L'ultima occasione

Undicesimo appuntamento con la serie noir firmata da Andrea Fazioli. Un caso per l’ex commissario Robbiani e Zaynab Hussain.

TESTO: ANDREA FAZIOLI - ILLUSTRAZIONI: ANDREA DE CARLI

– Sono venuto qui perché ho l’intenzione di uccidere mia moglie.
Robbiani si schiarì la voce.
– Forse non ho capito bene.
– Ci sto pensando da mesi. Ho pianificato l’omicidio nei dettagli.
Zaynab stava preparando il caffè, mentre i due uomini discutevano al tavolo da pranzo. A sentire quelle parole, si affacciò alla porta della cucina. Robbiani le lanciò uno sguardo che voleva dire: non allontanarti. Zaynab si fece avanti.
– Il caffè è quasi pronto.
L’uomo doveva essere sulla cinquantina, ma si teneva in forma: sotto il completo grigio s’intuivano i muscoli.
– È possibile avere un po’ di privacy?
– Siamo a casa mia – disse Robbiani. – Lei è Zaynab Hussain, la mia collaboratrice. – Si rivolse a Zaynab. – E lui è Romeo Rainoldi, che è venuto a chiedermi consiglio perché… mi dica, perché?
Rainoldi guardò Zaynab di sfuggita, poi tornò a dedicare la sua attenzione all’ex commissario.
– Cercavo un poliziotto in pensione. Non mi fido né degli avvocati, né degli psicologi, né dei poliziotti attivi.
– Che cosa vuole da me?
– Che m’impedisca di uccidere mia moglie.
Zaynab tornò a preparare il caffè. Era preoccupata. Nell’atteggiamento di Rainoldi, nulla indicava che stesse scherzando. Aveva i capelli grigi, la voce calma, gli occhi scuri, riflessivi, intelligenti.
– È la mia ultima occasione – stava dicendo. – Poi sarò vecchio. Ora avrei la forza per cambiare. Per essere qualcuno, capisce?
– A dire il vero, no.
– Sento il bisogno di ricominciare. Da solo.
– Perché non divorziate?
– Non ce lo possiamo permettere. Abbiamo due figli all’università.
– Che lavoro fa?
– Sono un tecnico informatico: lavoravo per una grande banca, poi ho perso il posto. Adesso sono in una fiduciaria. C’è da pagare l’ipoteca, gli studi dei figli, la macchina, le vacanze…
– Ne ha parlato con sua moglie?
– Non voglio spaventarla. Ma tutte le sere, prima di dormire, ci penso. E mi dico: se Graziella non esistesse più, per me tutto sarebbe più facile.
– Ha un’altra donna?
– Più o meno. Ma non è una questione di sentimenti. Senta, lo so che è un pensiero vergognoso, e infatti mi vergogno. Probabilmente sarei in grado di ucciderla e di farla franca, ma… ma ora non più, per fortuna.
– Perché?
– Lei sa. Se succedesse qualcosa a Graziella, lei si muoverebbe, chiamerebbe i suoi ex colleghi. Non voglio andare in prigione… e quindi non c’è più nessun pericolo: non la ucciderò.
Zaynab portò il caffè. Vennero scambiate parole sullo zucchero, il latte, i tovaglioli, come se niente fosse. Zaynab non riuscì a trattenersi.
– Non sono affari miei, signore. Ma ho perso mio marito da poco e mi fa dispiacere sentirla parlare così. Non può fare pace con sua moglie? Mi scusi, non voglio offenderla.
Romeo Rainoldi sorrise. Era un sorriso gentile e triste.
– Nessuna offesa, signora. Ma non è possibile fare pace, perché non abbiamo mai litigato. Mi perdoni, commissario, vorrei che telefonasse a Graziella. Lei è preoccupata per me, che faccia qualche sciocchezza.
Robbiani aggrottò la fronte. – E io dovrei tranquillizzarla?
– Le dica che è un ex poliziotto, che mi sono confidato con lei. Non entri nei dettagli, se vuole. – Si voltò verso Zaynab, sorrise di nuovo. – Penserà che sono matto, signora. E probabilmente ha ragione…
Più tardi, quando Rainoldi se ne andò, Zaynab e Robbiani uscirono in balcone a bersi un altro caffè. Era uno dei primi pomeriggi estivi dell’anno. Dai prati salivano le voci dei ragazzi che giocavano e una leggera brezza muoveva le foglie dei platani. Zaynab era atterrita. Guardò le strade, le case, il campanile della chiesa. Perché gli uomini non potevano essere felici?
– Il male è profondo – disse Robbiani, come se le avesse letto nel pensiero. – Almeno lui ha avuto il coraggio di resistere: ha combattuto, a modo suo, non ha ceduto alla tentazione.
– Era così infelice – mormorò Zaynab. – Dobbiamo pregare Allah al-mu’min, il Pacifico, che gli permetta di rifugiarsi in lui.
Robbiani non fece commenti.
– Tu non credi che troverà pace, vero? – domandò Zaynab.
– È difficile. La vera pace è qualcosa che… che non ti lascia in pace, ecco, devi cercarla da quando nasci fino a… Insomma, è difficile – ripeté.
– Tu hai trovato questa pace? – osò chiedergli Zaynab.
– Non lo so. – Robbiani vuotò la tazza di caffè. – Non lo so.

EPISODIO 1: UN VECCHIO TRUCCO

C’è chi fa il poliziotto e chi è un poliziotto. Chi appartiene alla prima categoria un giorno cambierà lavoro, andrà in pensione, si troverà qualche passatempo o aprirà un profilo su Facebook. Chi è un poliziotto, invece, poliziotto rimane, anche a ottant’anni, anche con la vista annebbiata e le gambe che fanno cilecca.
Il commissario Giorgio Robbiani era un poliziotto. Aveva lavorato tutta la vita, ininterrottamente, fingendo di prendersi qualche vacanza. Non aveva quasi usato i colori, le tele e il cavalletto che gli avevano regalato al momento del congedo. Invece aveva continuato a seguire i colleghi, dando loro qualche consiglio. Poi, dopo la malattia e la morte della moglie, aveva cominciato a guardare più telefilm e a uscire meno. Anche perché, pure con il bastone, non era facile spostarsi: negli ultimi tempi la gente aveva preso a camminare più velocemente.
Abitava a Massagno, in un palazzotto costruito negli anni Sessanta. C’era un ascensore, ma era vecchio anche lui e spesso non funzionava. In quei casi Robbiani chiamava qualcuno per farsi portare su la spesa.

