez-vous, ordinavano gli agenti. A quei tempi pensava che in Europa fossero tutti ricchi. Ma ora capiva che certe volte il derubato è più misero del rapinatore. Come il signor De Carli, il padre del ragazzo che in quel momento stava entrando nel “Compro oro” con il casco del motorino sotto il braccio.
Qualche giorno prima i ladri erano entrati in casa De Carli. Mentre suonava l’allarme, stavano già scappando con i gioielli. Era il secondo furto in pochi mesi, così De Carli aveva chiesto consiglio a Robbiani, pensando che come ex commissario di polizia potesse aiutarlo.
– Perché non mi accompagni? – aveva proposto Robbiani a Zaynab. Lei aveva protestato, le sembrava poco opportuno. Lui non si fidava a camminare da solo, con tutti i suoi acciacchi. – E poi – aveva detto – i tuoi occhi ci vedono meglio dei miei…
A entrambi era parso strano che il ladro avesse agito tanto in fretta. Poi a Zaynab era venuta l’idea di dare un’occhiata nella spazzatura, fuori dalla casa, e avevano trovato lo scontrino del “Compro oro”. Ci avevano messo poco a scoprire che Luca De Carli, venticinque anni, disoccupato, aveva perso migliaia di franchi al gioco.
Come dirlo ai genitori? Robbiani aveva teso una trappola a Luca, spiegandogli che la polizia aveva ritrovato la refurtiva. Il ragazzo, come previsto, si era precipitato al “Compro oro”.
Zaynab lo vide uscire un po’ confuso:
evidentemente aveva scoperto la bugia di Robbiani. Lo aspettò davanti al mo-
torino.
– Buongiorno. Sono un’amica di Robbiani. Il ragazzo la guardò con gli occhi sbarrati.
– I tuoi genitori ancora non sanno niente. – Fece una pausa. – Non è meglio se glielo dici tu?

-----------------------

EPISODIO 4: UNA SPLENDIDA GIORNATA

– È una splendida giornata – aveva detto la portinaia. – Sono sicura che farete buon viaggio!
Robbiani aveva pensato che “viaggio” fosse una parola eccessiva per un trasferimento da Lugano alla valle Leventina. Ma forse la portinaia l’aveva usata per riguardo a lui. L’aveva visto passare con il suo bastone, il cappotto fuori moda, la badante al seguito, e si era detta: ma questo come ci arriva a Prato?
– C’è qualcosa che non va? – domandò Zaynab, la badante al seguito.
– Forse non dovrei più guidare. Ha ragione la portinaia.
– Ma se non ha detto niente!
– Però l’ha pensato – borbottò Robbiani entrando in autostrada.
Sua figlia l’aveva invitato a trascorrere una domenica in montagna, nella casa di villeggiatura. Ma da quando era andato in pensione, e soprattutto da quando era morta sua moglie, Robbiani faceva fatica a passare troppe ore fuori casa. E comunque, poi, che cosa rendeva quella giornata tanto splendida? Il cielo azzurro, l’aria limpida, il sole quasi primaverile, certo, ma erano queste stesse cose che…
– Lo sapevo! – esclamò Robbiani quando si trovarono in coda. – Appena c’è il sole, corrono tutti in giro, non sanno stare fermi…
Zaynab sorrise, scuotendo il capo. – Ma no, vedrai che ripartiamo.
Mezz’ora dopo erano avanzati di due o trecento metri.
– Dovresti fare la patente – disse Robbiani.
– M’insegnerai come si guida?
– È facile, guarda: basta muovere i pedali. Ecco, questo è il freno e questa la frizione…

Mentre Robbiani impartiva la prima lezione teorica, l’ingorgo si fece più serrato. S’imbatterono in un agente, il quale riconobbe Robbiani: suo padre, a sua volta poliziotto, aveva lavorato con l’ex commissario.
– Meregalli, Franco Meregalli, si ricorda?
Robbiani si ricordava sempre di quelli che chiamava “i suoi ragazzi”. Presentò Zaynab Hussain al poliziotto e gli domandò che cosa fosse accaduto. A quanto pare, qualcuno aveva lasciato una macchina in mezzo alla strada. Robbiani aggrottò le soppracciglia.
– Mmm… posso dare un’occhiata?
L’agente esitò, ma l’autorevolezza dell’ex commissario ebbe la meglio. Così Robbiani e Zaynab si avvicinarono alla macchina vuota, una Opel Corsa verde bottiglia.
– Avete trovato qualcosa? – chiese Robbiani con il tono da poliziotto.
Il bagagliaio era vuoto, i sedili posteriori erano sgombri. La chiave era nel quadro. Nel cruscotto c’era il portafogli con duecento franchi, insieme alla carta d’identità e alla patente del proprietario del veicolo, tale Leoni Fabrizio, 25 anni, domiciliato a Bellinzona.
– Stiamo cercando di contattare i famigliari – disse l’agente Meregalli. – Pensiamo che si sia allontanato a piedi.
Zaynab bisbigliò nell’orecchio di Robbiani, indicandogli qualcosa fra i sedili anteriori. – Guarda, è un iPod. Chiedi se l’hanno controllato.
I poliziotti non l’avevano fatto. Appurarono che, prima di abbandonare il veicolo, Fabrizio Leoni stava ascoltando Se io fossi un angelo, di Lucio Dalla. L’agente Meregalli guardò Robbiani con l’aria di dire: e adesso? Nel frattempo Zaynab aveva cercato il testo sul cellulare. Robbiani s’infilò gli occhiali e fece scorrere le parole. Se io fossi un angelo chissà cosa farei… Non sarei più un angelo se con un calcio mi buttano giù, al massimo, sarei un diavolo e francamente questo non mi va… Ma poi l’inferno cos’è, a parte il caldo che fa, non è poi diverso da qui…
Robbiani e Zaynab si guardarono negli occhi. Lui pensò che mancavano appena tre o quattro chilometri al viadotto della Biaschina. Io so che gli angeli… sono i più poveri e i più soli, quelli presi tra le reti…
– Che ore sono? – chiese Robbiani. – Da quanto tempo se n’è andato?
Meregalli guardò l’orologio. – Dalle prime segnalazioni pervenute…
Robbiani lo interruppe subito.
– Dobbiamo sbrigarci, ma è meglio non usare le sirene. Avete una moto?
Trovarono Fabrizio Leoni affacciato al parapetto. Stava guardando le gole della Biaschina, cento metri più in basso. Aveva già scritto un messaggio
di commiato sul cellulare, ma ancora non l’aveva
spedito. Era confuso, e quando vide arrivare le moto con i poliziotti, l’ex commissario e Zaynab Hussain sembrò ancora più perplesso. Ma fu proprio Zaynab ad avvicinarsi per prima. Appoggiò una mano sulla spalla del ragazzo.
– Guarda – mormorò. – È una splendida giornata.

-----------------------

EPISODIO 5: SPARI NEL BUIO

Tutto cominciò con il carnevale. Dopo la morte di suo marito, Zaynab aveva lavorato come operaia in una fabbrica. Poi il dottor Crivelli le aveva trovato un posto come badante per il signor Gianini, che abitava a Bellinzona. Cominciò in febbraio e, dopo un paio di settimane, fu colta dal timore che stesse per scoppiare una rivoluzione: barricate, cancelli, posti di blocco. Quando manifestò le sue perplessità al signor Gianini, questi la rassicurò: era cominciato il Rabadan. Sulle prime Zaynab rimase perplessa. Non credeva che anche in Svizzera si celebrasse con il digiuno la rivelazione del Corano al profeta Muhammad, allā llāhu ‘alayhi wasallama. Il signor Gianini la guardò sconcertato. Poi capì.

– Rabadan, signora Hussain, non Ramadan. Con la B: RaBadan.
Così iniziarono, e finirono, le esperienze di Zaynab con il carnevale. Finché un paio di anni dopo, quando faceva da badante all’ex commissario Robbiani, scoprì che in via Besso aveva aperto un negozio di “tutto per le feste, costumi, accessori, articoli per il carnevale”. Ogni mattina ci passava davanti salendo verso Massagno, dove abitava Robbiani. Un giorno, spinta dalla curiosità, entrò e chiese al negoziante che cosa fosse di preciso un “articolo per il carnevale”. Lui le mostrò gentilmente i costumi, i coriandoli, le stelle filanti. Zaynab pensò che tutti quei colori in pieno inverno fossero una cosa simpatica.
A Massagno il carnevale consisteva in una sfilata, un concorso per i bambini e un risotto con luganighe. Zaynab quasi non se ne accorse. Senonché, un mese più tardi, Robbiani venne svegliato in piena notte da uno sparo nel buio.
Il mattino Zaynab lo trovò di pessimo umore.
– Sembrava uno sparo – borbottava –. Sul giornale c’è scritto che sono dei petardi… sarà, ma quanto sono grossi?
– Ieri ne parlava anche la portinaia – disse Zaynab.
– Ieri? Perché, hanno già sparato prima?
– Tutte le notti. Non li hai sentiti? La portinaia si sveglia sempre
– Qualcuno sta insinuando che sono duro di orecchio?
Zaynab si affrettò a negare di aver mai anche solo pensato una simile calunnia, ma l’ex commissario restò di malumore per tutta la mattina. Nel pomeriggio telefonò a Luca Foletti, comandante della Polizia intercomunale di Massagno, Savosa, Porza e Canobbio. Foletti confermò che la quiete notturna di Massagno era turbata da una serie di misteriosi boati. La polizia ancora non aveva individuato i disturbatori.
– Anzi, se ha qualche idea, commissario…
– Mmm – bofonchiò Robbiani –. Saranno i soliti ragazzi.
– Sì, ma quali?
Robbiani cominciò a svegliarsi tutte le notti. A volte si sentiva un solo botto, a volte erano due. L’ex commissario sapeva che, in occasione del carnevale, fra gli adolescenti era diffusa la compravendita di miniccioli, raudi, miccette e altri piccoli esplosivi. Qualcuno, evidentemente, aveva accumulato materiale in esubero.
– Pazienza – diceva Zaynab –. Finiranno la riserva, prima o poi.
Ma a Robbiani non piaceva il “prima o poi”.
– Ho chiesto all’uomo del negozio – aggiunse Zaynab –. Ma lui mi ha detto non ha quelle cose lì, solo costumi e coriandoli.
– Quale negozio?
– Quello sulla salita di Besso. Vende articoli per le feste e il carnevale.
– Di sicuro non si riforniscono lì. Mi sono informato: ci sono delle restrizioni per la vendita al dettaglio di materiale pirotecnico. Magari li prendono su internet. Però, a pensarci bene, sarebbe molto più comodo se li trovassero nel tuo negozio, proprio sotto casa…
– Ma sono sicura che non li vende – protestò Zaynab.
– No… ma potrebbe – disse l’ex commissario, sornione.
Zaynab capì. – Ah! Una bella rete per i pesciolini?
Fu così che Robbiani scoprì i colpevoli: due ragazzi di sedici e diciassette anni. Non li denunciò, ma per l’occasione tornò a sfoderare l’occhio tagliente e la voce da sbirro. Se avesse sentito di nuovo anche solo l’eco di un botto, si sarebbe assicurato personalmente che il comandante Foletti li sbattesse in galera e buttasse la chiave. I ragazzini promisero che non avrebbero più toccato nemmeno un fiammifero.
Il giorno stesso il proprietario di “Tutto per le feste” si affrettò a far sparire la rete per i pesciolini, ovvero la strana insegna che aveva esposto davanti al negozio: SALDI! SVENDITA DI PETARDI A PREZZO SCONTATO!

