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L'EDITORIALE

La fine dei “lavori da uomo”

04 marzo 2019

Come la maggior parte dei ticinesi, ho trascorso l’infanzia in un mondo dove i generi e i ruoli erano ben distinti. In Chiesa ci si sedeva dalla parte degli uomini; il ginnasio al Collegio Papio era solo maschile; nei fine settimana si andava ad aiutare i nonni: con mio fratello si riempivano le scorte di legna, si segava l’erba nei prati, si facevano trasporti pesanti, mentre mia sorella stava con mia nonna a preparare il pranzo, ad accudire i gatti.

L’unica che usciva dagli schemi era la nostra compagna di giochi preferita, una coetanea che non si tirava indietro di fronte a nulla, “un maschiaccio” come la definivano gli adulti. Grazie a lei, vedere una donna fare lavori “da uomo” era per noi del tutto normale.

Poi è venuta l’età degli studi accademici, dell’attività politica e ideologica, del lavoro. Un mondo dove tutto sommato non esisteva distinzione di sorta tra uomini e donne. Anche se, va detto, il mondo giornalistico di allora (si era verso la metà degli anni ’80) era composto in gran parte da maschi. Ovvio, vedere una donna guidare un camion o un bus delle Fart locarnesi faceva pur sempre un certo effetto. Ma anche qui, ci siamo abituati ben presto a queste nuove realtà. Oggi, discutendo con mio figlio, mi accorgo come non esistano ormai più “mestieri da uomo” (forse ci sono ancora, in controparte, “mestieri da donna”: ma anche qui i cambiamenti sono veloci). La vera emancipazione di uomini e donne passa anche da qui: da una “normalizzazione” dei ruoli.