Come sempre aveva fatto nella sua carriera, cercò di giod’anticipo. Sua figlia Giulia si era fermata a pranzo e aveva cucinato un arrosto di maiale con patate al forno. Robbiani le disse che era buono. In effetti, ricordava quello cucinato da Lucia, la moglie e madre che li guardava da una mensola, serena nella sua cornice di plastica trasparente.
Mentre la figlia serviva il caffè, il commissario calò le sue carte.
– Non credi che una casa anziani sia un po’ costosa?
– Come? – fece lei, con un tremolio della mano che reggeva la tazza.
– Forse alla mia età non sono più del tutto autosufficiente, qui, con la manutenzione della casa, la spesa, gli acciacchi…
– Be’, ecco – balbettò Giulia. – Forse… ma una casa per anziani, cioè, non una di quelle tristi, ma tipo un residence…
– Ti sei informata?
Giulia arrossì. Suo padre rimase 
impassibile.
– Credo – le disse con dolcezza – che tu abbia un’altra soluzione.
Qualche giorno dopo, Zaynab Hussain si presentò a casa di Robbiani. Lui l’accolse dietro la poltrona dello studio, con le luci basse, come faceva quando interrogava i sospetti.
– Per quanto tempo ha lavorato in fabbrica dopo la morte di suo marito?
La donna spalancò gli occhi.
– Spero che si sia ripresa dall’incidente – proseguì Robbiani. – E spero che trovi il tempo di dedicarsi alla fotografia.
Zaynab Hussain era una bella donna sulla trentina, con grandi occhi scuri e capelli ricci che uscivano da sotto il velo. Teneva le mani sul grembo, gli occhi bassi. Robbiani pensò di averla spaventata.
– Non si preoccupi, signora. Ho l’abitudine di notare le cose.
– Le cose? – mormorò lei.
– Il velo non è da lutto, quindi dev’essere passato un po’ di tempo. Ma non indossa gioielli e alle dita ha due fedi matrimoniali, di cui una è un po’ larga per lei. Ho visto la rigidità del braccio e la
cicatrice da bruciatura al polso, del tipo causato da una fiamma ossidrica. Quindi, o ha l’abitudine di svaligiare casseforti o ha lavorato in fabbrica. Appena è entrata ho sentito l’odore del solvente da sviluppo fotografico, e quindi… Ecco, è solo un trucco alla Sherlock Holmes, da parte di un vecchio poliziotto che non si rassegna ad aver bisogno di una badante.
– Capisco – disse lei. – Anzi, stavo per chiederle se abbia ancora disturbi digestivi dopo aver bevuto latte e se qualche volta quando cambia il tempo le faccia ancora male la mascella rotta da giovane, inciampando contro un cancello. E mi chiedevo anche se per combattere l’insonnia ascolta ancora la musica di Miles Davis.
La donna sorrideva. Stavolta fu Robbiani a spalancare gli occhi.
– Come… – Si schiarì la voce. – Ma come ha fatto?
– Anche le badanti hanno i loro trucchi. – Aveva un accento marcato, ma parlava con scioltezza. Estrasse dalla borsa una busta. – Ho qui il rapporto del suo medico, la lettera di sua figlia e il suo profilo nel sito del gruppo “Pittori in libertà”, dove sono elencati i suoi passatempi.
Robbiani ammise la sconfitta.
– Le faccio i miei complimenti, signora Hussain.
– Mi chiami Zaynab – disse lei. – È più semplice.

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EPISODIO 2: L'UOMO INVISIBILE

Egidio Forni non metteva piede in una discoteca da almeno quarant’anni. Più che altro lui ricordava le vecchie balere di periferia, come diceva una canzone di quei tempi là. Niente che assomigliasse allo Zenzero di Riazzino, uno dei locali più in voga del momento. E anche uno dei più pericolosi, visto che Francesco Forni, 32 anni, figlio di Egidio, era entrato sulle sue gambe ed era uscito in barella dopo aver subito un pestaggio.
Né la polizia né la sicurezza del locale erano riuscite a trovare un colpevole, mentre Francesco restava all’ospedale con le ossa rotte. Allora Egidio Forni chiese aiuto a un suo vecchio conoscente: Giorgio Robbiani, già commissario capo alla Polizia giudiziaria. Sulle prime, quando scoprì che Robbiani si spostava con un bastone ed era accudito da una badante, Forni pensò di aver commesso un errore. Ma poi si accorse che lo sguardo del poliziotto era sempre lucido.


– La direzione dello Zenzero non ti darà retta – stabilì. – Ormai vogliono lasciarsi alle spalle questa storia.
– E allora? – domandò Forni.
– E allora dobbiamo piazzare un infiltrato. Anzi, un’infiltrata.
Fu così che la badante di Robbiani, Zaynab Hussain, si trovò a sostituire una delle donne delle pulizie che si occupavano della discoteca.
Era una grigia mattina di febbraio. Forni e Robbiani aspettavano in macchina, nella desolazione del parcheggio. Lo Zenzero, a luci spente, era un palazzot-
to squadrato perso fra i campi, i vigneti, le pompe di benzina e le ditte d’impianti elettrici o di arredamenti.
– Zaynab, mi senti? – domandò Robbiani. All’interno, lei aveva gli auricolari senza fili nascosti sotto la cuffia.
– Ci sento perfettamente. Non c’è bisogno di gridare.
– Che cosa stai facendo?
– Sto pulendo i cessi. Volete i dettagli?
Francesco era stato aggredito proprio nel bagno. I filmati mostravano un uomo dal volto coperto che entrava subito dopo Francesco, ma lo si vedeva solo per pochi secondi. Zaynab annotò la posizione di ogni videocamera. Passò l’aspirapolvere anche nell’ufficio del direttore e, quando lui si alzò dalla scrivania, ne approfittò per fotografare di nascosto la lista del personale. Infine si tolse la cuffia e il grembiule, indossò il velo e raggiunse la macchina del signor Forni.
– Mmm – borbottò Robbiani. – Mi chiedo com’è che sia sfuggito alle videocamere.Esaminarono l’edificio, ognuno da un lato, per verificare se avesse potuto calarsi da una finestra. Zaynab individuò quella del bagno, ma era troppo alta e stretta perché…
– Ehi, che ci fai qui? – Il direttore dello Zenzero si avvicinò con fare minaccioso. – Siamo chiusi, adesso, e comunque non c’è lavoro!
– Guardi che ci siamo appena visti. Facevo le pulizie nel suo ufficio.
Il direttore aggrottò le sopracciglia. – Non ti avevo riconosciuta. Zaynab rimase pensierosa. Senza la divisa dell’agenzia di pulizie, per il direttore era diventata una persona diversa.
La divisa… Robbiani impiegò un secondo ad afferrare il punto.
– Mi sa che hai ragione! E poi l’unico locale senza videocamere…
– …è lo spogliatoio per gli addetti alla sicurezza! – completò Zaynab.
Robbiani era un uomo massiccio, con i capelli color ferro e un reticolo di rughe intorno agli occhi. Ma in quel momento sembrò ringiovanire.
– Se il picchiatore è entrato nel bagno, dev’esserne uscito, su questo non ci piove – spiegò a Forni. – Ma perché nessuno l’ha visto? Perché era invisibile… quando indossi una divisa non ti vede più nessuno!
– Come una donna delle pulizie – aggiunse Zaynab. Uno dei buttafuori avrebbe potuto togliersi la giacca con la scritta SECURITY nello spogliatoio, dove non c’erano videocamere. Da lì al bagno erano pochi passi. Conoscendo l’impianto di sorveglianza, l’uomo si era coperto il volto prima di entrare. Poi, dopo il pestaggio, si era nascosto in uno degli scomparti, rimettendosi la divisa e aspettando che entrassero altre persone per mescolarsi alla folla. Erano parole, naturalmente. Tutte teorie. Così andarono subito all’ospedale e sottoposero a Francesco i nomi degli addetti alla sicurezza. A un certo punto, scorrendo la lista, lui disse: – Ehi, ma questo lo conosco! È l’ex ragazzo della mia fidanzata! Robbiani e Zaynab si guardarono negli occhi. Non c’era bisogno di altre parole.