-----------------------

EPISODIO 6: BELLA SIGNORA!

A volte l’ex commissario Giorgio Robbiani si chiedeva quando avesse cominciato a sentirsi vecchio. Il giorno del pensionamento? No, da qualche anno era già il commissario più anziano, quello con più esperienza. Gli acciacchi, il fiatone a salire le scale? Robbiani non era mai stato un atleta: anche da ragazzino, pur cavandosela sulla lunga distanza, non era proprio uno scattista. Le prime rughe? Troppo tardi, a quel punto aveva già preso coscienza della sua fragilità.


Alla fine, di solito, Robbiani risaliva all’ultimo giorno di scuola elementare, quando con le lacrime agli occhi aveva salutato la maestra Anna. In quel momento, sapendo che l’anno successivo sarebbe andato al ginnasio, si era sentito vecchio. Mentre la maestra Anna stava ancora sorridendo, già Robbiani rimpiangeva il suo sorriso.
Da qualche mese l’ex commissario non era più autosufficiente. Ogni sera la sua badante Zaynab Hussain, dopo essersi assicurata che Robbiani potesse andare a letto tranquillo, tornava a casa a piedi fino a Molino Nuovo. Di solito Zaynab salutava con uno squillante “buonanotte”, mentre l’ex commissario rispondeva con un mugugno. Poi, rimasto solo nella stanza buia, tranne la luce azzurrina del televisore e la lampada in corridoio, Robbiani cominciava a rimpiangere il sorriso di Zaynab.
Vecchio stupido, pensava, è una vita che rimpiangi sorrisi. Cercava di scacciare la malinconia. Ma prima di chiudere gli occhi, gettava sempre uno sguardo al sorriso più rimpianto: quello di Lucia, che lo fissava da una mensola, vicina nella sua insondabile lontananza.
Una sera di aprile Robbiani ricevette una telefonata da Zaynab.
– Che c’è – le chiese. – È successo qualcosa?
– Non preoccuparti – rispose lei nel suo italiano sempre più scorrevole, appena marcato da un leggero accento. – Sto andando a casa e ho pensato che era meglio far vedere che non sono sola. 
– Sei in pericolo? – Nonostante la pensione, l’istinto da poliziotto era sempre all’erta –. Qualcuno ti sta seguendo?
– C’erano due giovani che mi hanno gridato qualcosa, e allora…
– Che cosa ti hanno detto?
– Oh, niente di male. Uno ha detto: “Ciao, bella 
signora!”
– Bella signora?
– Proprio così.
– E l’altro?
– L’altro… ecco, l’altro ha detto: “Togliti il velo e fammi vedere i capelli!”. Ridevano, era uno scherzo. Ma per sicurezza ho pensato di telefonarti. Ora sono arrivata. Grazie, commissario!
Zaynab era di buon umore. Lugano era una bella città e lei era felice di avere una casa, un lavoro, soprattutto un buon datore di lavoro, dopo che in passato aveva avuto brutte esperienze. L’arrivo in Svizzera, con la morte di suo marito, era stato un periodo difficile. Ora cominciava a riprendersi, perciò non si lasciò rovinare la serata dalle battute dei due giovani. Anche quando li incontrò di nuovo la sera successiva, tirò diritto e resistette alla tentazione di telefonare a Robbiani.
Due giorni dopo, tuttavia, i due giovani le tagliarono la strada.
– Dove vai di corsa, bella signora? – disse il più grosso.
– Ma guarda! – esclamò l’altro –. Fa’ un po’ vedere! Che bella borsetta… chissà cosa ci tieni 
dentro, eh?
Zaynab capì che era stata troppo ottimista. A Tunisi non sarebbe mai andata in giro da sola dopo una certa ora, ma aveva creduto che certe cose, in una cittadina così placida come Lugano, non potessero succedere.
Quello più grosso l’afferrò per le spalle, mentre l’altro fece per strapparle la borsa.
In quel momento si udì un ticchettio. Zaynab e i giovinastri restarono in sospeso. Sembrava il battito di un orologio… invece era l’ex commissario Robbiani, con il suo bastone, che con passo lento usciva dalla penombra.
– Io lascerei perdere, ragazzi – disse con voce 
pacata.
I due sghignazzarono. – Mamma mia, che paura! E non è che adesso vuoi picchiarci, vero? 
– Io? Manco per idea. Ma ho portato qualche amico. 
Robbiani alzò una mano, e dal buio spuntarono dieci poliziotti. Due si misero alle spalle dei giovani, quattro tagliarono le vie di fuga laterali, gli altri circondarono i ragazzi, senza una parola, veloci, precisi, efficienti.
Zaynab si avvicinò a Robbiani.
– Grazie – mormorò –. Ma non sono un po’ troppi?
– Scherzi? Io ne avevo chiesti il doppio. D’altra parte, non potevamo lasciare sguarnita la città…

-----------------------

EPISODIO 7: IL RAMO FIORITO

Quando era andato in pensione, i colleghi gli avevano regalato tutto il necessario perché potesse dedicarsi alla sua passione: dipingere.
Robbiani si era iscritto a un corso di pittura. Aveva addirittura comprato un taccuino con qualche matita, per esercitarsi nella copia dal vero. Poi Lucia si era ammalata e tutto era finito in uno scatolone: tele, pennelli, colori. L’ex commissario ci aveva scritto sopra: ROBA VECCHIA. E probabilmente sarebbe rimasto in cantina ad ammuffire, se un mattino Zaynab non avesse deciso che era giunta l’ora delle pulizie di primavera.

– Qui non le facciamo – aveva borbottato il commissario.
– Dici che è una tradizione islamica? – aveva chiesto Zaynab.
– Ogni paese ha le sue usanze…
Zaynab aveva messo fine alla discussione avviando l’aspirapolvere. Robbiani si era rifugiato nello studio. E quando Zaynab gli aveva mostrato lo scatolone, aveva finto di non riconoscerlo.
– L’ho trovato in cantina – aveva detto lei.
– È roba vecchia. Da portare in discarica.
– Li-kulli Hādithin Hadīthun – aveva risposto Zaynab. – C’è un tempo per ogni cosa. Anche per le cose vecchie.
Robbiani la squadrò sospettoso. – Ma di che stiamo parlando?
– Non aveva telefonato il tuo amico Sandro, per chiedere un consiglio?
– Che cosa c’entra, adesso?
– Magari possiamo consigliarlo e anche dipingere.
– “Possiamo”?
Due ore dopo, aiutandosi con il bastone, l’ex commissario percorreva il Ponte dei Salti, a Lavertezzo. Ogni tanto, per mantenere l’equilibrio, si appoggiava al braccio di Zaynab. Sandro lo guardava preoccupato. Sulla cinquantina, impiegato di banca, aveva conosciuto Robbiani anni prima. L’aveva invitato per raccontargli un problema famigliare ma ora esitava, vedendolo così grigio e malfermo. Non sarebbe stato meglio chiamare un investigatore, uno vero?
– So a cosa pensi – disse Robbiani. – Ma non sono qui per dipingere il paesaggio. Fuori, sputa il rospo.
Sandro si guardò intorno, a disagio. Zaynab, dopo aver montato tela e cavalletto, stava osservando la cappella dalla parte opposta della strada. Infine Sandro incrociò gli occhi di Robbiani e capì che era sempre lui.
– Sono in crisi, Giorgio.
– Ti ascolto –. Robbiani cominciò a miscelare i colori sulla tavolozza.
– Mia moglie. Non la sento più vicina, credo che voglia abbandonarmi… e io questo non lo sopporterei! Ho paura che per colpa mia lei finisca per andarsene. Tu sei un poliziotto, conosci queste situazioni. Che cosa devo fare?

