X

Argomenti popolari

PUNTO A CAPO

Discussioni sul genere

04 marzo 2019

L’ho incontrata per caso in treno domenica: l’atleta sudafricana Caster Semenya si recava all’aeroporto, probabilmente fiduciosa sull’esito della causa dibattuta la scorsa settimana davanti al Tribunale d’arbitrato sportivo di Losanna. La celebre, plurimedagliata e contestata mezzofondista ha attaccato la norma introdotta dalla Federatletica mondiale, secondo la quale le atlete non possono gareggiare su distanze superiori ai 400 metri se il loro tasso di testosterone oltrepassa un certo livello; in tal caso, o la squalifica, o l’obbligo di sottoporsi a un trattamento medico.

Non intendo disquisire sull’aspetto androgino della Semenya, e in fondo non mi interessa molto fare da arbitro tra lei e la Federazione. Ma l’affare come tale è particolarmente interessante, nel contesto attuale. Da un lato l’atleta, che dice si sentirsi donna «indiscutibilmente e da sempre», e le cui particolarità ormonali sono naturali; dall’altro chi la definisce «biologicamente maschio». La Semenya, e con lei le autorità del suo Paese, insistono sul fatto che tali giudizi, fondati sull’apparenza, sono il frutto di un sessismo palese, o persino una violazione dei diritti umani fondamentali; il regolamento contro il quale insorgono si apparenta, nella loro ottica, a un controllo scandaloso del corpo delle donne.

La questione sportiva si sta così trasformando in un’opposizione tra un campo femminista che sostiene l’atleta e i suoi avversari, visti come maschilisti e retrogradi. Le regole che vorrebbero continuare a gestire il mondo della competizione sportiva – mondo che, secondo i sociologi, è un vero «conservatorio dei modelli di genere tradizionali» – appaiono così sempre più discutibili, se messe a confronto con l’opinione pubblica in materia di appartenenza a una categoria. Consapevolmente o suo malgrado, Casten Semenya ha fatto del proprio caso l’emblema di un problema molto più complesso: dove passa la frontiera tra discriminazione e caratterizzazione ammissibile? Chi si meraviglia della statura fuori norma dei giocatori di basket, o del peso piuma dei fantini? Bisogna ricordare che storicamente lo sport fu inizialmente proibito alle donne «per il loro bene». Oggigiorno, gli ultimi bastioni maschili sono crollati, e le discipline esclusive non esistono più. La natura non è binaria, ripetono film, giornali, medici e stuoli di specialisti. L’ultimo tabù sembra essere l’aspetto fisico: una donna può fare tutto come un uomo, purché non gli assomigli troppo. Resisterà quest’ultimo ostacolo alla falcata della Semenya? Risposta a fine mese.