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EPISODIO 3: COMPRO ORO

A Zaynab piaceva usare la macchina fotografica. Era l’oggetto più prezioso che possedeva: un dono di suo marito appena arrivati in Italia, a Pordenone. Lei gli aveva detto che era matto a spendere in quel modo i primi guadagni. Muhammad aveva risposto che il lavoro non sarebbe durato e non sapeva se avrebbe avuto altre occasioni per farla felice.
Aveva ragione, purtroppo. Quando Muhammad aveva perso il posto, avevano provato a trasferirsi in Svizzera. Ma dopo appena due giorni nel centro per i richiedenti l’asilo, Muhammad si era ammalato. Era morto di una meningite fulminante, le aveva detto con gentilezza il dottore. Lo stesso dottore le aveva pure trovato un lavoro come badante prima per il signor Gianini, che era cattivo come una vipera, poi per il signor Robbiani, che era un ex poliziotto e che i primi tempi era un po’ burbero, ma poi si era ammorbidito.
Con gli uomini bisogna avere pazienza, pensò Zaynab puntando l’obiettivo verso il lago e aspettando che passasse il cigno. Con gli uomini e con la fotografia, come per ogni cosa. Come diceva sua madre? Sha’ratan fa sha’ratan, ta’malu lilhyatan, la barba si fa un pelo alla volta. Eccolo, il cigno, leggero come un sogno. Zaynab trattenne il fiato e scattò un’immagine in cui la curva del collo pareva ripetere la curva della montagna, sull’altra riva. O forse era il contrario.
Squillò il cellulare. Era proprio il signor Robbiani… anzi, Robbiani e basta, come le aveva chiesto di chiamarlo.
– È uscito di casa in questo momento – le disse l’ex commissario. – Dovrebbe arrivare lì tra mezz’ora. Fai in tempo?
– Certo. Sarò in anticipo.
– Mi raccomando, Zaynab, non me lo spaventare troppo…
Lei scoppiò a ridere. – Sembro una che spaventa?
Robbiani l’aveva detto per ridere, ma ogni tanto Zaynab se lo chiedeva davvero. La gente aveva paura di lei? Indossava il velo, parlava con accento straniero. In Svizzera nessuno l’aveva mai trattata male. Ma perfino gli amici di Robbiani, quando la vedevano girare per casa, non riuscivano a nascondere il disagio. Zaynab non si spazientiva: sha’ratan fa sha’ratan, bisognava prendersi il tempo per la conoscenza. E forse un giorno anche lei si sarebbe abituata al lago, alle montagne, a quegli inverni freddi.

Arrivò davanti al “Compro oro”. Era poco distante dal centro, in una via con case a quattro o cinque piani, fast food, un paio di bar mezzo vuoti. Anche qui la gente camminava in fretta e non si fermava a parlare, anche se avrebbero potuto. Quando Zaynab era bambina, in Tunisia, era proibito formare gruppi di più di tre persone per le strade. Dispersez-vous, ordinavano gli agenti. A quei tempi pensava che in Europa fossero tutti ricchi. Ma ora capiva che certe volte il derubato è più misero del rapinatore. Come il signor De Carli, il padre del ragazzo che in quel momento stava entrando nel “Compro oro” con il casco del motorino sotto il braccio.
Qualche giorno prima i ladri erano entrati in casa De Carli. Mentre suonava l’allarme, stavano già scappando con i gioielli. Era il secondo furto in pochi mesi, così De Carli aveva chiesto consiglio a Robbiani, pensando che come ex commissario di polizia potesse aiutarlo.
– Perché non mi accompagni? – aveva proposto Robbiani a Zaynab. Lei aveva protestato, le sembrava poco opportuno. Lui non si fidava a camminare da solo, con tutti i suoi acciacchi. – E poi – aveva detto – i tuoi occhi ci vedono meglio dei miei…
A entrambi era parso strano che il ladro avesse agito tanto in fretta. Poi a Zaynab era venuta l’idea di dare un’occhiata nella spazzatura, fuori dalla casa, e avevano trovato lo scontrino del “Compro oro”. Ci avevano messo poco a scoprire che Luca De Carli, venticinque anni, disoccupato, aveva perso migliaia di franchi al gioco.
Come dirlo ai genitori? Robbiani aveva teso una trappola a Luca, spiegandogli che la polizia aveva ritrovato la refurtiva. Il ragazzo, come previsto, si era precipitato al “Compro oro”.
Zaynab lo vide uscire un po’ confuso:
evidentemente aveva scoperto la bugia di Robbiani. Lo aspettò davanti al mo-
torino.
– Buongiorno. Sono un’amica di Robbiani. Il ragazzo la guardò con gli occhi sbarrati.
– I tuoi genitori ancora non sanno niente. – Fece una pausa. – Non è meglio se glielo dici tu?

