L'uomo che voleva salvare il mondo

Ha visitato e vissuto in oltre cento paesi: Pio Wennubst, vicedirettore della Direzione dello sviluppo e della cooperazione ha la valigia (e una risposta) sempre pronta.

Non è facile descrivere Pio Wennubst. Ancora più difficile provare a farlo in due pagine. La sua è una vita intensa, fatta di viaggi, incontri, esperienze a contatto con persone di ogni tipo, dai potenti agli ultimi della Terra. Ha lavorato per la Fao a Katmandu, poi per la Direzione dello sviluppo e della cooperazione (Dsc) in Bolivia, Madagascar e Tanzania. Ha fatto parte della rappresentanza svizzera prima alle Nazioni unite a Roma e a New York.
«La mia valigia è sempre pronta – spiega –. Ora la sede di lavoro è sì Berna. Come vicedirettore della Dsc, l’agenzia del Dipartimento federale affari esteri che si occupa di cooperazione internazionale, sono responsabile del settore Cooperazione globale. Questa tratta di svariati temi, dal cambiamento climatico alla sicurezza alimentare, dall’acqua alla salute ai movimenti migratori e proprio per questo sono spesso in viaggio».


Professione: facilitatore
Pio Wennubst non è neppure un personaggio semplice da intervistare. Il suo pensiero corre velocissimo, un ragionamento segue l’altro. Mentre risponde alle domande, aggiunge un aneddoto divertente, fa esempi concreti, divaga. Ma si pone sempre al livello dell’interlocutore. Guarda dritto negli occhi. Questo è anche il segreto del successo del suo lavoro come “facilitatore”, quando ha agito da mediatore in diverse risoluzioni internazionali all’Onu. «Per arrivare a un accordo come quello ottenuto a New York su come meglio usare i fondi delle Nazioni unite per lo sviluppo – spiega Pio – si parte da una bozza, che ogni Paese ha il diritto di negoziare. Il facilitatore agisce come un direttore d’orchestra, andando al di sopra delle parti per puntare a un accordo che tutti possono sottoscrivere». Un ruolo che, nelle istituzioni internazionali, è stato spesso affidato alla Svizzera, ancora prima che entrasse a far parte dell’Onu. «Forse perché il nostro Paese – ipotizza Pio – ha per così dire istituzionalizzato i processi di negoziato che portano al compromesso». La conoscenza di diverse lingue aiuta, ma il tutto avviene su un altro livello. «Ti puoi mettere in contatto con un altro essere umano senza parlare, talvolta senza neanche conoscersi. Il facilitatore deve poter ottenere tutto questo collettivamente, coinvolgendo fino a diverse centinaia di persone di culture e valori molto diversi. Di solito, un accordo si raggiunge dopo lunghe e intense trattative, spesso a notte inoltrata, quando la stanchezza diventa un alleato, forzando i negoziatori a concentrarsi su ciò che conta collettivamente, nella consapevolezza che per andare avanti ci si deve focalizzare su ciò che unisce e non su ciò che divide. Questo spiraglio è di brevissima durata: il facilitatore deve saper cogliere l’attimo per assicurare il consenso».


Ticinese ed europeo
Di energia, Pio Wennubst ne ha da vendere. L’ha sempre messa in tutti i lavori che ha svolto: operaio, taglialegna, docente, giardiniere, redattore della rivista L’agricoltore Ticinese, perfino addetto al lavaggio di una fabbrica di profumi e aromi… Appena ventenne, ha dovuto interrompere gli studi universitari per occuparsi dell’industria chimica del padre, deceduto improvvisamente. «Un viaggio in Africa con un caro amico ticinese ha amplificato quello che avevo già dentro: fin dai tempi del ginnasio sognavo di battermi in favore di un mondo più giusto e pacifico. Da studente universitario ho lavorato in Siria e Israele. Da lì è nata l’idea di fare cooperazione. Per questo sono partito con mia moglie Fernanda in Nepal per un progetto della Fao». Da allora, con diversi incarichi, Pio ha vissuto in Bolivia, Madagascar e Tanzania. «Eppure mi sento ticinese ed europeo – afferma convinto –. Sono nato a Lugano, in Malcantone abbiamo casa. Con Fernanda abbiamo privilegiato non tanto il tempo vissuto insieme, ma la qualità della relazione. Quanto ai nostri figli, che ci hanno seguito in questi spostamenti, ci sentiamo di aver dato loro non radici, ma ali».
«L’altra esperienza che mi ha insegnato parecchio è stata quella della malattia: un tumore vissuto e superato, qualche anno fa» rivela Pio. E che gli ha dato una nuova percezione dell’esistenza. «So che tutto il mio percorso, che potrebbe sembrare non così lineare, ha un fil rouge. Mi piacerebbe contribuire a che il sapere sia alla portata di tutti. Per questo ho accettato di insegnare alla Supsi e di collaborare con la Franklin University. Solo grazie ai giovani possiamo spingere al cambiamento e salvare il Pianeta. Ecco, potresti definirmi così: l’uomo che voleva salvare il mondo!» conclude Pio con il sorriso e una buona dose di (auto)ironia.

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Testo: Giovanni Valerio
Foto: Sandro Mahler

Pubblicazione:
lunedì 27.11.2017, ore 14:00


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