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LA STANZA DI CLAUDIA

Dimmi quanti anni hai

22 luglio 2019

Quello dell’età è un bel busillis: dimenticarcene ci pone in una condizione fuori dal tempo a rischio scivoloni; ricordarcene troppo spesso significa costruire dei muri invalicabili intorno a sé. Ogni età, se enfatizzata, diventa un ghetto che ci autoinfliggiamo. Giovani che parlano soltanto con coetanei e cinquantenni che vivono da  sessantenni prematuramente, negandosi esperienze che sarebbero a portata di mano se non fingessimo di “non avere più l’età”. A me capita di pensare di avere più in comune con i figli dei miei coetanei, o con i loro genitori, e avrei esempi concreti da portare. L’età a me pare un gran privilegio…mia nonna diceva “meglio diventare vecchi che morire giovani”, e ricordando le sue parole ad ogni compleanno mi sento una privilegiata. I cinesi iniziano a festeggiare i compleanni dal sessantesimo in poi, e questa mi pare una tradizione molto sensata: a dieci, a vent’anni…cosa ci sarà mai da festeggiare?! A dieci, a vent’anni, basta e avanza l’esuberanza di vita, è andando avanti nell’arco dell’esistenza che fattori come l’intelligenza e la creatività fanno la differenza tra una vita degna di essere vissuta e un tirare a campare privo di scintillio. Una cosa curiosa è che ho sempre guardato con una sorta di reverenziale rispetto le persone più avanti di me: da bambina, le ragazze mi sembravano esseri di un altro universo, con i loro vestiti e i capelli lunghi racchiusi in una coda di cavallo (io, caschetto forma e colore della castagna tutta l’infanzia). Al liceo, gli universitari erano un mondo tutto da scoprire, con saperi e percorsi iniziatici esoterici. All’uni, veneravo chi già lavorava, e quando ho iniziato a lavorare favoleggiavo sull’età matura, sui privilegi di chi poteva contare su una solida esperienza professionale. Ora, occhieggio i pensionati con il rammarico di non poter mai diventare una di loro, perché da indipendente non ho intenzione di fermare la mia attività professionale a meno di esserne costretta da motivi seri di salute. Il giorno che non dovessi più ricordare il nome dei miei pazienti, farei una riflessione in merito…Naturalmente spero che non accada, ed evito di pensare alla fine del tutto, magari con un ultimo eremitaggio in montagna stile Tiziano Terzani. Inutile pensare alla fine, perché le fini arrivano da sole, e qua alle mie latitudini ancora la vita scorre impetuosa, generosamente. Ma ci sono anche rispecchiamenti più leggeri: guardo le donne mature, e mi piacciono, segno su un taccuino mentale i gesti e gli accorgimenti estetici che potrò operare tra una decina d’anni, quando spero mi sarò rassegnata a lasciare alcuni atteggiamenti “girlish”, da ragazzina, che ancora mi appartengono. Per salutarvi, vi lascio questa settimana con una poesia della scrittrice e poetessa siriana Maram al-Masri:

Non sono giovane, e non sarò mai vecchia.
Io appartengo ad una tribù di donne che hanno il riso delle ragazze e il ghigno insolente delle donne anziane,
Capelli lunghi e liberi, e occhi vecchi come la terra,
Dove la bellezza interiore non finisce.
Sorelle di uomini che hanno lo spirito del lupo e dell'aquila,
Elfi gioiosi che non hanno mai smesso di giocare.
Esseri che viaggiano attraverso il tempo, in movimento costante,
Bruciando di curiosità.
Non ho e non avrò mai l'età che mi indicano i documenti,
Perché non sono giovane e non sarò mai vecchia.
Io sono eterna.