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EPISODIO 4: UNA SPLENDIDA GIORNATA

– È una splendida giornata – aveva detto la portinaia. – Sono sicura che farete buon viaggio!
Robbiani aveva pensato che “viaggio” fosse una parola eccessiva per un trasferimento da Lugano alla valle Leventina. Ma forse la portinaia l’aveva usata per riguardo a lui. L’aveva visto passare con il suo bastone, il cappotto fuori moda, la badante al seguito, e si era detta: ma questo come ci arriva a Prato?
– C’è qualcosa che non va? – domandò Zaynab, la badante al seguito.
– Forse non dovrei più guidare. Ha ragione la portinaia.
– Ma se non ha detto niente!
– Però l’ha pensato – borbottò Robbiani entrando in autostrada.
Sua figlia l’aveva invitato a trascorrere una domenica in montagna, nella casa di villeggiatura. Ma da quando era andato in pensione, e soprattutto da quando era morta sua moglie, Robbiani faceva fatica a passare troppe ore fuori casa. E comunque, poi, che cosa rendeva quella giornata tanto splendida? Il cielo azzurro, l’aria limpida, il sole quasi primaverile, certo, ma erano queste stesse cose che…
– Lo sapevo! – esclamò Robbiani quando si trovarono in coda. – Appena c’è il sole, corrono tutti in giro, non sanno stare fermi…
Zaynab sorrise, scuotendo il capo. – Ma no, vedrai che ripartiamo.
Mezz’ora dopo erano avanzati di due o trecento metri.
– Dovresti fare la patente – disse Robbiani.
– M’insegnerai come si guida?
– È facile, guarda: basta muovere i pedali. Ecco, questo è il freno e questa la frizione…

Mentre Robbiani impartiva la prima lezione teorica, l’ingorgo si fece più serrato. S’imbatterono in un agente, il quale riconobbe Robbiani: suo padre, a sua volta poliziotto, aveva lavorato con l’ex commissario.
– Meregalli, Franco Meregalli, si ricorda?
Robbiani si ricordava sempre di quelli che chiamava “i suoi ragazzi”. Presentò Zaynab Hussain al poliziotto e gli domandò che cosa fosse accaduto. A quanto pare, qualcuno aveva lasciato una macchina in mezzo alla strada. Robbiani aggrottò le soppracciglia.
– Mmm… posso dare un’occhiata?
L’agente esitò, ma l’autorevolezza dell’ex commissario ebbe la meglio. Così Robbiani e Zaynab si avvicinarono alla macchina vuota, una Opel Corsa verde bottiglia.
– Avete trovato qualcosa? – chiese Robbiani con il tono da poliziotto.
Il bagagliaio era vuoto, i sedili posteriori erano sgombri. La chiave era nel quadro. Nel cruscotto c’era il portafogli con duecento franchi, insieme alla carta d’identità e alla patente del proprietario del veicolo, tale Leoni Fabrizio, 25 anni, domiciliato a Bellinzona.
– Stiamo cercando di contattare i famigliari – disse l’agente Meregalli. – Pensiamo che si sia allontanato a piedi.
Zaynab bisbigliò nell’orecchio di Robbiani, indicandogli qualcosa fra i sedili anteriori. – Guarda, è un iPod. Chiedi se l’hanno controllato.
I poliziotti non l’avevano fatto. Appurarono che, prima di abbandonare il veicolo, Fabrizio Leoni stava ascoltando Se io fossi un angelo, di Lucio Dalla. L’agente Meregalli guardò Robbiani con l’aria di dire: e adesso? Nel frattempo Zaynab aveva cercato il testo sul cellulare. Robbiani s’infilò gli occhiali e fece scorrere le parole. Se io fossi un angelo chissà cosa farei… Non sarei più un angelo se con un calcio mi buttano giù, al massimo, sarei un diavolo e francamente questo non mi va… Ma poi l’inferno cos’è, a parte il caldo che fa, non è poi diverso da qui…
Robbiani e Zaynab si guardarono negli occhi. Lui pensò che mancavano appena tre o quattro chilometri al viadotto della Biaschina. Io so che gli angeli… sono i più poveri e i più soli, quelli presi tra le reti…
– Che ore sono? – chiese Robbiani. – Da quanto tempo se n’è andato?
Meregalli guardò l’orologio. – Dalle prime segnalazioni pervenute…
Robbiani lo interruppe subito.
– Dobbiamo sbrigarci, ma è meglio non usare le sirene. Avete una moto?
Trovarono Fabrizio Leoni affacciato al parapetto. Stava guardando le gole della Biaschina, cento metri più in basso. Aveva già scritto un messaggio
di commiato sul cellulare, ma ancora non l’aveva
spedito. Era confuso, e quando vide arrivare le moto con i poliziotti, l’ex commissario e Zaynab Hussain sembrò ancora più perplesso. Ma fu proprio Zaynab ad avvicinarsi per prima. Appoggiò una mano sulla spalla del ragazzo.
– Guarda – mormorò. – È una splendida giornata.

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EPISODIO 5: SPARI NEL BUIO

Tutto cominciò con il carnevale. Dopo la morte di suo marito, Zaynab aveva lavorato come operaia in una fabbrica. Poi il dottor Crivelli le aveva trovato un posto come badante per il signor Gianini, che abitava a Bellinzona. Cominciò in febbraio e, dopo un paio di settimane, fu colta dal timore che stesse per scoppiare una rivoluzione: barricate, cancelli, posti di blocco. Quando manifestò le sue perplessità al signor Gianini, questi la rassicurò: era cominciato il Rabadan. Sulle prime Zaynab rimase perplessa. Non credeva che anche in Svizzera si celebrasse con il digiuno la rivelazione del Corano al profeta Muhammad, allā llāhu ‘alayhi wasallama. Il signor Gianini la guardò sconcertato. Poi capì.

