Giovanni Soldini (Milano 1966): «Se non ci diamo una regolata, nel 2050 nei mari avremo più plastica che pesci».

Orrore in mare: boom di plastica

Il grande velista Giovanni Soldini ci racconta il suo impegno contro questa terribile forma di inquinamento nel mar Mediterraneo e negli oceani. Un pericolo per il nostro ecosistema. La sua è una critica alle abitudini private, ma anche all’economia e alla politica. GUARDA I VIDEO DAL WEB

TESTO: PATRICK MANCINI - FOTO: BENEDETTA PITSCHEIDER/ MAD

È allarme mondiale per la plastica in mare. «E a pagare non sono solo animali e vegetali. In un modo o nell’altro, quella stessa plastica torna a noi». La voce è quella di Giovanni Soldini, velista italiano specializzato in navigazioni solitarie. Negli ultimi anni, suo malgrado, è diventato un testimonial internazionale contro la lotta alla plastica in mare.

Si dice che lei, nel corso delle sue navigazioni, abbia rotto più di una volta il timone a causa della plastica nelle acque. È così?
Sì. In acqua ci sono molti oggetti che galleggiano. Grandi e piccoli. La situazione è diventata insostenibile.

Se lo ricorda il momento in cui la sua coscienza si è risvegliata?
Tutto è avvenuto in maniera graduale. Fino a dieci anni fa non pensavo a queste cose. I primi campanelli d’allarme si sono manifestati nell’Oceano Pacifico. In seguito, mi sono accorto che anche la zona del Mediterraneo era messa molto male. Vedevo tutta quella sporcizia galleggiante e dentro di me crescevano gli interrogativi. Calcolate che il 70% della plastica va a fondo. Quindi noi, dalla superficie, ne vediamo solo una parte. A poco a poco, ho constatato un tracollo da cui rischiamo di non rialzarci più.



Ogni anno circa 8 milioni di tonnellate di plastica finiscono in mare. Perché si è arrivati a questo?
L’essere umano non si rende conto di vivere all’interno di un ecosistema, in cui tutto è collegato. Ha spesso usato il mare come discarica naturale. Come un luogo in cui depositare e abbandonare qualsiasi cosa. Capita, tuttavia, che la plastica arrivi in mare in modo meno diretto.

Allude alle nostre abitudini domestiche?
Esatto. È tra le mura di casa che ognuno di noi può iniziare a fare la sua parte. Mi chiedo come sia possibile che ci sia ancora gente che getta oggetti in plastica nel gabinetto. Senza pensare minimamente alle conseguenze che possono causare. Questa plastica, nonostante i depuratori, finisce nei corsi d’acqua, e in definitiva in mare.

Cosa la preoccupa maggiormente?
La plastica è difficile da smaltire. Noi ne usiamo tantissima e, per pochissimo tempo, in modalità usa e getta.

Prima o poi ci toccherà pagare il conto?
Certo. Pensiamo a un telo di plastica da cantiere. Può galleggiare in mare per una vita. Sono i suoi frammenti a creare problemi. Si staccano e vengono ingeriti dai pesci. Gli stessi pesci che noi poi mangiamo, con possibili danni alla nostra salute. Tutto viene rimesso in circolo, la catena della natura funziona così. E qualsiasi micro particella di plastica che si immette nell’ecosistema può creare squilibri non da poco. Assistiamo a stragi di balene e di tartarughe che hanno ingoiato plastica per sbaglio, rimanendo soffocate.



Nel corso degli ultimi anni la sensibilità dell’opinione pubblica sembra essere aumentata. Addirittura c’è chi, come il giovane inventore olandese Boyan Slat, ha studiato sistemi che permettono il recupero automatico di parte delle plastiche in mare. Cosa ne pensa?
Ci sono anche varie iniziative di volontariato, che consentono al cittadino di mettersi a disposizione per andare a ripulire i mari. Sono tutti progetti lodevoli, per carità. Ma presi singolarmente
non potranno cambiare la realtà dei fatti.

La sento pessimista. Sbaglio?
Non sbaglia. Per diventare visibile questo fenomeno ha avuto bisogno di accumulare oggetti nel tempo. Abbiamo sfasato completamente l’ecosistema, senza rendercene nemmeno conto.