Zaynab, dall’altra parte, si godeva l’aria primaverile. Il cielo era perfettamente blu, gli alberi di un verde intenso, pieno di vita. Le arcate del ponte, con le loro ondulazioni, parevano un sorriso di pietra, un passo di danza, una silenziosa canzone d’amore.
Quando vide che Sandro si allontanava lungo un sentiero, Zaynab raggiunse Robbiani. A metà del ponte, si fermò a guardare le pozze di acqua verde. Chissà quanto erano profonde?
– Più di quanto sembra – le disse Robbiani.
Lei gli domandò se andasse tutto bene. Le sembrava un po’ corrucciato.
– Più o meno. Sandro ha paura che sua moglie lo voglia abbandonare. Gli ho detto di non preoccuparsi.
– Ma come fai a saperlo?
Silenzio.
– Che cosa credi che stia dipingendo?
Zaynab si stupì. – Il ponte sul fiume, no?
– Guarda!
Zaynab si accorse che Robbiani stava copiando nei dettagli il ramo fiorito di un cepuglio sulla sponda.
– Il maestro, al corso, diceva che non puoi dire di aver visto il ramo di un albero finché non hai provato a disegnarlo. E aveva ragione. Guarda questo: così leggero con i fiori bianchi, ma anche contorto e scuro. Zaynab non capiva.
– Mi ricorda il mio lavoro alla polizia.
– Ma è solo un ramo! – esclamò Zaynab.
– Sai perché ero sicuro che la moglie di Sandro non lo tradisse? – Robbiani stava disegnando un fiorellino ancora in boccio. – Lei è morta più di dieci anni fa, in un incidente. Alla guida c’era Sandro.
– Ma allora… – Sandro è tormentato dai sensi di colpa. Gli ho detto di avere pazienza. Deve guardare sua moglie in modo diverso, deve sentirla vicina nella distanza. Per noi questo non è più un semplice ramo, sei d’accordo?
Zaynab annuì.
– Anche le persone sono così: più le conosci, più sono misteriose. – Il commissario aggiunse un po’ di nero, per dipingere una nodosità della corteccia. – Ogni ramo è diverso dagli altri.

-----------------------

EPISODIO 8: LA MADRE DEI POVERI

Anna Paggi, trentasei anni, abitava nello stesso palazzo di Robbiani. Un giorno intercettò Zaynab sulle scale e la invitò a bere un tè. Si sedettero al tavolo della cucina e subito Anna cominciò a piangere.
– Mio marito e io ci siamo separati!

– Mi dispiace – mormorò Zaynab, che non sapeva come reagire.
– Lui si chiama Faruq. Viene dall’Egitto. Mi ha portato via Omar e Layla, ho paura di non rivederli mai più…

Zaynab cercò di rassicurarla. Il problema, come spiegò a Robbiani più tardi, era che c’era poco da fare. In Egitto la legge stabiliva che i figli dovessero appartenere “alla religione migliore”, cioè a quella islamica, e che la madre non avesse nessun diritto di tenerli con sé, soprattutto dopo un divorzio. Zaynab avrebbe voluto parlare con Faruq: un conto erano le leggi, un altro le persone. Ma l’uomo risultava irraggiungibile: al cellulare non rispondeva, il fisso era staccato. I figli, che avevano quattro e tre anni, non erano rientrati all’asilo dopo le vacanze pasquali. 
Faruq aveva trovato un alloggio provvisorio ad Acquarossa, in val di Blenio. Robbiani propose a Zaynab di dare un’occhiata. Di solito lei era ottimista, ma quel giorno si sentiva troppo triste per avere una speranza. 
– Ormai sarà scappato in Egitto!
– Non si sa mai – fece Robbiani. – Nel nostro mestiere non si sa mai…
“Nel nostro mestiere?”, pensò Zaynab. Ma non fece domande, e Robbiani si mise al volante. Faruq abitava nella frazione di Dongio, di fianco a una carrozzeria, vicino alla passerella sul Brenno. Era un vecchio edificio, circondato dalle erbacce. I muri erano scrostati, le tapparelle chiuse. Sulla porta c’era un foglietto: Faruq Ahmad Abdullah al-Haddad. Provarono a suonare, ma niente.
Che altro potevano fare? Salirono in macchina. Zaynab venne colpita da un pensiero: tutto quel silenzio era fuori posto. Lo disse a Robbiani, il quale capì al volo. Ai bordi della strada, notarono un locale che si chiamava “Superpizza”.
– Dici che servono a domicilio? – chiese Robbiani.
Zaynab annuì. – Non si sa mai, nel nostro lavoro…
Così, dopo aver appurato che Faruq aveva ordinato due pizze appena il giorno prima, Zaynab e Robbiani tornarono indietro. Lei appoggiò le mani sulla porta e parlò in arabo.
– Lo so che ci sei! Voglio solo parlare, da parte di Anna. Non chiamerò la polizia… se mi apri!
Si udì il clic della serratura.
Robbiani aspettò in macchina. 
Zaynab salutò Faruq e chiacchierò per qualche minuto con Omar e Layla, che stavano disegnando sdraiati sulla moquette del soggiorno. La casa era spoglia, con le finestre sbarrate.
– Hai staccato il campanello – disse Zaynab. – E il telefono. Così abbiamo capito che eri qui: chi parte, non ha bisogno di staccare niente.
– Sei furba. Ma non voglio parlare con te. Non sono affari tuoi.
– Ti sembra giusto tenere i bambini in prigione?
– Presto andremo in Egitto. Fatti miei. Non sono cose da donne.
Faruq disse che non gli importava niente degli usi europei. Citò il versetto 228 della sura della Vacca e accennò alla sura delle Donne. Zaynab contestò l’autorità assoluta maschile e gli chiese se conoscesse al-Sayyda Zaynab, che si chiamava come lei. Faruq manifestò rispetto: la “signora”, nipote del Profeta, era molto venerata in Egitto.
– Ma perché parli di lei? – protestò. – Non c’entra con i miei figli!
Zaynab ribatté che la “signora” si era battuta contro le ingiustizie. Era la madre dei poveri, la madre degli orfani, la madre dei deboli, colei che ascolta attentamente i lamenti di tutte le creature, perfino quello degli alberi frustati dal vento.
– Tu vuoi bene ai bambini, Faruq. Sai che hanno bisogno di te ma anche di Anna. Che importano i litigi? Ascolta la voce dei deboli!
– E io non sono debole? Non ho lavoro, non ho soldi, non ho niente!
– Allora puoi capire Anna.
Robbiani li vide uscire insieme. Tornarono tutti a Massagno, dove Faruq parlò a lungo con Anna, impegnandosi a trovare una soluzione condivisa. Poi la madre accompagnò Layla e Omar all’asilo.
Più tardi, Robbiani rivelò a Zaynab di essere rimasto stupito dall’estrema deferenza con cui l’aveva trattato Faruq.
– Per forza – disse Zaynab. – Gli ho detto che sei il capo della polizia.
– Cosa?
Zaynab sorrise. – Sai, le parole aiutano a convincere. Ma aiuta anche arrivare in macchina con il grande boss.

-----------------------

EPISODIO 9: LA FIRMA DEL LADRO

Gli ospiti della Residenza per anziani Bellavista potevano verificare ogni giorno quanto fosse appropriato il nome del luogo. Dalle finestre dolcemente digradavano i vigneti e le colline del piccolo comune di Croglio. Il panorama consolava gli insonni e gli inquieti sia durante le livide albe invernali, sia durante i tramonti estivi che non finivano mai.
– Invece finiscono – borbottò Gaspare Corradi, uno dei più vecchi ospiti della Casa. – E finiamo anche noi.
L’ex commissario Robbiani non poté che annuire.
– Altro che panorama, farebbero meglio a dire la verità! Lo sai che hanno rubato il braccialetto d’argento del direttore?
Corradi era già commissario quando Robbiani aveva iniziato la sua carriera. Conosceva tutti i delinquenti, tutti i politici, tutti gli avvocati – oltre alle intersezioni fra le categorie. Poi era andato in pensione, una quindicina d’anni prima di Robbiani. Quel mattino di primavera, per la prima volta Robbiani venne sfiorato dal dubbio che il suo mentore non fosse più del tutto lucido. Per cambiare discorso, gli presentò Zaynab.
Corradi fece una smorfia. – Ma chi è? Una tua parente?
Poi riportò subito il discorso sull’ondata di furti che, a suo dire, aveva colpito la Residenza Belvedere.


– Hanno rubato l’ermellino della vecchia signora Zamboni, la vera della Giacinta e il telefono di quel nuovo infermiere… come si chiama?
Robbiani allargò le braccia. – Non lo so.
– Non sai mai niente, tu. Ma io sto seguendo una pista. – Corradi mise la mano in tasca e ne trasse un foglio spiegazzato. – Ho ricostruito la cronologia dei furti: prima il braccialetto, poi la pelliccia di ermellino e l’anello della Giacinta, poi il telefono, due settimane dopo la radiolina dell’Antonio, poi l’inalatore per l’asma della vedova Pedroni. Proprio stamattina ho visto il Leandro che cercava il suo coltellino svizzero. E sentite l’ultima: hanno preso anche il mio elenco dei furti!
– Ma se ce l’hai in mano – protestò Robbiani.
– Ne avevo due copie, non sono mica scemo. – Si rivolse a Zaynab. – Mi dica, signora, perché nessuno ci dice niente? Perché pensano che siamo inutili, ecco perché! Buoni solo di guardare il panorama, almeno quelli di noi che ci vedono ancora. Da quando tre mesi fa è morta la mia povera moglie, io andavo tutti i giorni al cimitero. Ma il dottore mi dice che è troppo rischioso. Rischioso! Alla mia età! Potrebbe scivolare, mi fa, e io gli dico: bene, così sarei già al posto giusto! Robbiani era preoccupato per l’ossessione poliziesca di Corradi. D’altra parte, alla sua età, si poteva concedergli qualche stravaganza.
– Forse però quelle cose le hanno rubate davvero – mormorò Zaynab.
– Ehi, ti ci metti anche tu, adesso?
Amedeo Galfetti, il direttore, non poté che confermare: tutti gli oggetti della lista erano scomparsi negli ultimi mesi. Galfetti aveva perquisito con discrezione le stanze, ma senza trovare niente.
– Non ho avvisato la polizia per evitare scandali.
Robbiani era pensieroso. – Più che altro, mi sembrano dei furti assurdi. Fossero tutti oggetti preziosi, capirei… ma l’inalatore per l’asma!
– E se il ladro fosse un ospite della casa? – chiese Zaynab.
– E perché?
– Per sentirsi vivo.
– Per sentirsi… – Robbiani si bloccò. – Un attimo! Com’era la lista?
Ricostruirono l’ordine cronologico dei furti: braccialetto, ermellino, anello, telefono, radiolina, inalatore, coltellino e l’elenco di Corradi.
– Sul furto dell’elenco non sarei tanto sicuro – fece Galfetti.
– Invece sì! – replicò Robbiani. – Sa come si chiamava la moglie di Corradi? Beatrice!
– E allora?
– Guardi la lista, direttore! Guardi le iniziali degli oggetti rubati.
Sulla pietra tombale di Beatrice Corradi, c’era un vaso di camelie. Nel terriccio trovarono gli oggetti scomparsi. Non denunciarono Corradi, il quale non si rendeva nemmeno conto di essere l’autore dei furti.
– Comunque ormai ha finito – disse Robbiani. – Ha lasciato la firma.
Galfetti era sconvolto. – Ma che senso ha?
Fu Zaynab a rispondergli. – Sua moglie è morta da poco. Io lo capisco: quando provi un grande dolore, lavorare è un aiuto. È successo anche a me.
– Ma Corradi mica lavora!
– È rimasto un poliziotto – ribatté Robbiani. – E sta investigando su un’ondata di furti misteriosi…