– Rabadan, signora Hussain, non Ramadan. Con la B: RaBadan.
Così iniziarono, e finirono, le esperienze di Zaynab con il carnevale. Finché un paio di anni dopo, quando faceva da badante all’ex commissario Robbiani, scoprì che in via Besso aveva aperto un negozio di “tutto per le feste, costumi, accessori, articoli per il carnevale”. Ogni mattina ci passava davanti salendo verso Massagno, dove abitava Robbiani. Un giorno, spinta dalla curiosità, entrò e chiese al negoziante che cosa fosse di preciso un “articolo per il carnevale”. Lui le mostrò gentilmente i costumi, i coriandoli, le stelle filanti. Zaynab pensò che tutti quei colori in pieno inverno fossero una cosa simpatica.
A Massagno il carnevale consisteva in una sfilata, un concorso per i bambini e un risotto con luganighe. Zaynab quasi non se ne accorse. Senonché, un mese più tardi, Robbiani venne svegliato in piena notte da uno sparo nel buio.
Il mattino Zaynab lo trovò di pessimo umore.
– Sembrava uno sparo – borbottava –. Sul giornale c’è scritto che sono dei petardi… sarà, ma quanto sono grossi?
– Ieri ne parlava anche la portinaia – disse Zaynab.
– Ieri? Perché, hanno già sparato prima?
– Tutte le notti. Non li hai sentiti? La portinaia si sveglia sempre
– Qualcuno sta insinuando che sono duro di orecchio?
Zaynab si affrettò a negare di aver mai anche solo pensato una simile calunnia, ma l’ex commissario restò di malumore per tutta la mattina. Nel pomeriggio telefonò a Luca Foletti, comandante della Polizia intercomunale di Massagno, Savosa, Porza e Canobbio. Foletti confermò che la quiete notturna di Massagno era turbata da una serie di misteriosi boati. La polizia ancora non aveva individuato i disturbatori.
– Anzi, se ha qualche idea, commissario…
– Mmm – bofonchiò Robbiani –. Saranno i soliti ragazzi.
– Sì, ma quali?
Robbiani cominciò a svegliarsi tutte le notti. A volte si sentiva un solo botto, a volte erano due. L’ex commissario sapeva che, in occasione del carnevale, fra gli adolescenti era diffusa la compravendita di miniccioli, raudi, miccette e altri piccoli esplosivi. Qualcuno, evidentemente, aveva accumulato materiale in esubero.
– Pazienza – diceva Zaynab –. Finiranno la riserva, prima o poi.
Ma a Robbiani non piaceva il “prima o poi”.
– Ho chiesto all’uomo del negozio – aggiunse Zaynab –. Ma lui mi ha detto non ha quelle cose lì, solo costumi e coriandoli.
– Quale negozio?
– Quello sulla salita di Besso. Vende articoli per le feste e il carnevale.
– Di sicuro non si riforniscono lì. Mi sono informato: ci sono delle restrizioni per la vendita al dettaglio di materiale pirotecnico. Magari li prendono su internet. Però, a pensarci bene, sarebbe molto più comodo se li trovassero nel tuo negozio, proprio sotto casa…
– Ma sono sicura che non li vende – protestò Zaynab.
– No… ma potrebbe – disse l’ex commissario, sornione.
Zaynab capì. – Ah! Una bella rete per i pesciolini?
Fu così che Robbiani scoprì i colpevoli: due ragazzi di sedici e diciassette anni. Non li denunciò, ma per l’occasione tornò a sfoderare l’occhio tagliente e la voce da sbirro. Se avesse sentito di nuovo anche solo l’eco di un botto, si sarebbe assicurato personalmente che il comandante Foletti li sbattesse in galera e buttasse la chiave. I ragazzini promisero che non avrebbero più toccato nemmeno un fiammifero.
Il giorno stesso il proprietario di “Tutto per le feste” si affrettò a far sparire la rete per i pesciolini, ovvero la strana insegna che aveva esposto davanti al negozio: SALDI! SVENDITA DI PETARDI A PREZZO SCONTATO!

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EPISODIO 6: BELLA SIGNORA!

A volte l’ex commissario Giorgio Robbiani si chiedeva quando avesse cominciato a sentirsi vecchio. Il giorno del pensionamento? No, da qualche anno era già il commissario più anziano, quello con più esperienza. Gli acciacchi, il fiatone a salire le scale? Robbiani non era mai stato un atleta: anche da ragazzino, pur cavandosela sulla lunga distanza, non era proprio uno scattista. Le prime rughe? Troppo tardi, a quel punto aveva già preso coscienza della sua fragilità.


Alla fine, di solito, Robbiani risaliva all’ultimo giorno di scuola elementare, quando con le lacrime agli occhi aveva salutato la maestra Anna. In quel momento, sapendo che l’anno successivo sarebbe andato al ginnasio, si era sentito vecchio. Mentre la maestra Anna stava ancora sorridendo, già Robbiani rimpiangeva il suo sorriso.
Da qualche mese l’ex commissario non era più autosufficiente. Ogni sera la sua badante Zaynab Hussain, dopo essersi assicurata che Robbiani potesse andare a letto tranquillo, tornava a casa a piedi fino a Molino Nuovo. Di solito Zaynab salutava con uno squillante “buonanotte”, mentre l’ex commissario rispondeva con un mugugno. Poi, rimasto solo nella stanza buia, tranne la luce azzurrina del televisore e la lampada in corridoio, Robbiani cominciava a rimpiangere il sorriso di Zaynab.
Vecchio stupido, pensava, è una vita che rimpiangi sorrisi. Cercava di scacciare la malinconia. Ma prima di chiudere gli occhi, gettava sempre uno sguardo al sorriso più rimpianto: quello di Lucia, che lo fissava da una mensola, vicina nella sua insondabile lontananza.
Una sera di aprile Robbiani ricevette una telefonata da Zaynab.
– Che c’è – le chiese. – È successo qualcosa?
– Non preoccuparti – rispose lei nel suo italiano sempre più scorrevole, appena marcato da un leggero accento. – Sto andando a casa e ho pensato che era meglio far vedere che non sono sola. 
– Sei in pericolo? – Nonostante la pensione, l’istinto da poliziotto era sempre all’erta –. Qualcuno ti sta seguendo?
– C’erano due giovani che mi hanno gridato qualcosa, e allora…
– Che cosa ti hanno detto?
– Oh, niente di male. Uno ha detto: “Ciao, bella 
signora!”
– Bella signora?
– Proprio così.
– E l’altro?
– L’altro… ecco, l’altro ha detto: “Togliti il velo e fammi vedere i capelli!”. Ridevano, era uno scherzo. Ma per sicurezza ho pensato di telefonarti. Ora sono arrivata. Grazie, commissario!
Zaynab era di buon umore. Lugano era una bella città e lei era felice di avere una casa, un lavoro, soprattutto un buon datore di lavoro, dopo che in passato aveva avuto brutte esperienze. L’arrivo in Svizzera, con la morte di suo marito, era stato un periodo difficile. Ora cominciava a riprendersi, perciò non si lasciò rovinare la serata dalle battute dei due giovani. Anche quando li incontrò di nuovo la sera successiva, tirò diritto e resistette alla tentazione di telefonare a Robbiani.
Due giorni dopo, tuttavia, i due giovani le tagliarono la strada.
– Dove vai di corsa, bella signora? – disse il più grosso.
– Ma guarda! – esclamò l’altro –. Fa’ un po’ vedere! Che bella borsetta… chissà cosa ci tieni 
dentro, eh?
Zaynab capì che era stata troppo ottimista. A Tunisi non sarebbe mai andata in giro da sola dopo una certa ora, ma aveva creduto che certe cose, in una cittadina così placida come Lugano, non potessero succedere.
Quello più grosso l’afferrò per le spalle, mentre l’altro fece per strapparle la borsa.
In quel momento si udì un ticchettio. Zaynab e i giovinastri restarono in sospeso. Sembrava il battito di un orologio… invece era l’ex commissario Robbiani, con il suo bastone, che con passo lento usciva dalla penombra.
– Io lascerei perdere, ragazzi – disse con voce 
pacata.
I due sghignazzarono. – Mamma mia, che paura! E non è che adesso vuoi picchiarci, vero? 
– Io? Manco per idea. Ma ho portato qualche amico. 
Robbiani alzò una mano, e dal buio spuntarono dieci poliziotti. Due si misero alle spalle dei giovani, quattro tagliarono le vie di fuga laterali, gli altri circondarono i ragazzi, senza una parola, veloci, precisi, efficienti.
Zaynab si avvicinò a Robbiani.
– Grazie – mormorò –. Ma non sono un po’ troppi?
– Scherzi? Io ne avevo chiesti il doppio. D’altra parte, non potevamo lasciare sguarnita la città…

