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LA STANZA DI CLAUDIA

Via dalla violenza

27 novembre 2019

Ci sono argomenti dei quali non mi piace parlare, e non vorrei neppure doverli pensare. Uno di questi è la violenza: cerco di evitarla, nelle parole, nei fatti e nelle sollecitazioni. Evito parole guerresche o di odio, perché molto parte dal linguaggio: come noi parliamo, così definiamo un mondo, un modo di essere e di vivere. Ad esempio, chiamare una malattia  "una lotta da combattere", mette in uno stato di allerta tutto l'organismo, e divide l'essere umano in parti buone e parti cattive: tutto diventa una guerra, e in guerra va a finire che tutti ci perdono, anche i vincitori (terre devastate, sconvolgimenti che si portano avanti per generazioni, eccetera). Oppure, parlare di "nemico politico" o insultare qualcuno con epiteti denigranti, crea un mondo. Il mondo nel quale viviamo, direte...ebbene sì, ma si può cercare di prendere ampie distanze da ciò che non ci piace e che ci fa soffrire moralmente, e cercare di nutrirci di ciò che ci fa star bene. Per questa ragione, evito determinate letture, dalla politica di un cero tipo (ce n'è in ogni schieramento, ma fortunatamente esistono anche letture politiche interessanti, ad esempio non perdo un numero de l'Internazionale per cercare di allargare gli orizzonti). Evito i gialli, e i romanzi, film o serial che contengono violenza. D'accordo, con qualche eccezione, come Trono di spade, ma il fantasy ha regole che virano più sull'archetipico che sul reale. In ogni caso, le scene di violenza sono ingombranti per il nostro inconscio, e finiscono per abitare a lungo in noi: per questo meglio evitarle e farle evitare ai nostri ragazzi, impedendo loro che si rimbecilliscano precocemente con serial e videogiochi ansiogeni e violenti. Poi, occorre considerare che la violenza fa parte di ogni essere umano, di ognuno di noi, e che occorre riconoscerlo, darle ascolto ma porre argini alla nostra parte più selvaggia. Io parlo bene, ma a volte non dormo dalla rabbia, o trattengo a stento l'impulso a mostrare il dito medio e aggredire a male parole chi vedo come "il cattivo" della situazione. In questi casi, cerco di calmarmi, di ricercare in me uno spazio di pace, e di fermare una persona secondo la mia prospettiva molesta senza ingenerare troppo spargimento di violenza. Insomma, mi sono civilizzata, come tutti noi...o dovrei dire come molti di noi. Perchè al mondo, qua in mezzo al nostro tranquillo vivere civile, esistono mostri o persone in sofferenza che danneggiano gravemente chi sta loro intorno. Esistono dati impressionanti che mi tolgono il sonno. In Svizzera viene uccisa una donna ogni quindici giorni, cifra nella media europea ma più alta che in Italia. E in Ticino la polizia riceve tre chiamate per violenza domestica ogni giorno. Sono cifre che nascondono storie di violenza inaccettabili, e la realtà è purtroppo ben più estesa, perchè molte vittime non arrivano a dire a qualcuno di esterno il loro essere picchiate, tenute in ostaggio emotivo, abusate. E' una realtà orrenda che riguarda ogni classe sociale, etnia ed età. E' una condizione che non possiamo tollerare, e alla quale dobbiamo cercare di porre argini attraverso tutto il nostro stile di vita, dall'educazione emotiva dei nostri figli maschi, all'attenzione verso il linguaggio, le immagini e l'immaginario. E insegnando alle nostre figlie e alle nostre sorelle che la violenza inizia subdolamente, con una mala parola camuffata da "amore", e che di fronte alla violenza esiste un'unica regola: mettere distanza. In altre parole, fuggire, Prima che sia troppo tardi.