Lei interviene spesso a convegni di sensibilizzazione sulla tematica. Come reagisce il pubblico di fronte alle sue riflessioni?
C’è interesse, non lo nego. Quando parlo degli animali morti in mezzo a enormi distese di plastica, noto reazioni di sgomento. Però, poi, mi chiedo se questo serva concretamente a cambiare la testa della gente. Uno si informa, si sconvolge. Ma alla fine torna alla vita di tutti i giorni e riprende la sua routine.

Cosa potrebbe fare un consumatore, nel suo piccolo, per dare un contributo alla causa?
Cosa ci vuole a rinunciare alle bottigliette di plastica, e a puntare su materiali più ecologici come il vetro? Poco o nulla. Spesso manca la forza di volontà, siamo vittime della nostra pigrizia. Non siamo disposti, tanto facilmente, a cambiare le nostre abitudini. Oppure, pensiamo che in fondo quello che facciamo non possa causare chissà quali danni all’ambiente. Il problema è che la maggior parte della gente ragiona così.

Qual è il suo sentimento quando si ritrova di fronte a una distesa d’acqua piena di plastica?
Soffro. Senza dubbio. Il mare è il mio mestiere, è il mio mondo. E a farmi stare ancora peggio è la consapevolezza di quanto questo fenomeno si sia sviluppato in maniera rapida. Quando ho iniziato a navigare il problema della plastica non c’era. Non oso pensare a cosa potrà accadere nei prossimi decenni, se non dovessimo prendere coscienza della situazione.



L’Unione europea stima che ogni anno finiscono nei mari del vecchio continente circa 100mila tonnellate di plastica. E parliamo solo dalle aree costiere. Quanto può fare la politica per invertire la rotta?
Potrebbe fare tantissimo. Ma manca la coesione. Un sacco di Paesi sono in fase di espansione, è difficile tuttavia che si mettano d’accordo su una tematica così trasversale. Forse c’è anche ci pensa che la questione sia di secondo piano.

Come è possibile che un tema del genere non sia preso sul serio?
L’economia ha un modello di sviluppo che non è in sintonia con quello che ci offre il pianeta. Ci sono diversi interessi economici e industriali in ballo. Io l’ho dichiarato più volte: se non ci diamo una regolata, nel 2050 nei mari avremo più plastica che pesci.

Greenpeace ha dichiarato che il riciclaggio della plastica non salverà i mari del pianeta. È d’accordo?
Il fatto è che sprechiamo troppo. Puoi riciclare fino a un certo punto. Ma se c’è una produzione esagerata di plastica, alla fine cosa ne fai? O la sotterri, o la bruci, o la butti nelle acque. E a rimetterci è sempre l’ambiente. Giù il cappello per chi ha deciso di bandire o fare pagare i sacchi di plastica nei supermercati.

In Svizzera, nel 2017 ne sono stati utilizzati solo 66 milioni contro i 417 milioni del 2016. Far pagare cinque centesimi ogni sacchetto sembra funzionare…
E occorre continuare su questa via. Bisogna introdurre misure drastiche per limitare l’immissione di nuova plastica sul commercio.

Giovanni Soldini

Di professione velista, Giovanni Soldini (Milano 1966) è conosciuto per le grandi imprese in solitaria e i record ottenuti. L’ultimo, con il marchio Maserati, il 23 febbraio 2018 con la traversata Hong Kong-Londra in 36 giorni, 2h, 37’ e 12’’. Da anni si batte contro l’invasione della plastica nei mari. Di recente è stato testimonial di “Oceani di plastica e di ghiaccio” all’Università Bicocca di Milano.

Commento (0)

Grazie per il vostro commento.

Questo commento ha un contenuto sgradevole?

Il testo sarà controllato ed eventualmente modificato o bloccato.

Il vostro commento

Non avete ancora scritto il commento.

Questo campo deve essere compilato. Grazie.

Campo obbligatorio
Questo campo deve essere compilato. Grazie.










Si prega di commentare nel rispetto della nostra netiquette e degli altri utenti.

LEGGI ANCHE…


L'appuntamento quindicinale

Le analisi di Ceroni su Cooperazione

Parliamo d'arte

La rubrica "Il quadro" di Cooperazione



Login con il profilo di Cooperazione

Chiudere
Fehlertext für Eingabe

Fehlertext für Eingabe

Dimenticato la password?