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EPISODIO 7: IL RAMO FIORITO

Quando era andato in pensione, i colleghi gli avevano regalato tutto il necessario perché potesse dedicarsi alla sua passione: dipingere.
Robbiani si era iscritto a un corso di pittura. Aveva addirittura comprato un taccuino con qualche matita, per esercitarsi nella copia dal vero. Poi Lucia si era ammalata e tutto era finito in uno scatolone: tele, pennelli, colori. L’ex commissario ci aveva scritto sopra: ROBA VECCHIA. E probabilmente sarebbe rimasto in cantina ad ammuffire, se un mattino Zaynab non avesse deciso che era giunta l’ora delle pulizie di primavera.

– Qui non le facciamo – aveva borbottato il commissario.
– Dici che è una tradizione islamica? – aveva chiesto Zaynab.
– Ogni paese ha le sue usanze…
Zaynab aveva messo fine alla discussione avviando l’aspirapolvere. Robbiani si era rifugiato nello studio. E quando Zaynab gli aveva mostrato lo scatolone, aveva finto di non riconoscerlo.
– L’ho trovato in cantina – aveva detto lei.
– È roba vecchia. Da portare in discarica.
– Li-kulli Hādithin Hadīthun – aveva risposto Zaynab. – C’è un tempo per ogni cosa. Anche per le cose vecchie.
Robbiani la squadrò sospettoso. – Ma di che stiamo parlando?
– Non aveva telefonato il tuo amico Sandro, per chiedere un consiglio?
– Che cosa c’entra, adesso?
– Magari possiamo consigliarlo e anche dipingere.
– “Possiamo”?
Due ore dopo, aiutandosi con il bastone, l’ex commissario percorreva il Ponte dei Salti, a Lavertezzo. Ogni tanto, per mantenere l’equilibrio, si appoggiava al braccio di Zaynab. Sandro lo guardava preoccupato. Sulla cinquantina, impiegato di banca, aveva conosciuto Robbiani anni prima. L’aveva invitato per raccontargli un problema famigliare ma ora esitava, vedendolo così grigio e malfermo. Non sarebbe stato meglio chiamare un investigatore, uno vero?
– So a cosa pensi – disse Robbiani. – Ma non sono qui per dipingere il paesaggio. Fuori, sputa il rospo.
Sandro si guardò intorno, a disagio. Zaynab, dopo aver montato tela e cavalletto, stava osservando la cappella dalla parte opposta della strada. Infine Sandro incrociò gli occhi di Robbiani e capì che era sempre lui.
– Sono in crisi, Giorgio.
– Ti ascolto –. Robbiani cominciò a miscelare i colori sulla tavolozza.
– Mia moglie. Non la sento più vicina, credo che voglia abbandonarmi… e io questo non lo sopporterei! Ho paura che per colpa mia lei finisca per andarsene. Tu sei un poliziotto, conosci queste situazioni. Che cosa devo fare?

Zaynab, dall’altra parte, si godeva l’aria primaverile. Il cielo era perfettamente blu, gli alberi di un verde intenso, pieno di vita. Le arcate del ponte, con le loro ondulazioni, parevano un sorriso di pietra, un passo di danza, una silenziosa canzone d’amore.
Quando vide che Sandro si allontanava lungo un sentiero, Zaynab raggiunse Robbiani. A metà del ponte, si fermò a guardare le pozze di acqua verde. Chissà quanto erano profonde?
– Più di quanto sembra – le disse Robbiani.
Lei gli domandò se andasse tutto bene. Le sembrava un po’ corrucciato.
– Più o meno. Sandro ha paura che sua moglie lo voglia abbandonare. Gli ho detto di non preoccuparsi.
– Ma come fai a saperlo?
Silenzio.
– Che cosa credi che stia dipingendo?
Zaynab si stupì. – Il ponte sul fiume, no?
– Guarda!
Zaynab si accorse che Robbiani stava copiando nei dettagli il ramo fiorito di un cepuglio sulla sponda.
– Il maestro, al corso, diceva che non puoi dire di aver visto il ramo di un albero finché non hai provato a disegnarlo. E aveva ragione. Guarda questo: così leggero con i fiori bianchi, ma anche contorto e scuro. Zaynab non capiva.
– Mi ricorda il mio lavoro alla polizia.
– Ma è solo un ramo! – esclamò Zaynab.
– Sai perché ero sicuro che la moglie di Sandro non lo tradisse? – Robbiani stava disegnando un fiorellino ancora in boccio. – Lei è morta più di dieci anni fa, in un incidente. Alla guida c’era Sandro.
– Ma allora… – Sandro è tormentato dai sensi di colpa. Gli ho detto di avere pazienza. Deve guardare sua moglie in modo diverso, deve sentirla vicina nella distanza. Per noi questo non è più un semplice ramo, sei d’accordo?
Zaynab annuì.
– Anche le persone sono così: più le conosci, più sono misteriose. – Il commissario aggiunse un po’ di nero, per dipingere una nodosità della corteccia. – Ogni ramo è diverso dagli altri.

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EPISODIO 8: LA MADRE DEI POVERI

Anna Paggi, trentasei anni, abitava nello stesso palazzo di Robbiani. Un giorno intercettò Zaynab sulle scale e la invitò a bere un tè. Si sedettero al tavolo della cucina e subito Anna cominciò a piangere.
– Mio marito e io ci siamo separati!