-----------------------

EPISODIO 10: HAPPY HOUR

Prima di andare in pensione Robbiani conosceva la maggior parte dei locali pubblici del Canton Ticino. Fra i suoi preferiti c’era il bar Monte Ceneri, in cima al passo omonimo. Robbiani aveva cominciato a lavorare quando non c’era l’autostrada: sui tornanti della cantonale scorreva il traffico di tutta l’Europa. Ma anche dopo che ebbero completato l’A2, Robbiani ogni tanto continuò a percorrere il “Ceneri vecchio”, fermandosi a parlare con Florindo, il padrone del bar. Poi il commissario si ritirò, cominciò a guidare sempre meno – non era più sicuro dei suoi riflessi – e si limitò a frequentare i bar vicini a casa, a Massagno.
Il viaggiatore che si fosse inerpicato sul Ceneri, una sera di pioggia dell’aprile 2018, non avrebbe notato niente d’insolito. Gli alberi sferzati dal vento, l’acqua che formava ruscelli sull’asfalto screpolato, i fari che illuminavano imposte chiuse, targhe commemorative, vecchie insegne di bordelli. Tutto come sempre.

Anche il bar non era cambiato. Il pavimento di linoleum, le tovaglie azzurre stinte, con i centrini gialli e i tovaglioli della Chicco d’Oro. Il televisore appeso in alto, come un totem. E il vecchio Florindo, sempre calvo e magro, intento a guardare la nazionale svizzera di calcio mentre sua moglie passava uno straccio sul bancone. La pioggia rumoreggiava dietro le finestre. C’erano pochi clienti: una coppia accanto al frigobar e nel suo angolo, davanti a un bicchiere di birra scura appenzellese, il commissario Robbiani.
A questo punto, il viaggiatore si sarebbe chiesto: ma il commissario non era in pensione da un pezzo? Forse avrebbe cominciato a fantasticare di viaggi nel tempo… Poi però si sarebbe avvicinato e avrebbe scoperto sul volto di Robbiani più rughe, più stanchezza, più fragilità.
La moglie di Florindo portò ai clienti gli stuzzichini che preparava allo stesso modo da quarant’anni: un pezzo di pane, un’oliva e una fetta di salame infilzati in uno stuzzicadenti. Robbiani la ringraziò con un cenno, mentre l’uomo e la donna accanto al frigobar quasi non le badarono.
Il tempo era una palude. I giornali sui tavoli sembravano ingiallirsi solo a guardarli. Le lampade al neon mandavano una luce immobile. Per parecchi minuti nessuno pronunciò una parola, tranne la coppia che bisbigliava parole incomprensibili. Lo scroscio della pioggia aumentò d’intensità, fino a coprire la cantilena del telecronista. Florindo alzò il volume con il telecomando.
– …palla oltre il fondo, è un mezzo pastrocchio per i rossocrociati…
Florindo abbassò l’audio. Sua moglie, senza smettere di passare lo straccio, ripeté a mezza voce:
– Mezzo pastrocchio.
Robbiani bevve un sorso di birra. La coppia prese a discutere a voce alta. Parlavano una lingua straniera, dai suoni aspri. Lei indossava il velo e aveva la carnagione scura. Lui invece era pallido, con gli occhi verdi. Nessuno parve accorgersi che l’uomo stava allungando un pacchetto di carta alla donna, mentre lei gli dava una busta. L’uomo guardò nella busta, poi si alzò e pagò il conto.
La donna, rimasta al tavolo, spostò lievemente lo sguardo in direzione di Robbiani. L’ex commissario tirò fuori il telefono e digitò qualcosa sulla tastiera. Intanto l’uomo con gli occhi verdi usciva sotto la pioggia.
Robbiani posò il telefono sul tavolo, accanto alla birra.
Silenzio.
Dopo qualche secondo il telefono squillò.
– Allora? – fece Robbiani. – Ah, bene. No, no, figurati, lo sai che quando posso mi fa piacere rendermi utile.
Finita la conversazione, Robbiani disse:
– L’hanno preso.
Gli altri iniziarono a parlare tutti insieme. Robbiani poté finalmente presentare Zaynab Hussain a Florindo e a sua moglie.
Era da mesi che il barista sospettava un traffico di droga nel locale. Così aveva chiesto aiuto a Robbiani, il quale aveva coinvolto Zaynab e aveva organizzato una trappola con l’aiuto dei suoi ex colleghi.
– Che cosa ti ha raccontato? – chiese Robbiani.
– Ha un padre svizzero e una madre marocchina – rispose Zaynab. – Mi ha detto che parla cinque lingue, e che ha clienti da tutto il mondo.
– Spacciatori poliglotti – borbottò Robbiani –. Sarà la globalizzazione…
Florindo guardò il televisore: erano sempre sullo zero a zero.
– Ma noi festeggiamo lo stesso! Commissario, la gradisce un’altra Schwartzer Kristall? E lei, signora, che cosa prende?

-----------------------

EPISODIO 11: L'ULTIMA OCCASIONE

– Sono venuto qui perché ho l’intenzione di uccidere mia moglie.
Robbiani si schiarì la voce.
– Forse non ho capito bene.
– Ci sto pensando da mesi. Ho pianificato l’omicidio nei dettagli.
Zaynab stava preparando il caffè, mentre i due uomini discutevano al tavolo da pranzo. A sentire quelle parole, si affacciò alla porta della cucina. Robbiani le lanciò uno sguardo che voleva dire: non allontanarti. Zaynab si fece avanti.
– Il caffè è quasi pronto.
L’uomo doveva essere sulla cinquantina, ma si teneva in forma: sotto il completo grigio s’intuivano i muscoli.
– È possibile avere un po’ di privacy?
– Siamo a casa mia – disse Robbiani. – Lei è Zaynab Hussain, la mia collaboratrice. – Si rivolse a Zaynab. – E lui è Romeo Rainoldi, che è venuto a chiedermi consiglio perché… mi dica, perché?
Rainoldi guardò Zaynab di sfuggita, poi tornò a dedicare la sua attenzione all’ex commissario.

– Cercavo un poliziotto in pensione. Non mi fido né degli avvocati, né degli psicologi, né dei poliziotti attivi.
– Che cosa vuole da me?
– Che m’impedisca di uccidere mia moglie.
Zaynab tornò a preparare il caffè. Era preoccupata. Nell’atteggiamento di Rainoldi, nulla indicava che stesse scherzando. Aveva i capelli grigi, la voce calma, gli occhi scuri, riflessivi, intelligenti.
– È la mia ultima occasione – stava dicendo. – Poi sarò vecchio. Ora avrei la forza per cambiare. Per essere qualcuno, capisce?
– A dire il vero, no.
– Sento il bisogno di ricominciare. Da solo.
– Perché non divorziate?
– Non ce lo possiamo permettere. Abbiamo due figli all’università.
– Che lavoro fa?
– Sono un tecnico informatico: lavoravo per una grande banca, poi ho perso il posto. Adesso sono in una fiduciaria. C’è da pagare l’ipoteca, gli studi dei figli, la macchina, le vacanze…
– Ne ha parlato con sua moglie?
– Non voglio spaventarla. Ma tutte le sere, prima di dormire, ci penso. E mi dico: se Graziella non esistesse più, per me tutto sarebbe più facile.
– Ha un’altra donna?
– Più o meno. Ma non è una questione di sentimenti. Senta, lo so che è un pensiero vergognoso, e infatti mi vergogno. Probabilmente sarei in grado di ucciderla e di farla franca, ma… ma ora non più, per fortuna.
– Perché?
– Lei sa. Se succedesse qualcosa a Graziella, lei si muoverebbe, chiamerebbe i suoi ex colleghi. Non voglio andare in prigione… e quindi non c’è più nessun pericolo: non la ucciderò.
Zaynab portò il caffè. Vennero scambiate parole sullo zucchero, il latte, i tovaglioli, come se niente fosse. Zaynab non riuscì a trattenersi.
– Non sono affari miei, signore. Ma ho perso mio marito da poco e mi fa dispiacere sentirla parlare così. Non può fare pace con sua moglie? Mi scusi, non voglio offenderla.
Romeo Rainoldi sorrise. Era un sorriso gentile e triste.
– Nessuna offesa, signora. Ma non è possibile fare pace, perché non abbiamo mai litigato. Mi perdoni, commissario, vorrei che telefonasse a Graziella. Lei è preoccupata per me, che faccia qualche sciocchezza.
Robbiani aggrottò la fronte. – E io dovrei tranquillizzarla?
– Le dica che è un ex poliziotto, che mi sono confidato con lei. Non entri nei dettagli, se vuole. – Si voltò verso Zaynab, sorrise di nuovo. – Penserà che sono matto, signora. E probabilmente ha ragione…
Più tardi, quando Rainoldi se ne andò, Zaynab e Robbiani uscirono in balcone a bersi un altro caffè. Era uno dei primi pomeriggi estivi dell’anno. Dai prati salivano le voci dei ragazzi che giocavano e una leggera brezza muoveva le foglie dei platani. Zaynab era atterrita. Guardò le strade, le case, il campanile della chiesa. Perché gli uomini non potevano essere felici?
– Il male è profondo – disse Robbiani, come se le avesse letto nel pensiero. – Almeno lui ha avuto il coraggio di resistere: ha combattuto, a modo suo, non ha ceduto alla tentazione.
– Era così infelice – mormorò Zaynab. – Dobbiamo pregare Allah al-mu’min, il Pacifico, che gli permetta di rifugiarsi in lui.
Robbiani non fece commenti.
– Tu non credi che troverà pace, vero? – domandò Zaynab.
– È difficile. La vera pace è qualcosa che… che non ti lascia in pace, ecco, devi cercarla da quando nasci fino a… Insomma, è difficile – ripeté.
– Tu hai trovato questa pace? – osò chiedergli Zaynab.
– Non lo so. – Robbiani vuotò la tazza di caffè. – Non lo so.

