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EDITORIALE

Un futuro incerto per lo Stivale

05 agosto 2019

Uguale con chi parli (tedeschi, scandinavi, portoghesi; escluderei solo i francesi, diretti concorrenti), su un punto sono tutti concordi: la cucina italiana è la più amata, quella che ti offre una varietà maggiore, quella che si adatta a ogni portamonete. Dalla semplice pizzeria o trattoria fuori porta al ristorante stellato, la Penisola offre piaceri culinari spesso sublimi.

Qualcuno ha scritto che il grande merito della cucina italiana è di (re)interpretare la cucina povera di una volta. Ma alla base di tutto c’è un fattore ancor più decisivo: la qualità della materia prima, degli ingredienti. Il grano per la pasta, la frutta, la verdura, i vini e mille altri prodotti della campagna godono dei privilegi del terreno e del sole e presentano una gamma di sapori unica.

Ora però, e non siamo noi a dirlo, l’agricoltura italiana marcia sul posto. Soprattutto a Sud, proprio nei luoghi dove migliore è la qualità dei prodotti, le infrastrutture non sono state messe al passo coi tempi. Ma dove sono finiti, si chiederà qualcuno, i milioni messi a disposizione anche dall’Unione europea, che in altre zone del continente (Spagna e Portogallo in primis) hanno portato a sviluppi agricoli impressionanti? C’è il rischio che sui nostri scaffali giungano solo frutta e verdura di origine iberica, mentre mandarini siciliani, pomodori campani e uva pugliese (dai sapori mille volte più intensi rispetto ai prodotti per esempio delle grandi serre spagnole di Huelva) si riducono sempre più a un ruolo di prodotto di nicchia. E se alla cucina italiana vengono a mancare gli ingredienti…