– Mi dispiace – mormorò Zaynab, che non sapeva come reagire.
– Lui si chiama Faruq. Viene dall’Egitto. Mi ha portato via Omar e Layla, ho paura di non rivederli mai più…

Zaynab cercò di rassicurarla. Il problema, come spiegò a Robbiani più tardi, era che c’era poco da fare. In Egitto la legge stabiliva che i figli dovessero appartenere “alla religione migliore”, cioè a quella islamica, e che la madre non avesse nessun diritto di tenerli con sé, soprattutto dopo un divorzio. Zaynab avrebbe voluto parlare con Faruq: un conto erano le leggi, un altro le persone. Ma l’uomo risultava irraggiungibile: al cellulare non rispondeva, il fisso era staccato. I figli, che avevano quattro e tre anni, non erano rientrati all’asilo dopo le vacanze pasquali. 
Faruq aveva trovato un alloggio provvisorio ad Acquarossa, in val di Blenio. Robbiani propose a Zaynab di dare un’occhiata. Di solito lei era ottimista, ma quel giorno si sentiva troppo triste per avere una speranza. 
– Ormai sarà scappato in Egitto!
– Non si sa mai – fece Robbiani. – Nel nostro mestiere non si sa mai…
“Nel nostro mestiere?”, pensò Zaynab. Ma non fece domande, e Robbiani si mise al volante. Faruq abitava nella frazione di Dongio, di fianco a una carrozzeria, vicino alla passerella sul Brenno. Era un vecchio edificio, circondato dalle erbacce. I muri erano scrostati, le tapparelle chiuse. Sulla porta c’era un foglietto: Faruq Ahmad Abdullah al-Haddad. Provarono a suonare, ma niente.
Che altro potevano fare? Salirono in macchina. Zaynab venne colpita da un pensiero: tutto quel silenzio era fuori posto. Lo disse a Robbiani, il quale capì al volo. Ai bordi della strada, notarono un locale che si chiamava “Superpizza”.
– Dici che servono a domicilio? – chiese Robbiani.
Zaynab annuì. – Non si sa mai, nel nostro lavoro…
Così, dopo aver appurato che Faruq aveva ordinato due pizze appena il giorno prima, Zaynab e Robbiani tornarono indietro. Lei appoggiò le mani sulla porta e parlò in arabo.
– Lo so che ci sei! Voglio solo parlare, da parte di Anna. Non chiamerò la polizia… se mi apri!
Si udì il clic della serratura.
Robbiani aspettò in macchina. 
Zaynab salutò Faruq e chiacchierò per qualche minuto con Omar e Layla, che stavano disegnando sdraiati sulla moquette del soggiorno. La casa era spoglia, con le finestre sbarrate.
– Hai staccato il campanello – disse Zaynab. – E il telefono. Così abbiamo capito che eri qui: chi parte, non ha bisogno di staccare niente.
– Sei furba. Ma non voglio parlare con te. Non sono affari tuoi.
– Ti sembra giusto tenere i bambini in prigione?
– Presto andremo in Egitto. Fatti miei. Non sono cose da donne.
Faruq disse che non gli importava niente degli usi europei. Citò il versetto 228 della sura della Vacca e accennò alla sura delle Donne. Zaynab contestò l’autorità assoluta maschile e gli chiese se conoscesse al-Sayyda Zaynab, che si chiamava come lei. Faruq manifestò rispetto: la “signora”, nipote del Profeta, era molto venerata in Egitto.
– Ma perché parli di lei? – protestò. – Non c’entra con i miei figli!
Zaynab ribatté che la “signora” si era battuta contro le ingiustizie. Era la madre dei poveri, la madre degli orfani, la madre dei deboli, colei che ascolta attentamente i lamenti di tutte le creature, perfino quello degli alberi frustati dal vento.
– Tu vuoi bene ai bambini, Faruq. Sai che hanno bisogno di te ma anche di Anna. Che importano i litigi? Ascolta la voce dei deboli!
– E io non sono debole? Non ho lavoro, non ho soldi, non ho niente!
– Allora puoi capire Anna.
Robbiani li vide uscire insieme. Tornarono tutti a Massagno, dove Faruq parlò a lungo con Anna, impegnandosi a trovare una soluzione condivisa. Poi la madre accompagnò Layla e Omar all’asilo.
Più tardi, Robbiani rivelò a Zaynab di essere rimasto stupito dall’estrema deferenza con cui l’aveva trattato Faruq.
– Per forza – disse Zaynab. – Gli ho detto che sei il capo della polizia.
– Cosa?
Zaynab sorrise. – Sai, le parole aiutano a convincere. Ma aiuta anche arrivare in macchina con il grande boss.

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EPISODIO 9: LA FIRMA DEL LADRO

Gli ospiti della Residenza per anziani Bellavista potevano verificare ogni giorno quanto fosse appropriato il nome del luogo. Dalle finestre dolcemente digradavano i vigneti e le colline del piccolo comune di Croglio. Il panorama consolava gli insonni e gli inquieti sia durante le livide albe invernali, sia durante i tramonti estivi che non finivano mai.
– Invece finiscono – borbottò Gaspare Corradi, uno dei più vecchi ospiti della Casa. – E finiamo anche noi.
L’ex commissario Robbiani non poté che annuire.
– Altro che panorama, farebbero meglio a dire la verità! Lo sai che hanno rubato il braccialetto d’argento del direttore?
Corradi era già commissario quando Robbiani aveva iniziato la sua carriera. Conosceva tutti i delinquenti, tutti i politici, tutti gli avvocati – oltre alle intersezioni fra le categorie. Poi era andato in pensione, una quindicina d’anni prima di Robbiani. Quel mattino di primavera, per la prima volta Robbiani venne sfiorato dal dubbio che il suo mentore non fosse più del tutto lucido. Per cambiare discorso, gli presentò Zaynab.
Corradi fece una smorfia. – Ma chi è? Una tua parente?
Poi riportò subito il discorso sull’ondata di furti che, a suo dire, aveva colpito la Residenza Belvedere.