-----------------------

EPISODIO 12: ARBUL D'GEIRE 

Era un castagno. Era molto vecchio. Avrebbe continuato a vivere ancora per secoli quando i due uomini che stavano in piedi sotto di lui sarebbero scomparsi. Tanto più che uno dei due, l’ex commissario Giorgio Robbiani, stava per morire proprio in quel momento.
– Non ti ricordi? – disse l’altro uomo, sulla cinquantina, robusto, con i capelli corti. – Tu sei il bastardo che mi ha mandato in galera!
Robbiani sentiva la punta del coltello contro il fianco. Poco distante, sull’erba, c’erano la tavolozza con i colori, la tela, i pennelli. Robbiani si guardò intorno: non c’erano vie di scampo. Si fece coraggio, cercando di prepararsi al peggio.


E pensare che il medico gli aveva consigliato di dedicarsi ai suoi cosiddetti “hobby” per mantenersi in salute. Lui aveva obbedito: oltre che a dipingere, aveva cominciato a leggere. Soprattutto gli autori classici britannici che aveva amato da giovane: Le Carré, Greene, Cronin, Somerset Maugham. Quando la badante rientrava dopo aver fatto la spesa, Robbiani le riassumeva le storie nei dettagli. Le diceva che avrebbe dovuto leggere anche lei, per fare pratica con l’italiano.
Zaynab sorrideva. – Tanto so già come finisce!
– È vero – borbottava lui. – La prossima volta ti lascerò in sospeso.
Il racconto “Notiziario in inglese”, di Graham Greene, gli era piaciuto a tal punto che l’aveva letto a voce alta durante la cena.
– La minestra si raffredda, commissario!
– David Bishop era cosiderato un traditore, capisci? La gente lo odiava: Esaltiamo gli eroi come se fossero rari, ma siamo sempre pronti a biasimare il nostro prossimo per la mancanza di eroismo. Invece lui, tramite i suoi annunci alla radio nazista, inviava messaggi in codice a sua moglie, rivelando i piani dei nemici.
– Non sempre gli eroi sembrano eroi – aveva concluso Zaynab. – Ancora un po’ di pane?
Se il pomeriggio leggeva, il mattino Robbiani dipingeva. All’inizio di giugno aveva deciso di ritrarre la fioritura di un castagno. Ma non uno qualunque: doveva essere antico, rugoso e screpolato come lui. Zaynab lo aveva accompagnato a Chironico, dove c’era uno dei più vecchi alberi del Ticino. La gente lo chiamava Arbul d’Geire: aveva circa dodici metri di circonferenza e settecento anni di età.
Era un giorno nuvoloso. Zaynab era andata a fare due passi per le vie del paese, mentre Robbiani era rimasto di fronte al castagno, che anche quell’anno aveva gettato foglie verdi e infiorescenze gialle profumate. Robbiani era intimidito: più che un albero, gli pareva un gigante di guardia all’ingresso del paese.
A sinistra c’era un edificio con le imposte sbarrate. A destra la via che portava alla Casa comunale. Intorno, un muro di sassi, un lampione, un orto, un furgone bianco sporco.
Nessuno in vista.
Nessuno tranne l’assassino che lo aveva seguito fin lì.
L’uomo sorrideva. Robbiani si ricordò: Umberto Galli, condannato per omicidio aggravato plurimo e sequestro di persona.
– Ti prenderanno – gli disse.
– Mica ti faccio fuori con il coltello. – Galli si avvicinò, lo afferrò per il bavero. – Sei vecchio, facile che inciampi e ti spacchi l’osso del collo…
Squillò il telefono.
– È la badante – disse Robbiani. – Sta arrivando qui e ti vedrà.
Galli gli ordinò di tenerla lontana. – Attento a quello che dici!
– Zaynab! – Robbiani parlava scandendo le parole. – Sì, tutto bene… Certo, sì. Sta di fatto che avrò imprevisti: umidità, traffico, ostacoli…. Una novità? Mah… aspetta! – Sbirciò Galli, che gli fece segno di chiudere. – Troppo tardi, ora. Avrò ritardo, ma arrivo, tranquilla, okay? Ciao… ottimo, resta, resta insomma!
Chiuse la telefonata. Galli lo strattonò e lo prese per la nuca. Era forte: avrebbe potuto spezzargli il collo con una mano sola. Ma in quel momento sentirono un grido. Era Zaynab che stava arrivando di corsa.
– Uccidimi – disse Robbiani. – E tornerai in galera. Per sempre.
Galli esitò. Poi bestemmiò e si allontanò verso il furgone.
Zaynab era trafelata. – Che paura! Tutto bene?
– Ora sì. Per fortuna hai riconosciuto il codice di David Bishop!
– Mi hai letto la storia due volte… come potevo dimenticarlo?
Dopo l’espressione “Sta di fatto che”, non contava ciò che si diceva ma solo le iniziali delle parole. Un codice da bambini, lo definiva Greene. Eppure, nel momento del bisogno, faceva ancora il suo dovere.

-------------------------

EPISODIO 13: LA MANO DEL MORTO


Cinquantamila persone in Svizzera sono escluse dai casinò. Molte hanno un grave problema di dipendenza. Ad alcuni giocatori il divieto è imposto, altri lo chiedono volontariamente. Questi ultimi devono rispondere a un questionario.
Il pensiero di doversi recare al casinò la occupa spesso?
Ha giocato spesso più di quanto aveva intenzione di giocare?
Tenta spesso di giocare per vincere soldi persi in precedenza?
Il dottor Aleandro Selva rispose “sì” a tutte le domande. Lavorava senza sosta, ma i soldi sparivano nel nulla, così come ogni forma d’interazione sociale che non fosse visitare un paziente o salutare un croupier. Nelle settimane successive restò fuori dai casinò, ma si lasciò invischiare in un giro di poker e contrasse debiti con Carlo Fabiano, l’organizzatore delle partite.
L’ex commissario Robbiani ai suoi tempi si era occupato di bische clandestine: sapeva che quella gente non faceva sconti. Perciò, quando Selva si rivolse a lui, gli consigliò di non sporgere denuncia.
– Senza prove, se la cavano con poco. E se la prenderebbero con te.
– E allora – balbettò Selva – che cosa faccio?
Silenzio.
– Hai mai sentito parlare della mano del morto? – chiese Robbiani.
Selva annuì. Sapeva tutto del poker. – Due assi neri e due otto neri. Ce li aveva in mano Bill Hickok nel 1876, quando gli spararono alle spalle in un saloon.
– Noi ci guarderemo le spalle. – Robbiani posò la tazzina di caffè. –Ti ho già presentato Zaynab?
Due giorni dopo, in uno scantinato di Lugano, il dottor Selva introduceva Robbiani ai suoi compagni di gioco. Oltre a Fabiano c’erano un ragazzo con l’accento americano, che si presentò come Marcus, uno svizzero tedesco di mezza età che si chiamava Franz Hediger e un settantenne scontroso, tale Federico Falletta. Tutti protestarono quando si accorsero che Robbiani era accompagnato da sua moglie: una donna con quarant’anni di meno, straniera… islamica, per giunta. Alla fine però si rassegnarono alla presenza di Zaynab, purché se ne stesse zitta in un angolo. Come aveva previsto Robbiani, una moglie giovane e straniera avvalorava la storia che lui fosse un paziente milionario del dottor Selva.
Cominciò la partita. Il tavolo verde era illuminato da una luce forte dall’alto. Tutto intorno, il buio. Giocavano un hold’em senza limiti. Robbiani rilanciava con grosse somme. Aveva il volto imperlato di sudore. A un certo punto Zaynab si alzò preoccupata, portandogli un bicchiere d’acqua. Ma Robbiani la scacciò, chiedendo del whisky. Zaynab guardò male i suoi compagni di gioco e tornò a sedersi, borbottando parole in arabo.
La tensione si fece più alta, così come la posta in gioco. Robbiani era sempre più agitato: gli tremavano le mani, aveva il respiro corto. Finché, dopo un confronto perso all’ultimo, l’ex commissario emise un rantolo. Si afferrò al bordo del tavolo, sbarrò gli occhi. Zaynab balzò in piedi, ma Robbiani era già scivolato giù dalla sedia, con una mano sul cuore.
Zaynab cominciò a strillare in arabo e in inglese. Robbiani era a terra, rigido. Marcus era terrorizzato, mentre Falletta ripeteva che l’aveva detto lui, che non bisognava fidarsi. Solo Hediger mantenne la testa a posto.
– Tu sei un medico – disse a Salvi. – Puoi fare qualcosa?
Salvi non reagì.
– You call the police! – gridò Zaynab. – Now!
– Non ce la fa – mormorò Salvi. – Se non intervengo subito, muore.
– E intervieni, allora! – sbottò Fabiano.
Salvi non si mosse.
– Che cosa aspetti?
– I debiti – disse Salvi. – Voglio che li cancelli. Questo poveraccio ricomincerà a vivere e io con lui.
Zaynab estrasse il cellulare e fece partire la chiamata per la polizia, minacciando denunce e ritorsioni. Fabiano cedette. Mentre Salvi rianimava Robbiani, andò a prendere i suoi “pagherò” e li distrusse. Alla fine Salvi e Zaynab accompagnarono fuori un malfermo Robbiani, salvato a un passo dalla morte e ancora sull’orlo dell’incoscienza. Fabiano si avvicinò al medico.
– Non so bene se devo ringraziarti o no… lasciamo perdere. Ma qui non ti voglio più vedere. Mai più. È chiaro?
– Non preoccuparti – fece Salvi.
Più tardi, a casa di Robbiani, Zaynab si complimentò con l’ex commissario per il suo talento attoriale.
– Sapevo che facevi finta, ma ero nervosa lo stesso.
– E tu, allora? – ribatté Robbiani. – Quando gridavi “now, now!”, quasi mi è venuto davvero un infarto…

-------------------------

EPISODIO 14: IL RACCONTO: UN'EDUCAZIONE DI QUALITÀ 

L’Istituto La Vetta aveva sede a Paradiso, in un edificio con ampie vetrate che guardavano il lago e il Monte Brè. La scuola, basata sui solidi valori della tradizione elvetica, aveva la mission di educare giovani pronti a entrare nell’élite sociale, grazie al coaching individuale, a innovativi team laboratoriali, a lezioni interattive, multimediali e multitasking.

