La castagna da (ri)scoprire | Cooperazione
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EDITORIALE

La castagna da (ri)scoprire

18 settembre 2018

TESTO
18 settembre 2018

Le caldane estive di queste settimane non sono di certo lo scenario ideale per stimolare il consumo di castagne e caldarroste. Castagna, per me, fa rima con nebbie autunnali, serate fresche e giornate dove la colonnina di mercurio rimane piuttosto nei piani bassi del termometro.

Personalmente, le caldarroste più buone rimangono quelle di mio padre, cucinate nell’apposita padella nel grande camino della casetta di vacanza gambarognese. Accompagnate da un bel “tazin” di vinello nostrano. Un piacere sublime che, negli anni a seguire, ho potuto continuare a gustare dai “maronat” ticinesi e italiani sparsi in più punti del centro di Basilea.

La castagna fa bene, dicono i salutisti. La caldarrosta è buona, dicono i buongustai. La castagna è un elemento fondamentale della nostra alimentazione regionale, ci dicono gli storici del cibo. Eppure… Eppure, se si escludono alcuni esempi virtuosi in Bregaglia e nel Malcantone, la castagna rischia di scomparire dalle nostre contrade. Vittime soprattutto del bosco che avanza sui terreni non più curati e coltivati. Non dimentichiamo infatti che i castagni vecchi e giovani che vediamo oggi non sono cresciuti in modo selvatico: sono stati i nostri avi a piantare questi alberi che garantivano loro nutrimento e che richiedevano cure limitate. Stupisce allora che in Ticino non ci siano maggiori sforzi per ridare spazio a queste colture. Con le castagne, probabilmente, non ci si arricchisce. Ma di certo si salvaguardia una vecchia tradizione e si contribuisce alla salvaguardia del nostro territorio.