– Hanno rubato l’ermellino della vecchia signora Zamboni, la vera della Giacinta e il telefono di quel nuovo infermiere… come si chiama?
Robbiani allargò le braccia. – Non lo so.
– Non sai mai niente, tu. Ma io sto seguendo una pista. – Corradi mise la mano in tasca e ne trasse un foglio spiegazzato. – Ho ricostruito la cronologia dei furti: prima il braccialetto, poi la pelliccia di ermellino e l’anello della Giacinta, poi il telefono, due settimane dopo la radiolina dell’Antonio, poi l’inalatore per l’asma della vedova Pedroni. Proprio stamattina ho visto il Leandro che cercava il suo coltellino svizzero. E sentite l’ultima: hanno preso anche il mio elenco dei furti!
– Ma se ce l’hai in mano – protestò Robbiani.
– Ne avevo due copie, non sono mica scemo. – Si rivolse a Zaynab. – Mi dica, signora, perché nessuno ci dice niente? Perché pensano che siamo inutili, ecco perché! Buoni solo di guardare il panorama, almeno quelli di noi che ci vedono ancora. Da quando tre mesi fa è morta la mia povera moglie, io andavo tutti i giorni al cimitero. Ma il dottore mi dice che è troppo rischioso. Rischioso! Alla mia età! Potrebbe scivolare, mi fa, e io gli dico: bene, così sarei già al posto giusto! Robbiani era preoccupato per l’ossessione poliziesca di Corradi. D’altra parte, alla sua età, si poteva concedergli qualche stravaganza.
– Forse però quelle cose le hanno rubate davvero – mormorò Zaynab.
– Ehi, ti ci metti anche tu, adesso?
Amedeo Galfetti, il direttore, non poté che confermare: tutti gli oggetti della lista erano scomparsi negli ultimi mesi. Galfetti aveva perquisito con discrezione le stanze, ma senza trovare niente.
– Non ho avvisato la polizia per evitare scandali.
Robbiani era pensieroso. – Più che altro, mi sembrano dei furti assurdi. Fossero tutti oggetti preziosi, capirei… ma l’inalatore per l’asma!
– E se il ladro fosse un ospite della casa? – chiese Zaynab.
– E perché?
– Per sentirsi vivo.
– Per sentirsi… – Robbiani si bloccò. – Un attimo! Com’era la lista?
Ricostruirono l’ordine cronologico dei furti: braccialetto, ermellino, anello, telefono, radiolina, inalatore, coltellino e l’elenco di Corradi.
– Sul furto dell’elenco non sarei tanto sicuro – fece Galfetti.
– Invece sì! – replicò Robbiani. – Sa come si chiamava la moglie di Corradi? Beatrice!
– E allora?
– Guardi la lista, direttore! Guardi le iniziali degli oggetti rubati.
Sulla pietra tombale di Beatrice Corradi, c’era un vaso di camelie. Nel terriccio trovarono gli oggetti scomparsi. Non denunciarono Corradi, il quale non si rendeva nemmeno conto di essere l’autore dei furti.
– Comunque ormai ha finito – disse Robbiani. – Ha lasciato la firma.
Galfetti era sconvolto. – Ma che senso ha?
Fu Zaynab a rispondergli. – Sua moglie è morta da poco. Io lo capisco: quando provi un grande dolore, lavorare è un aiuto. È successo anche a me.
– Ma Corradi mica lavora!
– È rimasto un poliziotto – ribatté Robbiani. – E sta investigando su un’ondata di furti misteriosi…

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EPISODIO 10: HAPPY HOUR

Prima di andare in pensione Robbiani conosceva la maggior parte dei locali pubblici del Canton Ticino. Fra i suoi preferiti c’era il bar Monte Ceneri, in cima al passo omonimo. Robbiani aveva cominciato a lavorare quando non c’era l’autostrada: sui tornanti della cantonale scorreva il traffico di tutta l’Europa. Ma anche dopo che ebbero completato l’A2, Robbiani ogni tanto continuò a percorrere il “Ceneri vecchio”, fermandosi a parlare con Florindo, il padrone del bar. Poi il commissario si ritirò, cominciò a guidare sempre meno – non era più sicuro dei suoi riflessi – e si limitò a frequentare i bar vicini a casa, a Massagno.
Il viaggiatore che si fosse inerpicato sul Ceneri, una sera di pioggia dell’aprile 2018, non avrebbe notato niente d’insolito. Gli alberi sferzati dal vento, l’acqua che formava ruscelli sull’asfalto screpolato, i fari che illuminavano imposte chiuse, targhe commemorative, vecchie insegne di bordelli. Tutto come sempre.

Anche il bar non era cambiato. Il pavimento di linoleum, le tovaglie azzurre stinte, con i centrini gialli e i tovaglioli della Chicco d’Oro. Il televisore appeso in alto, come un totem. E il vecchio Florindo, sempre calvo e magro, intento a guardare la nazionale svizzera di calcio mentre sua moglie passava uno straccio sul bancone. La pioggia rumoreggiava dietro le finestre. C’erano pochi clienti: una coppia accanto al frigobar e nel suo angolo, davanti a un bicchiere di birra scura appenzellese, il commissario Robbiani.
A questo punto, il viaggiatore si sarebbe chiesto: ma il commissario non era in pensione da un pezzo? Forse avrebbe cominciato a fantasticare di viaggi nel tempo… Poi però si sarebbe avvicinato e avrebbe scoperto sul volto di Robbiani più rughe, più stanchezza, più fragilità.
La moglie di Florindo portò ai clienti gli stuzzichini che preparava allo stesso modo da quarant’anni: un pezzo di pane, un’oliva e una fetta di salame infilzati in uno stuzzicadenti. Robbiani la ringraziò con un cenno, mentre l’uomo e la donna accanto al frigobar quasi non le badarono.
Il tempo era una palude. I giornali sui tavoli sembravano ingiallirsi solo a guardarli. Le lampade al neon mandavano una luce immobile. Per parecchi minuti nessuno pronunciò una parola, tranne la coppia che bisbigliava parole incomprensibili. Lo scroscio della pioggia aumentò d’intensità, fino a coprire la cantilena del telecronista. Florindo alzò il volume con il telecomando.
– …palla oltre il fondo, è un mezzo pastrocchio per i rossocrociati…
Florindo abbassò l’audio. Sua moglie, senza smettere di passare lo straccio, ripeté a mezza voce:
– Mezzo pastrocchio.
Robbiani bevve un sorso di birra. La coppia prese a discutere a voce alta. Parlavano una lingua straniera, dai suoni aspri. Lei indossava il velo e aveva la carnagione scura. Lui invece era pallido, con gli occhi verdi. Nessuno parve accorgersi che l’uomo stava allungando un pacchetto di carta alla donna, mentre lei gli dava una busta. L’uomo guardò nella busta, poi si alzò e pagò il conto.
La donna, rimasta al tavolo, spostò lievemente lo sguardo in direzione di Robbiani. L’ex commissario tirò fuori il telefono e digitò qualcosa sulla tastiera. Intanto l’uomo con gli occhi verdi usciva sotto la pioggia.
Robbiani posò il telefono sul tavolo, accanto alla birra.
Silenzio.
Dopo qualche secondo il telefono squillò.
– Allora? – fece Robbiani. – Ah, bene. No, no, figurati, lo sai che quando posso mi fa piacere rendermi utile.
Finita la conversazione, Robbiani disse:
– L’hanno preso.
Gli altri iniziarono a parlare tutti insieme. Robbiani poté finalmente presentare Zaynab Hussain a Florindo e a sua moglie.
Era da mesi che il barista sospettava un traffico di droga nel locale. Così aveva chiesto aiuto a Robbiani, il quale aveva coinvolto Zaynab e aveva organizzato una trappola con l’aiuto dei suoi ex colleghi.
– Che cosa ti ha raccontato? – chiese Robbiani.
– Ha un padre svizzero e una madre marocchina – rispose Zaynab. – Mi ha detto che parla cinque lingue, e che ha clienti da tutto il mondo.
– Spacciatori poliglotti – borbottò Robbiani –. Sarà la globalizzazione…
Florindo guardò il televisore: erano sempre sullo zero a zero.
– Ma noi festeggiamo lo stesso! Commissario, la gradisce un’altra Schwartzer Kristall? E lei, signora, che cosa prende?

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