Più che una scuola era un’azienda, con il motto: un’educazione di qualità. I docenti dovevano sottoporsi a qualifiche annuali in base ai giudizi degli allievi e delle famiglie. Il signor Franchi, che dirigeva La Vetta, si faceva chiamare “manager” invece di “preside” o “rettore”. Era cordiale, sorridente e soddisfatto dell’azienda. Almeno fino al giorno in cui, durante l’Open Day, qualcuno rubò la cassa con cinquemila franchi.
I soldi erano stati raccolti grazie a una serie di donazioni, e lo stesso Franchi avrebbe dovuto versarli in banca nei giorni successivi. La finestra del suo ufficio dava su un’aiuola e chiunque sarebbe potuto penetrare da lì, forzando il meccanismo di apertura. Tuttavia, solo Franchi e i membri del consiglio di
direzione sapevano della presenza del denaro.
Tutti i docenti in quel momento erano radunati nell’Aula magna. Franchi bloccò le uscite e telefonò all’ex commissario Robbiani. Anni prima aveva avuto a che fare con lui per un incidente durante una gita scolastica. Franchi aveva il ricordo di un poliziotto dinamico,
perciò restò deluso quando Robbiani si presentò appoggiandosi a un bastone e reggendosi al braccio di una badante straniera.
Con un po’ d’imbarazzo Franchi mostrò a Robbiani il luogo del delitto. In effetti qualcuno aveva scassinato la serratura, aiutandosi con qualche goccia di lubrificante. Robbiani vide una macchia d’olio sul tappeto e, fuori dalla finestra, impronte di scarpe nella terra dell’aiuola. Poco più in là, in un cespuglio di rose, scoprì un pezzo di tessuto grigio.
Robbiani guardò Zaynab.
Man Talaba šay’an wajada-hu – mormorò lei. – Basta cercare una cosa per trovarla, vero?
L’ex commissario sembrava appannato, quasi sonnolento. Chiese a Franchi di poter fare un discorso ai nove membri del consiglio di direzione. Il manager s’innervosì quando Robbiani pretese che fosse presente anche Zaynab, ma poi finì per acconsentire.
I sospetti vennero radunati in un’aula al primo piano. Dalla finestra si vedeva il lampo azzurro del lago. Robbiani invitò i docenti a collaborare, mentre Zaynab, in fondo alla stanza, trafficava con il telefono.
Gli insegnanti reagirono parlando tutti insieme. Qualcuno si scandalizzò, qualcuno assicurò la propria innocenza. Robbiani bisbigliò a Franchi di osservare la signora Fanetti, l’insegnante d’italiano. Aveva l’orlo dei pantaloni sporco di terra, una macchia sulla manica che poteva essere dovuta a una sostanza oleosa e, soprattutto, uno strappo sul retro della giacca grigia.
– Ma allora… – fece Franchi.
– Indossano tutti la camicia, vero? – lo interruppe Robbiani.
– Sì, ma cosa c’entra?
L’ex commissario si rivolse ai docenti.
– L’indizio più importante è un piccolo bottone trasparente, rinvenuto proprio accanto allo spazio dove stava la cassaforte trafugata.
Franchi non capiva. A che scopo raccontare quella bugia? Robbiani chiese ai docenti di aspettare per qualche minuto e si ritirò con Zaynab in un’altra aula. Dopo un minuto, chiamarono Franchi e gli annunciarono che il colpevole era il professor Leggeri, l’insegnante di geografia.
– Ma come fate a dirlo? – si stupì Franchi.
Gli spiegarono che Zaynab aveva filmato i docenti con il telefono. Nel momento in cui Robbiani aveva nominato il bottone gli occhi di Leggeri, per una frazione di secondo, erano corsi al polsini della sua camicia. Nessuno degli altri si era mosso, nemmeno la signora Fanetti. Leggeri si era ricomposto subito, ma per un istante aveva rivelato il suo nervosismo.
Franchi protestò. – Però la Fanetti aveva la terra sui pantaloni, la macchia d’olio, la giacca strappata...
– Troppe tracce – disse Zaynab.
– Se fosse stata la colpevole, avrebbe nascosto gli indizi – spiegò Robbiani. – Invece non poteva saperlo: molto probabilmente il professor Leggeri ha provveduto a sporcarle gli abiti, durante il pranzo in comune, e a strapparle il vestito.
Zaynab annuì. – Troppe tracce, uguale nessuna traccia.

-------------------------

EPISODIO 15: LO SMEMORATO

Un uomo di ventinove anni si presentò al monastero di Santa Maria Assunta, sopra il paese di Claro, e bussò alla portineria. Lo accolse una monaca anziana. L’uomo disse che era un poliziotto e che alcuni criminali volevano regolare i conti con lui. La monaca, un po’ perplessa, gli domandò come si chiamasse. Lui si presentò come il commissario Giorgio Robbiani, della Polizia cantonale ticinese.


– Ho bisogno di aiuto, sorella!
– Sì, lo credo anch’io – rispose la monaca.
Fu così che il mattino successivo arrivò a Claro l’ex commissario Robbiani. Era accompagnato da Zaynab, la sua badante. Appoggiandosi al bastone, il vecchio poliziotto raggiunse la stazione della teleferica. La cabina era verniciata di arancione. Durante la salita, Zaynab scattò diverse fotografie dei boschi, della rupe e del Monastero, che apparve luminoso in mezzo ai castagni.
– È tutto così ripido… non dev’essere
facile abitare qui!
– Pensa che le monache ci vivono da cinquecento anni.
Accanto alla stazione di arrivo c’erano prati e cespugli fioriti. Robbiani indicò a Zaynab alcuni alveari. – Credo che facciano il miele.
– Anche mio cugino, in Tunisia. Ma lui tiene le api sul tetto.
La priora, madre Maria Sofia, li accolse nella sala per le visite. Avevano ospitato il sedicente Robbiani nella foresteria, sperando che un po’ di riposo gli giovasse, ma il mattino si era svegliato ancora più inquieto.
– Come avete scoperto che esiste davvero un Giorgio Robbiani?
La priora sorrise. – Ho cercato su internet.
– Ah. – Robbiani si grattò la testa. – E non avete chiamato nessuno?
– Abbiamo chiamato lei. Ci sembrava la persona giusta.
L’ex commissario era nervoso. Zaynab lanciò un’occhiata alla madre Sofia e vide che se n’era accorta anche lei. Le rivolse un lieve cenno di assenso. La madre chiamò allora il finto Robbiani. Era pallido, con gli occhi scuri e le guance lisce, quasi senza barba. Quando la priora gli presentò il vero Robbiani, si mise sulla difensiva.
– Che cosa dice, sorella! Quest’uomo è un nemico!
– Non sono un nemico – intervenne Robbiani. – Non mi riconosci?
Spiegò che l’uomo si chiamava Andrea Lepori e che lui, Robbiani, l’aveva arrestato quando era solo un ragazzino: si era fatto coinvolgere in una brutta storia di droga. Era stato giudicato parzialmente incapace d’intendere e di volere, perciò…
– Non è vero! – lo interruppe Lepori. – Sono io il poliziotto!
Robbiani spiegò alla priora che aveva già visto simili casi di sostituzione. Era difficile mettere il malato di fronte all’evidenza, restituendolo alla sua vera identità. Non si accorse che nel frattempo Zaynab stava mostrando a Lepori alcune fotografie in bianco e nero.
– Guarda, questo è Robbiani a trent’anni. Vedi che siete diversi?
– Ehi! – esclamò Robbiani. – Ma quelle foto…
– Ssst! – fece Zaynab. – Andrea sta cominciando a ricordare.
Ci volle un po’ di tempo, ma alla fine Lepori si convinse. Era molto confuso. Chiamarono un medico, che lo tranquillizzò e lo accompagnò a valle. Zaynab si scusò con Robbiani: aveva trovato le fotografie in un cassetto e aveva pensato che potessero venire utili.
– Pensavo di averle bruciate tanto tempo fa…
– Per fortuna non l’hai fatto. Così abbiamo potuto aiutare Andrea. E così ho visto che faccia aveva il giovane Robbiani!
L’ex commissario tese la mano, per riavere le foto.
– Prometti di non bruciarle?
– Le rimetterò nel cassetto. Dovrai accontentarti del vecchio Robbiani.
– Non mi lamento… – Zaynab rideva. – Ho visto di peggio!
Robbiani si riposò per qualche minuto al sole, mentre la priora mostrava a Zaynab l’interno della chiesa. C’era un’antica scultura che raffigurava Maria. Zaynab disse che la madre di Gesù era molto venerata anche nel suo paese… avrebbe voluto aggiungere qualcosa ma si bloccò, sopraffatta dalla nostalgia. La priora comprese il suo turbamento e le propose di dire una preghiera. Zaynab si spaventò: conosceva solo le preghiere islamiche. La madre Sofia le disse di non preoccuparsi. Allora Zaynab recitò la fātiha, pensando al mare, alle strade, agli odori e ai suoni del suo paese.
– Bismillāh ar-Rahmān ar-Rahīm…
Mentre pregava Dio misericordioso, Dio buono, Dio Signore degli universi, Zaynab risentiva la voce di sua madre, di suo padre, delle persone che le erano care. Per la prima volta, pensò che forse non sarebbe mai più tornata a casa.

