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PUNTO A CAPO

Morti in bella mostra

11 novembre 2019

Appena iniziato, il mese di novembre si colora di crisantemi; per una volta all’anno si pensa ai morti e, per estensione, alla morte stessa, fenomeno di fronte al quale la società contemporanea sembra trovarsi sempre più a disagio.

Visto che la nostra epoca ha d’altra parte tendenza ad organizzare atelier e simposi per tentare di sdrammatizzare quanto la preoccupa, non ci si meraviglia che a Losanna si sia tenuta, dal 31 ottobre al 3 novembre scorsi, la quarta edizione del «Toussaint’S Festival», ovvero il «Festival d’Ognissanti», battezzato con una formula in franglese che confonde senza sorprese i santi e i defunti, probabilmente sulla scia di Halloween.

Il programma di quest’anno, oltre alla solita e tutto sommato prevedibile serie di spettacoli, conferenze e dibattiti (a pagamento), comportava incontri e attività volte a permettere al pubblico di familiarizzarsi con le nuove pratiche professionali legate al mondo funerario.

Una specie di «salone della morte», insomma, in grado di svelare le ricette segrete della tanatoprassi (ovvero l’insieme delle cure e del trattamento estetico delle salme prima del funerale), ma anche di offrire delle esperienze perlomeno particolari degne della mitica famiglia Addams, come quella di coricarsi in un’autentica bara per sapere che effetto fa (il coperchio era in opzione).

Tra le altre curiosità presentate, segnaliamo il ritratto di persone morte, che pare interessi un numero crescente di fotografi… e di superstiti o di eredi pronti a ordinarlo.

Il festival ha messo l’accento su quanto concretamente la morte implica a livello quotidiano: ha quindi proposto ciò che chiamerei delle ricette, risposte pragmatiche la cui utilità è incontestabile, ma che in fondo non affrontano il problema come tale, nella sua nuda fatalità. L’abbondanza stessa del programma non può non evocare una specie di stordimento volontario, assai vicino a quanto Blaise Pascal definiva «divertissement », cioè distrazione: per non prendere atto della propria miseria e per distogliere la mente dal pensiero della morte inevitabile, diceva l’autore delle “Pensées”, l’uomo inventa mille pretesti.

E se il «Toussaint’S Festival», più che una maniera di accettare la morte, fosse paradossalmente un ennesimo sotterfugio per evitare di dirsi che «non serve colpirla nel cuore, perché la morte mai non muore»?