-------------------------

EPISODIO 16: CARO NIPOTE

Robbiani aveva l’abitudine di fare un sonnellino dopo pranzo, sdraiato sulla poltrona reclinabile dello studio. Dormiva quaranta minuti, un’ora al massimo. Non gli piaceva venire disturbato, quindi spegneva il cellulare. Ma un pomeriggio d’estate a svegliarlo fu il trillo del telefono fisso.
– Mm… sì, Robbiani… – borbottò, ancora assonnato. – Chi è?
– Come, non mi riconosci? Dai, non è possibile che ti sei dimenticato. – Era una voce giovane. – Siamo parenti, anche se non ci vediamo da tanto.
Allora Robbiani capì. – Sei il figlio di Agnese?
– Sì, sì. Ma certo! Agnese… quanti ricordi, vero?


Piano piano si chiarì la situazione: il ragazzo si chiamava Martin, aveva trent’anni ed era il figlio di Agnese, la defunta sorella di Robbiani.
Salvo che Robbiani non aveva sorelle.
– Vedi, zio, negli ultimi anni è stata dura per me. Ma adesso sto per mettermi in proprio. La mamma ne sarebbe fiera. Mi servirebbe solo un piccolo capitale per rimborsare un prestito… purtroppo è urgente!
Robbiani non credeva alle sue orecchie. Quel Martin gli faceva quasi compassione: fra tutte le potenziali vittime per la truffa del “falso nipote”, era andato a scegliere proprio un ex poliziotto. Continuò ad assecondarlo, sperando di poterlo cogliere sul fatto.
– Senti, zio, abiti ancora a Massagno? Ho un amico che può passare a prenderti subito, così ti dà uno strappo, cosa ne dici? È urgente…
Robbiani pensava di avvisare i suoi ex colleghi della Cantonale. Ma i truffatori erano bene organizzati: Martin lo trattenne al telefono finché squillò il campanello.
– Non appendere, zio, così saluto il mio amico!
L’ex commissario decise di rischiare. Invece del 117 chiamò Zaynab, che era uscita a fare la spesa. Le spiegò tutto in poche parole e la incaricò di predisporre discretamente una trappola, con l’aiuto della polizia.
– Ma sei sicuro? – protestò Zaynab. – E se ti fanno del male?
– Appena preleverò i contanti, tenteranno di portarmeli via. Allora tu… troppo tardi, devo andare. L’uomo è già qui. Tenterò di rallentarlo. Saremo alla banca tra una ventina di minuti. Mi raccomando!
– Ma scusa, io non so chi chiamare, e poi mi sembra pericoloso…
Zaynab s’interruppe: Robbiani aveva chiuso la telefonata.
Che fare? Zaynab se ne rimase lì, in mezzo al reparto “frutta e verdura”, con in mano un pompelmo rosa. Il cuore le pulsava nella gola. Intorno c’erano bambini che spingevano il carrello, coppie di ragazzi, uomini e donne in pantaloncini e infradito. Zaynab cercò di calmarsi. Avrebbe potuto chiamare la polizia, come le aveva detto Robbiani. Ma a chi rivolgersi, di preciso? E se non le avessero creduto subito? Se fossero arrivati tardi? Non c’era molto tempo. Di colpo, ebbe un’idea: avrebbe potuto chiamare un vero “falso nipote”…
Mezz’ora dopo Robbiani camminava sotto il sole in via San Gottardo a Savosa. Accanto a lui c’era Peter, l’amico del sedicente Martin. Pochi metri più in là, c’era la banca. L’ex commissario avanzava piano, aiutandosi con il bastone e fermandosi spesso per asciugarsi il sudore con un grande fazzoletto a quadretti.
Ormai era in ballo, e doveva giocare fino alla fine. Entrò nell’edificio, mentre Peter lo aspettava all’ingresso, e prelevò ventimila franchi allo sportello. Poi uscì, reggendo la borsa con i contanti. Si guardò intorno, cercando un segno da parte di Zaynab.
Quando lo riconobbe, tirò un sospiro di sollievo. Si rivolse a Peter.
– Non pensavo d’incontrare proprio qui il mio caro nipote…
Peter non gli diede retta. – Ha preso i soldi?
– Ecco, tenga – disse Robbiani. – Non vuole che le presenti mio nipote?
– Tuo nipote? – Peter scoppiò a ridere, allontanandosi verso la macchina. – Tu sei tutto scemo…
Si chiamava Giosuè Palummo, det-
to Gio, e abitava nella stessa palazzina di Robbiani. Era appassionato di body
building: ogni settimana passava ore in palestra. Fu contro di lui che Peter andò a sbattere prima di poter raggiungere
la sua automobile.
– Ma che cosa…
Gio lo immobilizzò con due braccia grosse come i piloni di un ponte.
– Ehi, lasciami andare, cosa vuoi…
– Lui è mio nipote – spiegò Robbiani. – Cioè, non lo è ma è come se lo fosse: di sicuro è più reale di Martin. E questa, che sta arrivando, è la mia amica Zaynab Hussain. Che cosa ne dice di spostarci all’ombra per aspettare insieme la polizia?

-------------------------

EPISODIO 17: CORVESCO

C’è un vecchio nelle montagne sopra Corvesco. Si chiama Giona ed è un vecchio solitario.
Nella bella stagione molti salgono al suo rifugio per chiedergli consiglio o per acquistare un barattolo di miele scuro e aspro, prodotto dallo stesso Giona. Ogni tanto capita che non si faccia trovare per un giorno o due. I più informati dicono che si aggiri da solo nelle valli più sperdute, parlando con i torrenti, le rocce e gli animali selvatici.
Per raggiungerlo occorre prendere il sentiero che da Corvesco arriva a un vasto alpeggio. Attraversato il pianoro, bisogna inerpicarsi verso il Monte Basso. Infine, dopo una pietraia, c’è da guadare il Tresalti.
– Chivalà?
Il richiamo risuonò come una fucilata. Zaynab sussultò.
– Tranquilla – le disse l’amico di Robbiani. – Abbaia, ma non è cattivo.


Le porse la mano e l’aiutò a superare il ruscello. Era un uomo magro, con gli occhi chiari. Si chiamava Elia Contini e secondo Robbiani era uno di cui ci si poteva fidare. Anche se faceva l’investigatore privato.
Sull’altra sponda, li aspettava l’eremita. Indossava un giaccone sintetico sopra un paio di vecchi calzoni di fustagno. In testa aveva un cappellino consunto dei Chicago Bulls. Lì accompagnò al suo rifugio, a ridosso di una grotta naturale. Offrì loro una tazza di tè, poi si rivolse a Zaynab.
– Mi dica, com’è che la sua pista ha incrociato quella di Contini?
Zaynab era confusa. – È Robbiani che mi ha detto di venire qui.
– Ah, infatti, mi aspettavo di vederlo – disse Giona. – Come sta?
– Non ce la fa più a salire – spiegò Contini. – Ma non si è dimenticato che c’è un assassino da catturare.
In quel momento si udì un suono acuto, come il singhiozzo di un bimbo. Zaynab trasalì. I due uomini invece rimasero impassibili.
– Zaynab Hussain è l’assistente personale di Robbiani – riprese Contini. – Ha ricevuto dal commissario l’ordine di procedere all’arresto.
Di nuovo, si udì un singulto. Poi, dal profondo della caverna, apparve un uomo. Era un individuo sulla settantina, robusto, con ciuffi di capelli bianchi e due occhi sgranati.
Contini sussurrò a Zaynab di stare al gioco.
– Si chiama Ernesto Pelli. Devi arrestarlo… cerca di essere severa.
Zaynab si alzò e disse ciò che mai immaginava che avrebbe detto.
– Signor Pelli… ehm, in nome della legge, per incarico dell’alto commissario Robbiani, io la… come si dice? – bisbigliò.
– Dichiaro – mormorò Giona.
– Io la dichiaro in arresto.
Pelli scoppiò a piangere. Giona gli posò una mano sul braccio.
– Coraggio – gli disse. – Devi fidarti del commissario Robbiani: lui deciderà la cosa giusta. Promettimi che gli darai ascolto.
Contini e Zaynab condussero l’uomo fino a Corvesco. L’ex commissario Robbiani li aspettava all’ombra, seduto a uno dei tavoli in pietra del grotto Pepito. Zaynab notò che, per la prima volta da quando lo conosceva, aveva indossato la giacca ufficiale da poliziotto. Prese in consegna Pelli e si rititrò con lui in una saletta riservata.
Mentre aspettavano, Contini spiegò a Zaynab tutta la faccenda. Da giovane Pelli si era messo al volante ubriaco e aveva investito un bambino, il quale aveva riportato gravi ferite, ma era sopravvissuto. Pelli aveva scontato la sua pena. Tuttavia da quel giorno nella sua mente qualcosa si era rotto. Ogni anno, quando ricorreva l’anniversario, fuggiva di casa e si rifugiava da Giona, minacciando di togliersi la vita.
– La prima volta Robbiani ha chiesto a me di riportarlo giù. Ma poi abbiamo capito che aveva bisogno di venire arrestato in maniera ufficiale.
Robbiani, senza giacca, tornò a sedersi con loro. Ordinarono mezzo litro di nostrano e un succo di frutta per Zaynab.
– Come sta? – chiese Contini.
– Meglio. È arrivata sua moglie. – Robbiani sospirò. – Il bambino ha cinquant’anni, ormai. Ma nella mente di Pelli è come se morisse ogni estate… curioso come il male e la paura resistano al passare del tempo!
Non solo il male e la paura, pensò Zaynab. Anche il bene sapeva durare. Anno dopo anno, infatti, ogni estate si formava quella bizzarra alleanza fra un eremita, un ex poliziotto e un detective privato… al solo scopo di aiutare un uomo a combattere i suoi incubi. Avrebbe voluto condividere questa riflessione, ma era troppo difficile da esprimere in italiano.
– Sono felice – si limitò a dire. – Oggi abbiamo lavorato bene.

-------------------------

EPISODIO 19: DOPPIO INGANNO

Nello scompartimento c’erano cinque passeggeri. Restava un posto libero, occupato da una grande borsa di vimini. Il treno era un diretto notturno da Zurigo a Milano.
Due passeggeri erano marito e moglie. Stavano guardando un film d’azione su un iPad. Ognuno aveva una coppia di auricolari collegati a uno sdoppiatore: sembravano una creatura a due teste. Lui muscoloso, sorridente. Lei bionda naturale, abbronzata. Entrambi sui trentacinque. Lui indossava scarpe da ginnastica Rebook immacolate, ultimo modello. Sui capelli, un paio di occhiali da sole Ray-Ban. Lei portava espadrillas e jeans. Per terra, fra le caviglie, una borsa Longchamp. Al dito, un anello di fidanzamento con diamante accanto alla fede incastonata di brillanti.
Di fianco alla coppia c’era un cinquantenne con la faccia da bulldog. Indossava pantaloni, giacca, camicia e scarpe marroni. Una cravatta rossa spiccava sull’insieme. Gli occhietti piccoli e infossati, pieghe di grasso alla base del collo, orecchie grandi e pelose. Doveva avere un problema alla gola o alle corde vocali, perché tossiva spesso e si proteggeva il collo con una sciarpa (marrone).
Di fronte sedeva un vecchio con le borse sotto gli occhi, i capelli bianchi e lisci pettinati all’indietro. A un certo punto si era alzato per andare in bagno, zoppicando leggermente e obbligando gli altri a spostarsi. Infine, c’era una donna sola. Straniera, dai tratti maghrebini. Fra i trenta e i quaranta. Se ne stava immobile con le mani in grempo e lo sguardo basso. Dal velo usciva un ricciolo di capelli scuri.
Passò l’inserviente con il carrello. Il bulldog prese un caffè, gli altri fecero segno di no con la testa. Senza smettere di guardare il film, la creatura a due teste aprì una scatola di plastica con la cena: panino al pollo per lui, insalata mista per lei. Alla fine del pasto lei estrasse un flaconcino di disinfettante. Entrambi si pulirono le mani.
Stazione di Chiasso. Annuncio.
– Il controllo doganale verrà effettuato sul treno…
Si affacciarono le guardie di finanza con il cane al guinzaglio. La bestia annusò i pantaloni del vecchio e la borsa di vimini, poi perse interesse. Le guardie chiusero la porta dello scompartimento.
Il treno ripartì. Dopo qualche minuto entrò una ragazza sui venticinque anni, con i capelli a caschetto. Aveva il volto arrossato e il respito corto. Indicò il sedile occupato dalla borsa di vimini. – È libero?
– Sì – rispose la donna con il velo. – Adesso la sposto, mi scusi!
– Nessun problema – disse la ragazza. – Faccio io.
Si tolse lo zaino e lo infilò nel portabagagli sopra il sedile. Poi afferrò la borsa e, girandosi di spalle, la pose accanto allo zaino. In quel momento, intervenne il vecchio.
– È così che fate lo scambio?
– Come? – fece la ragazza.
Il vecchio battè un colpo sulla porta dello scompartimento. Subito tor­narono le guardie. In pochi secondi, ­arrestarono la ragazza e l’uomo con la faccia da bulldog. Prima di portarli via, un agente frugò nello zaino della ­ragazza e ne estrasse un contenitore di piombo.
– La droga è qui: il piombo impedisce al cane di sentirla. In più, è avvolta nella stagnola e congelata nel ghiaccio.
– Ma questa precauzione non gli bastava – mormorò il vecchio.
– Vogliono andare sul sicuro. Doppio inganno: mascheramento olfattivo e occultamento nel bagaglio altrui. – L’agente sorrise alla donna straniera. – Lei dev’essere Zaynab… Robbiani mi ha parlato di lei. Grazie!
– Si figuri. Spero che siamo stati di aiuto.
– Lui potevamo arrestarlo già prima dello scambio – disse la guardia. – Ma volevamo scoprire la sua complice. Non avete idea di quante volte ci hanno fregato, con questo doppio trucco… anche quando il cane per miracolo la sentiva, la droga era sempre nel bagaglio di qualcun altro!
La guardia ringraziò ancora una volta l’ex commissario Robbiani e la sua ­aiutante Zaynab. Poi nello scompartimento tornò la pace. La creatura a
due teste stava ancora fissando l’iPad. Non si erano accorti di niente: né del controllo, né dell’arresto, né della ­spiegazione.
Di colpo lei manifestò un’irritazione. Si levò gli auricolari, trasse dalla borsa un filo interdentale e lo fece scorrere tra gli incisivi. Poi tornò a fissare lo schermo. Tolse per un attimo uno degli auricolari del marito, perché potesse sentirla.
– Mi sono persa qualcosa?

---------------

EPISODIO 20: SCUOLA GUIDA

L’ex commissario Robbiani faticava a camminare, ma non mollava. Quando andava da qualche parte chiedeva sempre al tassista di fermarsi prima dalla destinazione, così da percorrere a piedi l’ultimo tratto.
Ogni tanto gli capitava di perdersi.
Quella sera aveva un appuntamento con il suo amico Donato in via san Gottardo, a Caslano, ma all’imbrunire stava arrancando fra giardini silenziosi e villette residenziali. Illuminò un cartello con lo schermo del cellulare: via Vigna Berra. Svoltò e proseguì in salita, aiutandosi con il bastone, finché si trovò nel parcheggio di un distributore di benzina. Si asciugò il sudore dalla fronte. Si stava chiedendo dove fosse finito quando un’automobile fece lampeggiare i fari anteriori. Robbiani si avviò verso la macchina, aprì la portiera e si sedette di fianco al conducente.
– Non dovresti guidare – disse. – Non ti hanno ritirato la patente?
– E tu come lo sai?
– Me l’hai detto tu, al telefono.
– Ah, già.
Robbiani lo guardò con la coda dell’occhio. Aveva la barba di tre o quattro giorni, gli occhi cerchiati di rosso, un tremolio alle mani. Indossava una camicia azzurra perfettamente stirata.


– È inutile che mi fai la radiografia – disse Donato. – Non ho bevuto. E non ho guidato: la macchina era parcheggiata qui. Sono venuto a piedi.
Donato Crespi faceva da trent’anni l’insegnante di scuola guida. Prima in proprio, poi per una ditta che forniva agli allievi il pacchetto completo: corsi di sensibilizzazione, corsi samaritani, preparazione all’esame teorico. Anno dopo anno, Donato insegnava il “bilancino” in salita, la frenata d’emergenza, il temuto parcheggio laterale.
Poi era stato fermato a un controllo della polizia.
L’allievo alla guida del veicolo era risultato negativo al test dell’etilometro. Donato, invece, aveva un tasso alcolemico dello 0,9 per mille. Secondo l’articolo 19 dell’ordinanza che disciplina l’esercizio della professione, un maestro conducente deve viaggiare sempre sullo zero per mille. Al massimo è concesso uno 0,1 per mille dato da un cioccolatino o da una fetta di torta. Ma ciò che scorreva nel sangue di Donato era birra scura e single malt. Niente a che vedere con i cioccolatini.
– Mica ero sbronzo – borbottò Donato. – Lo so, non avrei dovuto, ma è una sfiga che proprio quella sera… E adesso sono nella merda! Senti, tu ovviamente non puoi fare niente…
Robbiani si strinse nelle spalle. – Forse, qualcosa potrei…
– Lascia stare. Mi hanno pure denunciato. – Donato strinse il volante con le due mani, come se volesse staccarlo. – Andrò in disoccupazione. Basta scuola guida!
– È da un po’ che dicevi di essere stufo…
– Trent’anni! Le stesse manovre, le stesse balle. Lo specchietto, il punto morto. Come fai a non bere? Trent’anni! – Fissò il parabrezza, poi riprese a voce più bassa. – Stasera ho incontrato una donna.
Robbiani si stupì.
– Era una che voleva sapere la strada. Non era di qui, era spaurita. Aveva un appuntamento alla pizzeria Ideal. L’ho accompagnata. Era vestita di rosso, un abito lungo, gli occhi grandi… Io le faccio: potrei darle un passaggio, ma non guido. E lei: preferisco andare a piedi. Poi mi dice: grazie, non capita spesso di trovare un uomo gentile. – Donato si voltò verso l’ex commissario. – Mi ha fatto pensare che posso ancora combinare qualcosa di buono. Io le ho detto che ero un po’ giù, e lei: sono sicura che tutto andrà bene. Poi mi ha sorriso. Aveva un abito rosso, lungo. – Un’altra pausa. – Ho smesso con l’alcol, Giorgio. Se trovi qualcosa mi fai sapere?
Robbiani promise che avrebbe chiesto in giro. Donato lo salutò, con una stretta di mano vigorosa. Poi Robbiani aspettò il suo taxi, mentre Donato si allontanava a piedi lungo via San Gottardo.
Nel taxi, dietro all’autista, sedeva Zaynab Hussain.
– Com’è andata? – gli domandò.
– Bene, mi sembra. È ancora sotto choc, ma l’incontro gli ha dato coraggio. La misteriosa donna in rosso… adesso è come un poeta che ha trovato la musa ispiratrice! È proprio vero che certe volte basta poco.
Zaynab annuì. – Anche una sola parola gentile.
– È un primo passo – concluse Robbiani. – Poi si rivolse all’autista. – Non è che potrebbe abbassare l’aria condizionata, per favore?
Zaynab si aggiustò il velo sopra i capelli. Poi indossò un giubbotto sopra l’abito rosso, che lasciava le spalle
scoperte. ○

LEGGI ANCHE…


L'appuntamento quindicinale

Le analisi di Ceroni su Cooperazione

Parliamo d'arte

La rubrica "Il quadro" di Cooperazione